Felpe, polo e giacche dal riciclo delle bottiglie di plastica made in Italy

Riciclare la plastica e farne capi di abbigliamento. Sulla piattaforma di crowdfunding Ulule arriva Q-Bottles, il progetto tutto italiano che ha lo scopo di realizzare felpe, polo e giacconi dalle vecchie bottigie di plastica

Q-Bottles nasce interamente in Piemonte su iniziativa di Quagga, azienda italiana che realizza capi costituiti al 100% da fibre riciclate prive di sostanze nocive, e grazie ad esso ogni giacca, felpa e polo viene realizzata con la plastica di bottiglie rinnovate, che in questo modo non vengono abbandonate nell’ambiente. 

Non tutti sanno che, infatti, dalle bottiglie si ottengono tessuti d’avanguardia, come un jersey in poliestere leggero, traspirante e resistente che viene poi colorato con tinture eco-compatibili.

Così, se secondo l’UNEP (United Nations Environment Programme) ogni anno 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiscono negli oceani provocando 8 miliardi di dollari di danni agli ecosistemi marini, grazie allo sviluppo di nuove tecnologie anche la moda potrà fornire il suo contributo per cercare di ridurre la quantità di rifiuti che ogni anno finiscono in discarica o abbandonati sui litorali.

A questo scopo, Quagga ha lanciato sulla piattaforma di crowdfunding Ulule il progetto Q-Bottles, per trasformare semplici bottiglie di plastica in abbigliamento sostenibile, cruelty free e Made in Italy.

Con Q-Bottles “vogliamo dimostrare che è possibile ottenere il comfort e le caratteristiche del cotone utilizzando fibre ottenute dal riciclo di materie plastiche presenti sul territorio, con assoluti vantaggi in termini di ecocompatibilità: a fine vita i capi in poliestere possono essere nuovamente riciclati”, spiegano i progettisti di Quagga.

Per il progetto Q-Bottle, la fibra riciclata Newlife è stata prodotta da Sinterama Spa (Biella) con certificazione Global Recycle Standard stabilita da ICEA e Confidence in Textiles (Oeko Tex Standard 100). La trasformazione delle fibre in tessuto è invece opera di Alpimaglia Srl, in provincia di Torino.


L’obiettivo di 50 prevendite che Quagga ha voluto raggiungere con il progetto Q-Bottles su Ulule è stato ampiamente superato: il crowdfunding si è infatti chiuso con 146 capi etici e sostenibili prenotati, a dimostrazione che una moda responsabile e attenta all’ambiente, completamente Made in Italy, è possibile.

Articolo del 27/10/2017

 

Fonte: Greenme


Parigi: addio auto a benzina e diesel dal 2030

Via le auto benzina e diesel da Parigi entro il 2030. Oltralpe fa sul serio e si guarda con rinnovato interesse alla mobilità sostenibile, anticipando addirittura i tempi.

Di recente infatti la Francia aveva annunciato la volontà di fermare la vendita di auto a benzina e diesel entro il 2040 e diventare carbon neutral 10 anni dopo. È quanto prevede il piano ambientale più ampio del ministro dell’Ecologia Nicolas Hulot.

Ma Parigi vuole addirittura anticipare di un decennio l'abbandono delle auto più inquinanti e lo ha annunciato proprio oggi.

La mossa segna un'accelerazione nei piani per allontanare il paese dai combustibili fossili e per passare il prima possibile ai veicoli elettrici in una città spesso obbligata a imporre temporanei divieti a causa dello smog, delle polveri sottili e più in generale delle pessime condizioni della qualità dell'aria.

Il Municipio di Parigi ha fatto sapere che anche se il governo nazionale ha già fissato una data, il 2040, per la fine delle vendite delle automobili alimentate dai combustibili fossili, la capitale non può attendere e il prossimo decennio potrà essere l'ultimo.

“Si tratta di pianificare a lungo termine una strategia che ridurrà i gas a effetto serra”, ha dichiarato Christophe Najdovski, responsabile della politica dei trasporti parigini. “La mobilità è uno dei principali produttori di gas a effetto serra quindi stiamo progettando l'addio ai veicoli con motore a combustione, o veicoli che usano combustibili fossili entro il 2030”.

La capitale francese, che ospiterà i Giochi Olimpici nell'estate del 2024 e in cui si è svolta la Cop21, la conferenza sui cambiamenti climatici, aveva anche considerato la possibilità di eliminare le auto a diesel nel periodo delle Olimpiadi.

Parigi dal canto suo ha tutte le carte in regola per farlo visto che vanta un buon sistema di trasporto pubblico, con numerose linee metropolitane. Su 66 milioni di abitanti, in Francia circolano circa 32 milioni auto. Molti parigini non possiedono autovetture, ma si spostano usando solo i mezzi pubblici o altri sistemi come bike e car sharing.

Il divieto dei veicoli a benzina e diesel non sarebbe altro che un ulteriore passo in avanti.

Articolo del 27/10/2017

Fonte: Greenme


La Cina vuole eliminare tutte le auto a diesel e benzina entro il 2020

La Cina dice addio alle auto a benzina e diesel. Il colosso asiatico punta a una mobilità più sostenibile e promette, nel prossimo futuro, di eliminare dalla vendita le auto più inquinanti, sostituendole con quelle elettriche.

La decisione di dire addio definitivamente ai veicoli a benzina e diesel è solo una delle ultime tattiche aggressive che la Cina sta mettendo in atto per ridurre gli elevati livelli di inquinamento atmosferico.

Si tratta di una scelta importante, visto che la Cina è il più grande mercato automobilistico mondiale. Solo lo scorso anno, ha venduto 28 milioni di automobili, un terzo degli 88 milioni di veicoli venduti in tutto il mondo.

