Una vita di tortura per le galline ovaiole

Le galline ovaiole sono rinchiuse in dei capannoni e non vedranno mai la luce del sole, né respireranno aria fresca, né vedranno mai un prato. Vivono in gabbie di rete di superficie grande quanto una scatola di scarpe, equivalente a un rettangolo di 22 cm per 22 e mezzo, inferiore ad un normale foglio A4. Le gabbie sono normalmente concepite in maniera da poter ospitare tre o quattro individui. In queste gabbie le galline non potranno mai aprire le ali, non possono muoversi e sono praticamente obbligate a stare in una sola posizione, in fila lungo la mangiatoia. La superficie di rete metallica ferisce le zampe ed è necessaria per lasciar cadere su di un sottostante piano raccoglitore le feci e le urine che spesso cadono addosso alle galline. Queste gabbie sono sovrapposte fino a formare “castelli” di 4-5 piani. La vita in gabbia è una vera tortura per questi animali ( 50 milioni in Italia che producono circa 12 miliardi di uova all’anno) che infatti non resistono in queste condizioni per più di due anni, periodo dopo il quale, le galline, sono vendute al macello. Le povere galline vivono imprigionate, immobilizzate e diventano semi paralizzate, vivono uno stato di angoscia, di soffocamento, diventano apatiche e spesso dallo stress impazziscono e si accasciano con la testa fuori le sbarre di ferro perdendo tutta l’energia e la forza vitale. Tutti i loro bisogni minimi naturali sono repressi, non possono girare, raspare il terreno, fare bagni di terra, costruire un nido, starnazzare, correre. Non fanno parte di un gruppo, non possono tenersi a distanza l’una dall’altra, e le più deboli non hanno scampo dagli attacchi delle più forti, già rese furiose dalla situazione innaturale, per questi motivi vengono tagliati i becchi da piccole. Lo straordinario grado di affollamento induce una condizione di “stress” , reclusione e frustrazione delle attività fondamentali.

 

Risulta loro impossibile stare in piedi o accovacciarsi comodamente. Anche quando uno o due uccelli hanno forse trovato una posizione adatta, sono costretti a muoversi perché gli altri si spostano. Un ulteriore fattore di sofferenza è costituito dal fatto che, dopo qualche mese trascorso in gabbia, le galline cominciano a perdere le penne, in parte per lo strofinio contro la rete metallica, in parte per le continue beccate delle compagne; cominciano a sfregare la pelle contro il filo, ed è comune vedere gli uccelli che sono rimasti a lungo in gabbia con poche penne addosso e con la pelle rossa e scorticata, specialmente intorno alla coda. L’abitudine di strapparsi le penne è un segno di stress per la mancanza di appropriata stimolazione da parte dell’ambiente fisico. Declino fisico e stress testimoniati inequivocabilmente, dall’elevatissima mortalità che si registra in questi allevamenti. Lo scarso valore commerciale di questi uccelli non li aiuta perché per gli allevatori è ancora più conveniente risparmiare il più possibile sull’allevamento anche a fronte di un’elevata mortalità, piuttosto che offrire loro condizioni migliori e cure adeguate

 