L'annuncio arriva dal forum dell'industria automobilistica che si è svolto lo scorso fine settimana. Xin Guobin, vice ministro dell'industria e dell'IT, ha dichiarato che il ministero ha iniziato a pianificare una linea temporale per vietare la vendita delle automobili a benzina e diesel e dei veicoli commerciali leggeri. Xin Guobin, ha spiegato:

“Queste misure promuoveranno profondi cambiamenti per l'ambiente e daranno slancio allo sviluppo dell'industria automobilistica cinese. Le imprese dovrebbero cercare di migliorare il livello di risparmio energetico delle auto tradizionali e sviluppare nuovi veicoli”.

La Cina e la mobilità elettrica

Lo scorso anno, il colosso asiatico ha prodotto e venduto più di 28 milioni di veicoli, di questi quelli elettrici venduti sono stati 500.000, oltre il 50% in più rispetto all'anno precedente.

Il governo ha introdotto nel mese di giugno il progetto di un regolamento per obbligare i costruttori di auto a produrre veicoli a motore elettrico entro il 2020 attraverso un complesso sistema di quote. Ciò invoglierà anche i produttori di veicoli stranieri ad aumentare la produzione di automobili elettriche in Cina. Volvo introdurrà la sua prima auto 100% elettrica in Cina nel 2019, mentre Ford commercializzerà il suo primo veicolo ibrido all'inizio del prossimo anno e prevede che il 70% di tutte le sue auto disponibili in Cina entro il 2025 saranno elettriche.

Non solo auto. Anche le infrastrutture dovranno essere adeguate all'ambizioso progetto cinese volto a rendere sostenibile la propria mobilità. Entro quest'anno, nel paese verranno installati anche 800.000 punti di ricarica.

Il paese aveva già realizzato 150.000 punti di ricarica. Ciò ha già consentito agli automobilisti delle grandi città, come Pechino e Shanghai, di avere a disposizione una stazione di ricarica ogni 5 km.

Anche altri paesi hanno deciso di dire addio alle auto più inquinanti. Il Regno Unito, l'Olanda, la Francia e la Norvegia tra qualche anno vieteranno le vendite di auto e furgoni diesel e benzina.

Articolo del 14/'09/2017

 

Fonte: Greenme


Le batterie biologiche che generano energia con la saliva

Di moderne e curiose batterie abbiamo parlato più volte. Si tratta di soluzioni che cercando di essere più sostenibili e alla portata di tutti. All’elenco aggiungiamo oggi delle bio-batterie che arrivano dagli Stati Uniti e si attivano con la saliva!

Le batterie di cui parliamo sono state realizzate da un team di ricerca guidato da Seokheun Choi (già noto per aver ideato le prime batterie di carta) presso la Binghamton University di New York. La particolarità è che questi dispositivi sono alimentati da batteri capaci di generare energia utilizzando appunto delle gocce di saliva.

Si tratta in sostanza di batterie di carta alimentate da batteri liofilizzati e inattivi che a contatto con la saliva entrano in azione e sono in grado di produrre energia in pochi minuti. I vantaggi sono evidenti: si può produrre elettricità con un fluido reperibile ovunque e a costo zero e, il fatto che i batteri siano liofilizzati, rende possibile una lunga conservazione e la possibilità di trasportarli dove ce n’è più bisogno.

Le nuove batterie hanno, per il momento, una potenza limitata, si riesce infatti ad accendere solamente un Led. I ricercatori però non escludono che in futuro, implementando la ricerca, il loro potenziale diventi molto più ampio e si possano sfruttare in particolare nei paesi in via di sviluppo dove le classiche batterie sono difficili da reperire.

Così ha spiegato il professor Choi l’importanza della sua scoperta:

"La generazione di piccole quantità di energia su richiesta è utile soprattutto per le applicazioni diagnostiche nei Paesi in via di sviluppo. Tipicamente queste applicazioni richiedono solo poche decine di microwatt per pochi minuti, mentre le tradizionali batterie presenti in commercio sono troppo costose e sofisticate, senza contare poi il problema dell'inquinamento". 

L’idea delle batterie a saliva è frutto di anni di ricerche del professor Choi e del suo team di ricerca. Si è partiti da delle batterie di carta presentate all’inizio dell’anno a Las Vegas. Queste sono in sostanza dei semplici fogli in cui l’energia si genera tramite gocce d’acqua con all’interno batteri che respirando consentono il passaggio di corrente. La fase successiva è stata poi quella di liofilizzare i batteri e inattivarli fino al momento in cui entrano in contatto con della saliva, sostanza che li fa "risvegliare".

Fonte: Greenme

Articolo del 02/10/2017


Gran Bretagna: stop ai veicoli a benzina e diesel dal 2040

La Gran Bretagna segue l’esempio della Francia e di altri paesi europei e promette di mettere al bando auto e furgoni a benzina e diesel a partire dal 2040.

Dopo che a luglio il ministro dell’ambiente francese, Nicholas Hulot, aveva dichiarato l’intenzione di dire stop alle auto a benzina e diesel entro il 2040, adesso anche la Gran Bretagna vuole fare la sua parte per fronteggiare il problema dell’inquinamento atmosferico.

Il ministro dell'ambiente Michael Gove ha annunciato l'intenzione di vietare i "vecchi" ed inquinanti veicoli nell'ambito di un più vasto piano da ben 3 miliardi di sterline che, entro marzo del prossimo anno, proporrà una serie di misure per ridurre i livelli di anidride carbonica nell’aria. Tra queste: le migliorie del trasporto pubblico, il potenziamento dei taxi e nuove piste ciclabili e pedonali. 

Il governo inglese si è infatti impegnato ad investire 2,7 miliardi di sterline per migliorare la qualità dell’aria nel paese, ulteriori 250 milioni di sterline saranno destinate agli enti locali per fronteggiare le emissioni di diossido di azoto (NO2)causate dai veicoli diesel. Tra le possibili soluzioni vi sono tra l'altro la rimozione delle gobbe di velocità, la riprogrammazione dei semafori e la modifica dei layout stradali.

Un po’ tutti i paesi dell’Ue si stanno mobilitando per fronteggiare il problema dell’inquinamento atmosferico soprattutto nelle grandi città e uno dei sistemi messi in campo è proprio quello che propone modifiche sostanziali ai trasporti. Tra i provvedimenti di cui si discute di più c'è appunto quello che vuole vietare la vendita di auto e altri veicoli alimentati a benzina o diesel, a favore invece di trasporti più sostenibili.

La Gran Bretagna ha però azzardato anche qualcosa in più: il divieto riguarderebbe anche le auto ibride ossia quelle dotate di doppio motore, termico ed elettrico.

L’ambizione del governo britannico è quella di veder diventare il proprio paese il leader nell’uso di veicoli elettrici che attualmente rappresentano invece solo l'1% sul totale delle vendite di veicoli in Gran Bretagna.

Le buone intenzioni però non bastano ai gruppi ambientalisti inglesi che ritengono queste proposte ancora insufficienti per arginare il problema soprattutto nell’immediato. Come ha dichiarato Areeba Hamid, di Greenpeace UK:

"I bambini in tutto il Regno Unito continueranno ad essere esposti all'inquinamento atmosferico dannoso per gli anni a venire, con impatti potenzialmente irreversibili. La visione a lungo termine non è sufficiente, Gove deve proteggere la nostra salute in questo momento dai fumi tossici che inquinano le strade".

Articolo del 13/08/2017

Fonte: Greenme

 


In India il primo treno alimentato dai pannelli solari sul tetto

Viaggiare in treno in India diventerà più green. Qualche giorno fa la Indian Railwaysha presentato il primo treno equipaggiato con pannelli solari, montati sul tetto dei vagoni. E’ accaduto simbolicamente a Delhi, metropoli tristemente nota per le condizioni di inquinamento in cui vivono gli abitanti.

Pannelli solari per dare energia al treno

Il treno è un 1600 HP DEMU, il primo di una serie di convogli a rappresentare unasvolta green nel comparto del trasporto ferroviario indiano. I pannelli serviranno ad alimentare le luci, i display, i sistemi di ventilazione. L’obiettivo della Indian Railway è quello di procedere con l’installazione di pannelli solari su altri 24 treni nel giro dei prossimi 6 mesi. In passato erano generatori diesel a provvedere al fabbisogno di energia dei convogli, mentre il nuovo assetto include un regolatore di carica solare MPPT ed è stato progettato perché i treni possano essere alimentati anche durante le ore notturne. Un sistema che comprende una batteria 120 ah consentirà di immagazzinare l’energia in eccesso prodotta durante le ore più favorevoli della giornata. 

Pare che non sia stato semplice installare i pannelli solari sul tetto delle carrozze: il managing director della Indian Railways Organization for Alternative Fuels (IROAF), che ha sviluppato il sistema fotovoltaico, ha infatti spiegato che il treno viaggia ad una velocità di 80 km orari e ha un ciclo di vita di circa 25 anni, di conseguenza la sfida è stata anche quella di garantire che i pannelli abbiano una durata altrettanto lunga e che non riportino danni dovuti agli spostamenti ad una tale velocità

Il risparmio: energetico ma non solo 

Secondo quanto annunciato dalla società, i pannelli riusciranno ad evitare la produzione di 9 mila kg di CO2 per treno ogni anno. 16 pannelli solari generano ognuno 300 W di energia e offrono un picco di capacità di 4.5 kW per ogni carrozza. Il sistema può generare circa 20 kWh di energia pulita. Secondo le aspettative, il risparmio sarà di circa 21 mila litri di gasolio all’anno

L’impegno del governo indiano Il ministro indiano dei trasporti Shri Suresh Prabhakar Prabhu ha reso noto che le ferrovie hanno intenzione di mostrare il proprio impegno nella conservazione dell’ambiente proprio puntando sull’utilizzo di una quantità maggiore di energia pulita. Ma in una nota vengono elencate altre azioni concrete come l’utilizzo di bio-toilets, biocarburanti ed energia eolica.

Articolo del 19/07/2017

Fonte: Greenme


Paper House: la leggendaria casa fatta di carta che resiste dal 1922

Una casa interamente fatta di carta, utilizzando i giornali dell'epoca. Una costruzione che ha resistito alle intemperie e al trascorrere degli anni. Siamo a Rockport, in Massachusetts, non molto lontano da Boston. Qui nel 1922 Elis Stenman, un ingegnere meccanico, iniziò a costruire la sua piccola casetta estiva. Si chiama Paper House, esiste ancora e oggi è un museo.

La sua costruzione è partita come quella di una qualsiasi altra casa, utilizzando la legna e le classiche coperture per il tetto ma quando si è trattato di tirare su le pareti, Stenman ha pensato a una soluzione diversa, a un materiale diverso.

Così, incollando insieme vari fogli di vecchi giornali (circa 100.000), fino a raggiungere lo spessore di circa 2,5 cm, Elis ha tirato su le mura. Ma non solo. Ogni cosa all'interno è fatta di carta, dai tramezzi all'arredamento: sedie, tavoli, librerie, tende e anche un orologio fatte di pagine di giornali e riviste. Solo il camino è in mattoni, per ovvie ragioni.

In origine, aveva in mente di coprire le pareti esterne con delle assi ma la carta è sopravvissuta così bene al primo inverno da spingerlo a mantenere l'idea, aggiungendo però altri strati di carta.

Stenman ha completato la casa in soli due anni e lì ha vissuto fino al 1930, ma ha continuato ad effettuare altri esperimenti con la carta riciclata.

 

Articolo del 26/01/2017

Fonte: Greenme


Costa Rica alimentata per il 98% dalle rinnovabili nel 2016

La Costa Rica ha raggiunto un nuovo record. Ha ottenuto il 98% della propria elettricità da fonti rinnovabili nel 2016. Lo ha confermato il Costarica Electricity Institute.

La nazione si era già dimostrata in grado di toccare questo record nel 2015 e lo ha riconfermato per il 2016. Nel 2017 si attendono ulteriori miglioramenti grazie alla costruzione di quattro nuovi parchi eolici.