La mutilazione del taglio del becco

La situazione delle condizioni di vita a cui sono costretti sono intollerabili per gli animali,  sia per le galline ovaiole rinchiuse in gabbia dove uno stato di perenne stress li porta ad una continua irritazione talvolta sfogata mettendo in atto atteggiamenti di aggressione tra di loro, sia per polli da ingrasso, il quale stress dovuto all’affollamento e la mancanza di possibilità di esprimere i propri bisogni naturali, nel corso delle quali si strappano le penne l’un con l’altro e talvolta si uccidono e si divorano a vicenda. Gli allevatori devono eliminare questi “vizi”, perché costano loro del denaro; ma per quanto possano sapere che il sovraffollamento ne è la causa principale, non possono farci niente, poiché nella situazione competitiva dell’industria eliminare il sovraffollamento potrebbe significare al contempo il margine di profitto. Se diminuisse il numero di uccelli da vendere per capannone, le entrate verrebbero decurtate, mentre le spese per la struttura rimarrebbero le stesse. Per ovviare a questo problema, gli allevatori hanno pensato di diminuire lo stress, creando però delle condizioni agli animali ancora più innaturali , oltre quello di mantenere un’atmosfera di luce ovattata e grigia, evitando quella troppo intensa e lasciando anche di notte una certa quantità di luce, così gli animali perdendo vitalità,  rimangono come intontiti e meno reattivi, si è pensato a una soluzione ancora più drastica; il taglio del becco che viene fatto quando sono ancora nella fase di crescita, affinché non possono procurarsi dei danni gravi. Lo strumento preferito è una sorta di ghigliottina a lame arroventate appositamente ideata. Il becco del pulcino viene inserito nello strumento, e la lama rovente ne taglia via l’estremità, si può immaginare quanta questa  mutilazione sia dolorosa. L’operazione avviene  in maniera non professionale e viene eseguita molto velocemente,  al ritmo di circa 15 uccelli al minuto, i lavoranti affidati vengono pagati più per la quantità che per la qualità del lavoro eseguito. Tale rapidità comporta che il filo e la temperatura della lama possono variare, e ha come conseguenza tagli imprecisi e gravi ferite per l’animale. Una lama troppo rovente provoca vesciche all’interno della bocca, una lama fredda o non affilata può causare lo sviluppo di un’escrescenza carnosa bulbiforme sull’estremità della mandibola, ecrescenze del genere sono molto sensibili. Si verificano molti casi di narici ustionate e di gravi mutilazioni dovute a procedure scorrette che senza dubbio provocano un dolore acuto e cronico. Anche quando l’operazione è compiuta correttamente, non è un procedimento indolore, è come quello di tagliarsi le unghie dei piedi, fra il corno e l’osso si trova un sottile strato di tessuto tenero estremamente sensibile, che presenta una somiglianza con la “carne viva” dell’unghia umana. Il coltello rovento usato per lo sbeccamento trancia questo complesso di corno, osso e tessuto sensibile, provocando un forte dolore. I polli mutilati in questo modo mangiano meno e perdono peso per diverse settimane. La più plausibile spiegazione di questo fenomeno è che il becco ferito continui a causare dolore nel tempo.

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I pulcini maschi sono tritati vivi in tutti gli allevamenti, anche negli allevamenti biologici le galline quando non producono più le uova  non vengono tenute in vita e messe in una pensione per anziane galline mantenute a sbafo dagli allevatori, ma vengono uccise. Tutte le tipologie degli allevamenti comportano sfruttamento, sofferenza e macellazione.

 

I pulcini appena nati vengono ripartiti in maschi e femmine da un “cernitore di pulcini”. I maschi, non avendo un valore di ciclo riproduttivo, vengono scartati.  Vengono, messi in uno strumento che è una vera e propria centrifuga meccanica che tritano il pulcino vivo, macinati per essere trasformati in mangime per le loro sorelle. Alcune ditte li asfissiano col gas, ma spesso i piccoli vengono buttati vivi in un sacco di plastica e lasciati soffocare sotto il peso degli altri pulcini scaricati sopra di loro, gli allevatori abituati, vedono l’eliminazione dei pulcini maschi come noi vediamo l’eliminazione per l’immondizia. Ogni settimana, tra pulcini morti e gusci d’uova, circa 300 quintali di scarti riempiono almeno 2 autocarri, ogni 21 giorni fanno nascere oltre un milione di pulcini.

Guarda attraverso i loro occhi.

La gassazione dei pulcini maschi

 

ALLA CRUDELTA' MUTA FORZATA ALLE GALLINE

 

 

Quando la produzione di uova comincia a calare, è possibile ripristinare la capacità

 

riproduttiva delle galline per mezzo di un procedimento noto come "muta forzata".

 

Lo scopo della muta forzata è far passare la gallina attraverso i processi fisiologici

 

che, in condizioni naturali, sono associati alla perdita stagionale del vecchio

 

piumaggio e alla crescita di penne nuove. Dopo una muta sia naturale che artificiale, la gallina depone le uova più spesso. Per produrre la muta in una gallina quando questa vive in un capannone dall’ambiente controllato, senza cambiamenti stagionali di temperatura o durata della luce, bisogna provocare un forte shock al suo organismo. Di regola le galline scopriranno che il cibo e l’acqua, liberatamene

 

accessibili fino a quel momento, vengono improvvisamente a mancare. Questa

 

pratica crudele, consiste di restituire l’acqua dopo due giorni, e il cibo dopo un altro

 

giorno. Nelle settimane seguenti l’illuminazione viene ripristinata, e ci si può

 

 

attendere che le galline sopravvissute- alcune muoiono per lo shock- sono

 

abbastanza produttive da meritare di venir tenute per altri 6 mesi. Oppure si

 

cerca di diminuire il periodo della muta o di eliminarlo. Non riuscendo ad abolirlo del tutto, si è trovato però il modo di ritardare la prima manifestazione del fenomeno, questo è possibile dai cambiamenti nell’ambito dell’alimentazione e dell’aiuto farmacologico, in quanto la "muta" è un fenomeno di natura ormonale sul quale intervengono vari fattori fisiologici che possono essere influenzati dall’esterno, è conveniente perché si diminuisce la fase della pubertà, le galline producono più uova in un’età più precoce.

 

 IL CALVARIO DEGLI AVICOLI AL MATTATOIO 

 

C'e per tutti gli animali anche per gli avicoli un momento di particolare disagio e sofferenza è il momento del viaggio, con l’aggravante che essendo questi animali di “poco valore” poco importa se qualcuno di loro muore durante il tragitto o arriva gravemente ferito al macello. Di solito il caricamento degli autocarri si effettua nelle ore notturne a partire dall’una o le due di notte. Si tratta di caricare fino a 25.000 di polli o galline nel minor tempo possibile. Chi lavora a queste ore, sovente per stipendi di basso livello, non ha certo la sensibilità da vendere e già patisce per la levataccia, che non si potrà neanche recuperare il giorno successivo, quando il lavoro inizierà più o meno sempre alla stessa ora, alle prime luci della giornata. La depressione o la rabbia può trovare facile sfogo su animali ormai incapaci di camminare, debilitati dalla dura vita condotta, con gli arti deformati dal peso e quasi incapaci di camminare. Sovente capita che gli animali siano catturati e poi lanciati come palloni, anche come divertimento per trascorrere in qualche modo le lunghe ore necessarie ad ingabbiare tutti quei polli. Una volta catturati vengono inscatolati nelle gabbie nelle quali sono stipati e ammassati in maniera da non poter quasi respirare, schiacciati gli uni agli altri, senza possibilità di effettuare il minimo movimento. Le gabbie sono poi impilate le une sulle altre, così le feci e le urine di quelle superiori cadono su quelle inferiori. Il vaggio è un calvario, poco spazio, con l’aria che sferza i corpi ed infatti spesso si vedono delle piume staccarsi e perdersi nel vento.