A permettere simili risultati sono sia gli investimenti nelle rinnovabili che lo stile di vita degli abitanti della nazione. Infatti in Costa Rica viene utilizzato circa un settimo dell’energia elettrica pro-capite che occorre ad un comune cittadino statunitense in un anno.

La Costa Rica sta diventando una nazione all’avanguardia per quanto riguarda le rinnovabili e sta fornendo ai cittadini elettricità, cure sanitarie e istruzione trovando il modo di pesare sul Pianeta il meno possibile.

L’energia viene prodotta grazie ai pannelli solari, alle turbine eoliche e agli impianti idroelettrici. Per il sistema dei trasporti vengono utilizzati ancora petrolio e benzina, ma ci aspettiamo una maggiore indipendenza dalle fonti fossili in questo settore nei prossimi anni.

Quando si tratta di pesare meno sul Pianeta per le proprie necessità energetiche la Costa Rica è avanti anni luce rispetto ad altre nazioni, anche se ha comunque ancora molta strada da fare.

Nel 2016 si è distinta per essersi alimentata per oltre 150 giorni esclusivamente grazie alle energie rinnovabili e questo impegno ha portato davvero a ottimi frutti alla fine dell’anno.

Un risultato notevole, che conferma la volontà della piccola repubblica centroamericana di arrivare ad utilizzare, entro il 2021, solo fonti di energia pulita.

Articolo del 05/01/2017

Fonte: Greenme


La prima strada solare del mondo inaugurata in Francia

Strade fotovoltaiche, in Francia sono realtà. Ieri in Normandia il Ministro dell'ecologia francese Ségolène Royal ha inaugurato il progetto WattWay di Colas. Un solo km ricoperto di pannelli solari soddisferà il fabbisogno energetico di 3400 persone, nel centro di Tourouvre-au-Perche.

Il cemento ha lasciato il posto a 2800 mq di pannelli fotovoltaici che saranno “calpestati”sulla RD5 ogni giorno da circa 2000 automobilisti. Si tratta della prima strada al mondo dotata di celle solari.

Nei mesi scorsi, i pannelli sono stati testati all'interno di quattro parcheggi in tutta la Francia. Il costruttore è Colas e il progetto è costato circa 5 milioni di euro. Altrove, ad esempio negli Stati Uniti, tali soluzioni sono in fase di test come a Sandpoint dove è in corso la sperimentazione di SolarRoadways, resa possibile anche grazie al crowdfunding.

Ma in Francia sarà il piccolo paese di Tourouvre-au-Perche a beneficiare dell'energia pulita prodotta.

A tagliare il nastro ieri è stata Ségolène Royal. Il ministro si è augurato di vedere tante strade francesi ricoperte dai pannelli.

Ricoperto da 2.880 pannelli fotovoltaici, il tratto stradale interessato è quello tra l'uscita sud di Tourouvre e l'incrocio con la N12, nella località di Le Gué-à-Pont.

Il progetto rientra nella legge sulla transizione energetica che coinvolge iniziative innovative e ambiziose. L'energia elettrica pulita prodotta da questo tratto di strada solare sarà immessa in rete. È prevista una produzione annua pari a 280 MWh. La produzione giornaliera sarà variabile, in base alle condizioni del tempo e alle stagioni

In media, potrebbe raggiungere i 767 kWh al giorno, con punte fino a 1.500 kWh in estate. Un pannello informativo installato vicino alla strada (anch'esso alimentato dall'energia pulita) indicherà sia l'immediata produzione sia quella totale.

Per il direttore di Wattway, Jean-Charles Broizat, questo progetto è un passo importante verso lo sviluppo delle strade solari:

“Siamo ancora in una fase sperimentale. Costruire un sito di prova di questa scala è una grande opportunità per la nostra innovazione perché ci ha permesso di migliorare il nostro processo di installazione di pannelli fotovoltaici, nonché la loro produzione, al fine di continuare a ottimizzare la nostra innovazione”.

Un primo passo in avanti. La Francia ci sta provando sul serio. E l'Italia?

 

Articolo del 23/12/2016

Fonte: GreenMe


Le buste di plastica 100% vegetali e biodegradabili commestibili

In India il problema dell’accumulo di rifiuti di plastica diventa sempre più grave. La regione di Delhi ha deciso di mettere al bando la plastica usa-e-getta dal 2017. Come risolvere la situazione? Arrivano le buste di plastica vegetale 100% biodegradabili e addirittura commestibili.

Il giovane imprenditore Ashwath Hegde si è reso conto che le buste di plastica usa-e-getta rappresentano non soltanto un problema ambientale, ma anche economico. Infatti non tutti si possono permettere di acquistarle quando vanno a fare la spesa, in più si tratta delle classiche buste di plastica usa-e-getta che una volta rotte non si possono né riutilizzare né riciclare.

Ha dunque pensato alla realizzazione di buste di plastica formate da composti vegetali che siano realmente biodegradabili in breve tempo. Le buste di plastica EnviGreen vengono descritte come 100% biodegradabili e EcoFriendly.

Queste nuove buste di plastica sibiodegradano naturalmente in 180 giorni e all’istante se vengono immerse in acqua bollente. In più il materiale con cui sono composte è così naturale che le buste EnviGreen vengono considerate commestibili.

Si sciolgono in acqua bollente e dopo questa operazione la stessa acqua utilizzata risulta potabile. Per risultare più sostenibili le buste biodegradabili EnviGreen dovranno essere realizzate con scarti della produzione agricola e non con materie prime coltivate appositamente.

Di fronte ai sacchetti monouso, anche quando sono biodegradabili e realizzati con materie prime vegetali, rimaniamo sempre con qualche dubbio, perché preferiremmo che le buste di plastica non riciclabili venissero sostituite con borse per la spesa resistenti, ad esempio in tela o in materiale robusto e impermeabile, in modo che possano essere riutilizzate per anni e non gettate poco dopo.

E’ interessante il fatto che queste nuove buste ideate in India si sciolgano in acqua senza contaminarla. Secondo voi potrebbero rappresentare un’alternativa, almeno momentanea, per ridurre l’accumulo di rifiuti di plastica non riciclabile?

Articolo del 08/12/2016

Fonte: Greenme


Ecco l’hamburger vegetale che salverà il mondo

Secondo le stime della Fao, nel mondo ci sono 19 miliardi di galline, ovvero tre polli per ogni essere umano. Ma anche un miliardo e mezzo di bovini, un miliardo di ovini e un miliardo di suini che, complessivamente, rappresentano gran parte del patrimonio proteico dell’umanità. Un patrimonio che garantisce la sopravvivenza della (nostra) specie, ma che porta con sé un bilancio carico di passività. 

 

Gli allevamenti globali producono il 14,5% delle emissioni di gas serra: più della somma delle emissioni di auto, treni, aerei e navi messi insieme (13%). Secondo la Fao è il 5% dell’anidride carbonica prodotta dalla civiltà umana; il 53% del protossido di azoto e il 44% del metano, due gas serra ben più potenti della CO

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. Le mucche in particolare, per via del loro particolare apparato digerente, sono responsabili (davanti e dietro) di gran parte di quel metano. Inoltre, viste le grandi quantità di cibo necessarie per produrre una bistecca – in termini di consumo di acqua, di suolo, di fertilizzanti nonché di scarti generati – non c’è proteina al mondo altrettanto inefficiente e «costosa» per l’ambiente. 

 

 

Non siamo qui a suggerire di abbandonare i consumi planetari di carne. Semmai, a far notare che non è il caso che crescano ulteriormente, come invece è avvenuto negli ultimi vent’anni grazie ai due miliardi di commensali che si sono aggiunti a tavola, e grazie ai nuovi costumi alimentari diffusi laddove il reddito procapite si è moltiplicato. Sappiamo già che la popolazione crescerà ancora, insieme ai prodotti interni lordi di molte nazioni. In altre parole, il sistema alimentare planetario non è sostenibile. Il modello di approvvigionamento delle proteine va ristrutturato. 

 

La Impossible Foods, una startup della Silicon Valley dal nome molto esplicito, dopo aver raccolto 182 milioni di capitale, ha cominciato dunque a produrre hamburger che assomigliano agli hamburger, ma che sono interamente prodotti con materie prime vegetali. «Hanno il sapore e l’aspetto della carne macinata – assicura Pat Brown, il fondatore – e si cuociono allo stesso modo». Al momento, l’unica possibilità di assaggiare un Impossible Burger è fare la coda davanti a Momofuku Nishi, un locale di Manhattan. Ma saranno presto commercializzati su più larga scala, insieme a nuovi prodotti di falsa «macelleria» interamente composti da materie prime vegetali. Perché l’hamburger vegetale non è una novità. Quello che sa di carne, sì. 

 

Beyond Meat, anche questa azienda californiana, è ben più avanti nella commercializzazione. I suoi prodotti, che includono l’immancabile hamburger ma anche filetti di pollo senza traccia di pollo e piatti già preparati a base di verdure e manzo senza traccia di manzo, sono già disponibili nei negozi della catena di supermercati salutisti Whole Foods. Le recensioni della stampa sono più che incoraggianti. «Il Beyond Burger ha buone possibilità di convertire anche i carnivori più incalliti», scrive Fast Company, una rivista dedicata all’economia dell’innovazione. «Durante la cottura, sfrigola e profuma come un vero hamburger». 

 

Ma c’è anche chi cerca di spingersi più in là. La Memphis Meats – che nonostante il nome abita a San Francisco – non intende trovare la formula vegetale dell’hamburger del futuro, ma qualcosa di molto più complicato e, quindi, lontano nel tempo. «Il concetto – reclamizza Uma Valeti, CEO dell’azienda – è semplice: perché non allevare la carne invece di allevare gli animali?». In altre parole, l’idea è quella di produrre vera carne attraverso una riproduzione cellulare in laboratorio. A febbraio, la startup ha prodotto «la prima polpetta in vitro della storia». O, se volete, la prima polpetta che non proviene da un macello. Il procedimento funziona, ma ha evidentemente bisogno di essere raffinato: per produrre mezzo chilo di carne, Valeti ha speso 18mila dollari. 

 

Se al quadro aggiungiamo Ripple Foods Muufri (che stanno già commercializzando un latte vegetale che sa di latte), nonché Clara Foods Hampton Creek (che producono alternative alle uova), si ha l’impressione che il movimento per la sostituzione proteica si stia facendo strada. In realtà però, c’è qualcosa di più. Non soltanto queste nascenti imprese godono di appoggi finanziari da parte dei grandi venture capitalists della Silicon Valley (Google e Bill Gates, ad esempio, sono fra gli investitori di Impossible Foods). Ma le forze dell’innovazione e della consapevolezza ambientale stanno spingendo affinché questa parziale sostituzione delle proteine avvenga in tempi ancora più rapidi. 

 

Due settimane fa è stata così annunciata una coalizione fra grandi strutture di investimento che include - fra gli altri - tre grandi fondi pensione svedesi e aziende come Aviva Investors, Boston Common, Coller Capital, Folksam, Nordea e Robeco. La coalizione, che complessivamente gestisce fondi per 1.250 miliardi di dollari, intende fare pressione su sedici multinazionali alimentari (fra le quali Kraft Heinz, Nestlè, Unilever, Tesco e Walmart) in modo da «limitare i rischi inerenti all’allevamento dei bovini». Anche portando sugli scaffali «più prodotti adatti a incoraggiare un cambiamento nei consumi proteici» della gente. 