Galline allevate a terra

Ci sono associazioni, in Italia e all’estero, che fanno campagne su questo tema e invitano le persone a comprare uova, anziché di batteria, di galline allevate in questo modo. 
Queste campagne, purtroppo, sono peggio che inutili. Sono dannose, perché inducono le persone a credere che cambiare tipo di allevamento sia una soluzione e che le uova prodotte in questo modo siano “senza crudeltà” o che addirittura “salvino le galline”. 
Questo è assolutamente falso.Va detta innanzitutto una cosa: se è vero che i due anni di vita di una gallina allevata in gabbia sono terribili, perché non può muoversi, non può stendere le ali, ha le zampe ferite dalla rete, le viene tagliato il becco per evitare che ferisca le sue compagne (le galline non sono animali aggressivi, ma la prigionia le fa impazzire, come accadrebbe a qualunque essere umano, per questo si attaccano tra loro), e che quindi certamente togliere le galline da questa situazione è un passo positivo, va detto che l’allevamento “a terra” non significa allevamento in libertà. Significa che le galline sono tenute in capannoni dove si respira un’aria insalubre, dove non possono mai vedere il sole, dove soffrono comunque di malattie dovute alla prigionia continuata, e dove vengono comunque nutrite con mangimi pieni di sostanze chimiche e farmaci per curare le malattie endemiche e prevenire le epidemie (a volte con scarso successo, come dimostrano le notizie quotidiane che raccontano di epidemie devastanti in questo o quell’allevamento).
Anche quelle poche allevate “all’aperto”, anziché “a terra”, dopo due anni sono sempre e comunque portate al macello, non esistono dei «rifugi per galline pensionate».
Inoltre, per ogni pulcino femmina che viene fatto nascere per la successiva produzione di uova, un pulcino maschio nasce e viene ucciso - soffocato o triturato - perché la probabilità che un pulcino nasca femmina o maschio è del 50%, e solo le femmine sono utili a fare le uova, i maschi vengono “scartati” subito.
Per salvare animali e risparmiare loro sofferenza e morte, quindi, non basta scegliere un tipo di allevamento piuttosto che un altro, non serve a nulla se la quantità di “cibi animali” consumati rimane la stessa.
Non serve perché il numero di animali uccisi rimane uguale.
Non serve perché è impossibile che i metodi di allevamento cambino davvero se non diminuisce la richiesta di prodotti animali: i continui slittamenti
di ogni normativa “a tutela” degli animali d’allevamento lo dimostrano.
Allo stesso modo in cui lo dimostrano i tanti casi di illegalità (nei trasporti, negli allevamenti, nei macelli) che non si possono arginare a causa dei controlli troppo poco numerosi. 
Come si potrà mai sperare di tenere sotto controllo la situazione se il numero di animali allevati continua a rimanere sempre lo stesso, o aumenta? Solo con una diminuzione sarà possibile sperare di andare, passo a passo, verso una situazione migliore!
Diffidate di chi vi promette che gli animali staranno meglio cambiando solo tipo di allevamento senza chiedervi di diminuire i consumi.
Non potrà mai essere così. Per fare davvero qualcosa per far cambiare in meglio le condizioni degli animali, occorre come minimo diminuire i consumi, per far diminuire il numero di animali allevati.
Con la scelta vegan questa diminuzione è del 100%, ed è quindi la soluzione.
Ma se dovete dare un consiglio, o affrontare questo tema con persone che sono ancora lontane dal voler fare la scelta vegan, consigliate loro di diminuire i consumi, non di comprare uova diverse. Cambiare tipo di uova acquistate, e consumarne sempre la stessa quantità, non salva animali, non fa cambiare le leggi, non fa diminuire gli abusi.
Serve a mettere a posto la coscienza e far dimenticare il problema. Che continuerà però ad esistere.