 

«Negli allevamenti – osserva la Fao – le emissioni di protossido di azoto, di metano e di anidride carbonica sono in realtà perdite di azoto, di energia e di materia organica. Occorre usare tecnologie e pratiche capaci di migliorare l’efficienza» della produzione di carne. Così, il braccio alimentare delle Nazioni Unite offre una serie di prescrizioni, soprattutto per gestire i dannosi allevamenti bovini: migliorare la qualità (e le dimensioni) delle razze allevate, cambiare la loro dieta per diminuire la produzione di metano, gestire i loro escrementi in modo da sfruttare il metano invece di liberarlo nell’atmosfera. Per impossible che sia, sembra quasi più facile seguire la strada dell’hamburger finto di Impossible Foods

 

Articolo del 20/11/2016

Fonte: La Stampa (Rubrica A Tutto Green)


Adidas Parley, scarpe da riciclo dei rifiuti degli oceani: 7mila in vendita

Un paio di scarpe realizzate con i rifiuti riciclati dai nostri oceani. Queste le Adidas Parley, le nuove scarpe da ginnastica realizzate dal colosso dell’abbigliamento sportivo. Al momento ci sono solo 7mila paia di scarpe in vendita, spiegano da Adidas, ma entro il 2017 ne saranno distribuite un milione. Il costo delle scarpe che aiutano l’ambiente è di 220 dollari e sono disponibili sia online che nei negozi. Solo un primo passo da parte dell’azienda nel campo della produzione sostenibile, che ora punta a realizzare scarpe e vestiti senza utilizzare plastica “vergine” ma solo riciclata.

 

Ilaria Betti sull’Huffington Post scrive che le scarpe hanno l’obiettivo di aiutare l’ambiente e anche di sensibilizzare l’opinione pubblica sullo stato di inquinamento in cui versano mari e oceani. Il progetto è decisamente ambizioso e prende il nome di Parley for the Oceans:“un’associazione ambientalista nata con lo scopo di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla questione dell’inquinamento degli oceani.

 

Lo scopo è quello di “ripensare il design dei prodotti e aiutare a ridurre il problema della plastica nelle nostre acque”: già l’anno scorso l’azienda leader nell’abbigliamento sportivo aveva realizzato un prototipo in 3D, dimostrando che l’obiettivo non era poi tanto lontano dalla realtà. Ora, con la messa in vendita delle scarpe, la meta è stata raggiunta”.

 

La Adidas ha studiato un apposito design che sarà riconoscibile per queste scarpe realizzate al 95% di plastica riciclata, raccolta soprattutto vicino alle Maldive, dove si formano vere e proprie isole di plastica con i detriti e i rifiuti trasportati dalla corrente oceanica. Cyrill Gutsch, fondatore di Parley for the Oceans, ha dichiarato:

“Nessuno salva gli oceani da solo. Ognuno di noi può avere un ruolo nella risoluzione del problema”. Stando a un recente studio, nel 2050 ci sarà più plastica negli oceani che pesci: dunque, non c’è tempo da perdere. “È compito delle industrie creative reinventare i materiali, i prodotti, i modelli di business – continua Gutsch -. Il consumatore può aumentare la domanda in linea con il cambiamento”.

 

Articolo del 12/11/2016

Fonte: Blitz Quotidiano


Tetto fotovoltaico per ricaricare auto elettriche. Futuro Ecologico!

Avere un’auto elettrica e ricaricarla con l’energia prodotta dal sole. Non è un sogno del futuro, ma quello che già da oggi offre Tesla. L'azienda ha realizzato, con la collaborazione con SolarCity, la compagnia specializzata nell'installazione di pannelli solari (le due società si fonderanno a breve), dei tetti creati direttamente con "tegole" solari, al posto dei pannelli classici. L’obiettivo? Accumulare tanta energia, anche per ricaricare un’auto Tesla parcheggiata in garage.

 

In questo modo, insieme con la seconda generazione di Powerwall, la batteria agli ioni di litio per conservare l'energia prodotta dai pannelli fotovoltaici nelle case e nelle aziende, il CEO Elon Musk, completa il suo disegno di autosufficienza dalla rete elettrica.

 

Il nuovo progetto di tetti fotovoltaici comprendono un “hardware” nato proprio per dialogare con le batterie della casa. In questo modo, chi si trova in un appartamento con un tetto dotato di pannelli solari, che invia l’energia ricevuta alle Powerwall che sono in casa, avrà anche un accumulatore in garage che ricaricherà una Tesla.

 

I prezzi? Per ora Elon Musk ha soltanto assicurato che le tegole “solari” costeranno meno che ricostruire un tetto tradizionale per installarvi dei pannelli fotovoltaici. Powerwall 2, invece, che servirà a immagazzinare il surplus di energia generata dal sole, costerà 5.500 dollari.

 

Quanto alle tegole, Tesla punta su quattro modelli differenti, Tuscan glass, Slate glass, Textured glass e Smooth glass, sinonimo che anche il design vuole la sua parte. Tutte sono resistenti agli urti e ai pesi e, secondo quanto dice Musk, non dovrebbero costare più di un pannello solare della stessa superficie.

 

Un completo riscatto dalle fonti fossili? Non siamo ancora all'apice e qualcosa in più si può fare. Lo confermano le parole di Elon Musk che lasciano intendere che presto le Model si ricaricheranno da sole. “Probabilmente offriremo un’opzione del genere sulle auto in futuro", riferendosi alla prossima creazione di una versione del veicolo elettrico con tanto di tettuccio solare, in grado di accumulare energia nel corso di un tragitto.

 

Articolo del 12/11/2016

Fonte: Greenme


Addio all'olio di palma: tutti i prodotti a marchio Coop ora sono palm free

Coop è “palm free”. Niente più olio di palma nei prodotti a marchio Coop: la più grande catena di distribuzione italiana ha infatti completato l'iter di sostituzione di più di 200 prodotti, avviato nel maggio scorso, dopo la pubblicazione del dossier Efsa. 

 

Così, mentre la Ferrero difende l’olio di palma in uno spot promozionale, biscotti, gelati, merendine, omogeneizzati e altri prodotti a marchio Coop saranno prodotti ed etichettati “0% olio di palma”.

L'iter di sostituzione è cominciato a maggio scorso, quando Coop è stata la prima catena distributiva a scegliere di eliminare l’olio di palma dai suoi prodotti a marchio. Alla base di questa nuova politica c’è la pubblicazione del dossier EFSA su alcuni “contaminanti di processo”: 3-monocloropropandiolo (3-MCPD), 2-monocloropropandiolo (2-MCPD) e glicidil esteri degli acidi grassi (GE), che si formano soprattutto negli oli di origine vegetale, se ad alte temperature, e hanno caratteristiche di tossicità.

Il percorso intrapreso dalla cooperativa ha allora portato alla sostituzione dell'olio di palma principalmente con oli monosemi, tra cui anche olio di oliva ed extravergine: una scelta che vuole promuovere la riduzione di tutte quelle sostanze, come i grassi, il sale e gli zuccheri, che, se assunte in quantità elevate, possono causare problemi alla salute.

 

Con cosa è stato sostituito l'olio di palma?

È stato sostituito con altri oli monosemi che hanno un apporto di grassi più equilibrati, in termini nutrizionali o con l'olio extra vergine di oliva.

“Benché molti prodotti Coop non abbiano mai impiegato né il palma né altri grassi tropicali, come ad esempio tutte le linee dedicate ai bambini e la linea "Vivi Verde" da agricoltura biologica, il processo di sostituzione avviato da Coop ha comportato anche alcune rinunce (come nel caso di alcuni gelati) perché non è stato possibile riformulare vari prodotti con altri oli/grassi a parità di analoghe caratteristiche organolettiche e di durata”, spiega Marco Pedroni, presidente Coop Italia.

“Un discorso a parte meritano anche i benefici in termini ambientali generati dalla nostra scelta”, conclude Pedroni.

 

E anche su questo punto non possiamo che essere d’accordo. Quanto a noi, non limitate la scelta di un prodotto sugli scaffali solo in base alla presenza o meno dell’olio di palma, ma controllate anche la qualità degli altri ingredienti come, per esempio, la farina, gli zuccheri o gli additivi.

 

Nell’opinione pubblica qualcosa è cambiato. Il consumatore cerca cibi buoni e sani ed è pronto a premiare l’impegno etico del marchio che sceglie. Dire addio all'olio di palma significa (anche) tutto questo.

 

Articolo del 07/11/2016

Fonte: Greenme


Treno a idrogeno Coradia iLint debutta in Germania

La sostenibilità corre sulle rotaie in Germania grazie al debutto imminente del treno a idrogeno Coradia iLint, anche noto come Hydrail. Questa soluzione all’avanguardia per il trasporto dei pendolari si basa sulla piattaforma ideata dall’azienda Alstom, pioniera nello sviluppo di treni alimentati da fuel cell a idrogeno.

La tecnologia è una combinazione di elementi innovativi: un metodo a basso impatto per la conversione dell’energia; un sistema di stoccaggio flessibile; una piattaforma smart per la gestione dell’energia disponibile.

Il mezzo non genera emissioni a differenza dei treni diesel. I prodotti di scarto sono solo il vapore e l’acqua della condensa. Un altro punto di forza rispetto ai treni tradizionali è un basso livello di inquinamento acustico. Il treno è tanto pulito quanto silenzioso.

Il sistema di trazione impiega fuel cell che generano elettricità sfruttando l’idrogeno. Il treno Coradia iLint è un’evoluzione del treno diesel Coradia Lint 54. Il mezzo è stato sviluppato dalla compagnia in collaborazione con aziende tedesche e canadesi specializzate nel settore dell’idrogeno e delle batterie.

L’energia elettrica necessaria alla trazione del treno è prodotta a bordo dalle fuel cell e viene immagazzinata nelle batterie. Le batterie immagazzinano anche l’energia recuperata dalle frenate. L’energia supplementare accumulata viene usata per alimentare il treno in accelerazione.

L’energia viene prodotta dalle fuel cell usando l’idrogeno immagazzinato nei serbatoi e l’ossigeno proveniente dall’aria. La sostituzione della trazione diesel con la tecnologia fuel cell ha reso il mezzo di trasporto più sostenibile, continuando a offrire prestazioni in linea con quelle dei treni regionali convenzionali.

Il treno a idrogeno può procedere a una velocità massima di 140 km/h. L’autonomiacon un pieno va dai 600 agli 800 km. Il treno ha una capienza massima di 300 passeggeri.

Per facilitare l’adozione dei nuovi treni a idrogeno la Astolm ha ideato un pacchetto completo, che comprende oltre al treno la manutenzione dei mezzi e l’intera infrastruttura. In questo modo gli operatori ferroviari sono liberi di concentrarsi sul loro business, mentre l’azienda e i suoi partner si dedicano alla gestione delle infrastrutture e dei mezzi.

Il treno a idrogeno verrà testato nei prossimi mesi ed entrerà in servizio nel 2017 sulla linea Buxtehude-Bremervörde-Bremerhaven-Cuxhaven, in Bassa Sassonia. L’operatore ferroviario della tratta ne ha già ordinati 14.

 

L’obiettivo della Alstom è conquistare l’intero mercato, sostituendo l’intero parco di treni diesel tedesco, che ammonta a 4 mila vetture. A sostenere la rivoluzione sostenibile è anche il Bundesrat, che ha approvato una risoluzione per bandire i motori a combustione interna entro il 2030.

 

Articolo del: 05/11/2016

Fonte: GreenStyle


Olli, l'autobus solare in 3D

L’energia solare può essere, ormai, a tutti gli effetti definita la nuova frontiera dell’ecologia e del rinnovabile. Sono, infatti, sempre più numerosi gli impieghi del fotovoltaico in campo tecnologico, ed uno dei settori in cui più di tutti ha compiuto veri e propri passi da gigante è quello dei trasporti. Oggi sono davvero moltissimi i mezzi che si avvalgono di questa forma di alimentazione e tra di essi si annoverano anche vari tipi di bus ad impatto zero. Uno dei più rivoluzionari è il nuovo Olli che fonde alla perfezione tre nuove tecnologie: l’alimentazione ad energia solare, la stampa 3D e l’integrazione del sistema di intelligenza artificiale IBM Watson. Il nuovo pulmino presentato in Arizona dalla Local Motors, è, dunque, il primo autobus solare a guida automatica ad essere prodotto con una stampante 3D.