POLLI DA INGRASSO

I Polli da ingrasso (detti broilers) sono stabbiati nei capannoni su superfici totalmente libere ma estremamente ridotte a causa del sopraffollamento; per ogni pollo non vi è uno spazio superiore ai 20-30 cm quadrati di superficie, hanno pareti massicce, prive di finestre e ricorrono alla ventilazione artificiale che è idonea a tenere in vita gli animali in circostanze normali, ma se ci dovrebbe essere un guasto elettrico essi ben presto soffocherebbero, giacchè non tutti i produttori di broilers hanno generatori elettrici di riserva. I polli non vedono mai la luce del giorno, fino al momento in cui vengono portati fuori per essere uccisi, né respirano mai aria fresca, né razzolano mai all’aperto. Gli animali devono raggiungere il peso ottimale per la vendita in soli 38 giorni o poco più e quindi la loro alimentazione è molto spinta. Il peso corporeo, troppo elevato e raggiunto in maniera troppo rapida, fa sì che la struttura ossea non riesca ad adeguarsi e a rinforzarsi a sufficienza così, negli ultimi giorni della loro vita, essi non riescono neppure a spostarsi se non per percorsi brevissimi, perché le ossa sono deformate e così le articolazioni così da raggiungere una situazione di semi paralizzazione. I polli non possono neppure coricarsi normalmente, ma si lasciano letteralmente cadere al suolo e, anche se volessero spostarsi e le ossa lo permettessero, occorrerebbe che vi fosse l’intesa di tutti per potersi muovere, in quanto allo spostamento di un individuo deve corrispondere quello degli altri.

 

La lettiera su cui stanno non viene mai cambiata, se non dopo l’allontanamento di

 

tutti i soggetti, essa viene introdotta nuova con l’arrivo degli animali, e rimane la

 

stessa fino al termine del ciclo di allevamento. Il mantenimento della stessa lettiera fa accumulare tutta l’urina e le feci nell’ambiente sviluppando enormi quantitativi di ammoniaca che infiamma le vie respiratorie. La qualità della loro vita è scadentissima, il ritmo giorno/notte è totalmente alterato in quanto viene tenuto un livello di illuminazione neutro, un’atmosfera in mezza penombra perché così gli animali mangiano molto di più e in maniera continuativa, hanno solo quattro ore di buio, tempo che non pare sufficiente a consentire riposo idoneo e quindi ad evitare stress e malessere negli animali.

 

IL CALVARIO DEGLI AVICOLI AL MATTATOIO

Come per tutti gli animali anche per gli avicoli un momento di particolare disagio e

 

sofferenza è il momento del viaggio, con l’aggravante che essendo questi animali di

 

"poco valore" poco importa se qualcuno di essi muore durante il tragitto o arriva

 

gravemente ferito al macello. Di solito il caricamento degli autocarri si effettua nelle ore notturne a partire dall’una o le due di notte. Si tratta di caricare fino a 25.000 di polli o galline nel minor tempo possibile. Chi lavora a queste ore, sovente per stipendi di basso livello, non ha certo la sensibilità da vendere e già patisce per la levataccia, che non si potrà neanche recuperare il giorno successivo, quando il lavoro inizierà più o meno sempre alla stessa ora, alle prime luci della giornata. La

 

depressione o la rabbia può trovare facile sfogo su animali ormai incapaci di camminare, debilitati dalla dura vita condotta, con gli arti deformati dal peso e quasi

 

incapaci di camminare. Sovente capita che gli animali siano catturati e poi lanciati

 

come palloni, anche come divertimento per trascorrere in qualche modo le lunghe

 

ore necessarie ad ingabbiare tutti quei polli. Una volta catturati vengono inscatolati

 

nelle gabbie nelle quali sono stipati e ammassati in maniera da non poter quasi

 

 

respirare, schiacciati gli uni agli altri, senza possibilità di effettuare il minimo

 

movimento. Le gabbie sono poi impilate le une sulle altre, così le feci e le urine di

 

quelle superiori cadono su quelle inferiori. Il vaggio è un calvario, poco spazio,

 

con l’aria che sferza i corpi ed infatti spesso si vedono delle piume staccarsi e

 

perdersi nel vento.

 

 

 

 

 

 

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L'UNICO MODO PER FERMARE TUTTA QUESTA VIOLENZA E' NON MANGIARE GLI ANIMALI E I SUOI DERIVATI E SCEGLIERE L'ALIMENTAZIONE SENZA CRUDELTA': VEGAN!

 

Per approfondire www.laverabestia.org