 

Olli prende vita in poche ore. La possibilità di stampare semplicemente le sue componenti consente di realizzare il mezzo in poche ore. Il tempo necessario per generare i pezzi ed assemblarli. Il vantaggio è notevole perchè, oltre a poter soddisfare ogni richiesta velocemente, permette di personalizzare gli autobus in base alle preferenze del committente. Un tale sistema, inoltre, abbatte letteralmente i costi i produzione, con un risparmio non indifferente rispetto alle classiche catene industriali. Considerato l’interesse che una tale nuova tecnologia potrebbe suscitare in tutto il mondo, non sembra poi eccessivamente ambizioso il progetto della Local Motors di aprire centinaia di micro-fabbriche per la produzione di Olli sparse per il pianeta.

 

Olli è già molto più di un “semplice” progetto Olli funziona in maniera simile al tanto chiacchierato Uber. Non è, infatti, soltanto la sua produzione ad essere pianificata su richiesta, ma anche il suo utilizzo. Basta, infatti, “chiamarlo” con un’App e lui può trasportare fino 12 persone esattamente dove vogliono. Il progetto è stato presentato durante l’inaugurazione della nuova rete di trasporti che serve il National Harbor, nel Maryland, ma nuovi test verranno svolti anche a Washington, a Miami e a Las Vegas. Sono, comunque, già numerosi i Paesi che avrebbero manifestato il proprio interesse per il nuovo veicolo, e a breve, una volta superati i testi e ottenute le autorizzazioni per la messa su strada da pare delle Amministrazioni locali, si potrebbero cominciare a vedere i primi Olli circolare per le strade di città come Berlino, Copenhagen e Canberra, già in trattativa con la Local Motors.

 

Olli si guida da solo. A rendere realmente rivoluzionario il bus della Local Motors è anche il suo sistema di guida computerizzato basato su IBM Watson, il nuovo, evoluto sistema di intelligenza artificiale. L’interfaccia IBM, in grado di elaborare le informazioni fornite dal continuo flusso di dati da cloud e da ben 30 sensori installati sul veicolo, consente ad Olli sia di muoversi agevolmente nel traffico senza esseri umani al voltante, sia di comunicare con i passeggeri e comprendere le loro richieste proprio come farebbe un conducente in carne ed ossa, garantendo un’esperienza di interazione incredibilmente realistica.

 

Articolo del 05/11/2016

Fonte: La Stampa (Rubrica A Tuttogreen)


Drinkable Book: il libro che depura l'acqua

Non c’è davvero limite (fortunatamente) all’ingegno di scienziati e ricercatori impegnati nella realizzazione di invenzioni in grado di rivoluzionare, in positivo, il rapporto dell’uomo con l’ambiente. Uno degli ultimi ritrovati davvero utili ed originali viene dagli Stati Uniti e si chiama Drinkable Book. Il solo nome basterebbe a creare attorno ad esso una certa curiosità ma l’utilizzo del nuovo “libro che si beve” è ancor più sorprendente, soprattutto se ci si sofferma per un attimo ad immaginare i benefici che potrebbe apportare nella vita di intere popolazioni. Questo speciale volume presentato all’American Chemical Society di Boston è, infatti, composto da pagine che, oltre a riportare le istruzioni per depurare l’acqua contaminata, sono in grado di eliminare fino al 99% di microrganismi nocivi in essa presenti.

 

Che cos’è il nuovo Drinkable Book Progettato per garantire alle popolazioni in via di sviluppo un accesso costante all’acqua potabile, oggi spesse volte praticamente impossibile, il Drinkable Book della dottoressa Teri Dankovich, ricercatrice presso la Carnegie Mellon University di Pittsburgh, è formato da pagine realizzate con della carta trattata contenente nanoparticelle di argento o rame in grado di neutralizzare batteri ed altri organismi nocivi contenuti nell’acqua, esattamente come un vero e proprio filtro di depurazione. La sua diffusione in Paesi disagiati potrebbe, dunque, garantire alle persone che ci vivono, una disponibilità di acqua senza precedenti e contribuire, così, alla loro sopravvivenza.

 

Tutti i numeri del Drinkable Book Utilizzare il nuovo libro “potabile” è davvero semplicissimo. Basta strapparne una pagina e lasciare scorrere dell’acqua attraverso di essa. Così utilizzato, ognuno dei filtri contenuti nel volume è in grado di rimuovere il 99% dei batteri presenti in ben 100 litri di acqua. Con una resa di tale portata basterebbe un solo libro per soddisfare il fabbisogno di acqua potabile di un individuo per addirittura quattro anni. I primi test condotti sui campioni di 25 siti contaminati di Bangladesh, Sudafrica e Ghana sono davvero confortanti e lasciano ben sperare per una futura produzione di versioni scalabili e per la loro successiva commercializzazione. Prima che tutto questo possa accadere, però, occorre che i ricercatori che stanno lavorando al progetto siano in grado di appurare se le “pagine filtro” possono neutralizzare anche altri microrganismi particolarmente dannosi come i virus.

 

Articolo del 04/11/2016

Fonte: La Stampa (Rubrica Tuttogreen)


Il supermercato con cibo destinato alla spazzatura

Tantissimi sono i paesi del terzo mondo dove muoiono ogni giorno persone di fame e di sete. 

Secondo alcune statiche prese da alcuni siti, pare che circa 24.000 persone muoiono ogni giorno per fame o cause ad esse correlate.

Circa oltre un miliardo di cibo ancora non consumato finisce nella spazzatura. Un vero e proprio spreco.

L'Inghilterra per evitare questo spreco, lo scorso 29 agosto ha aperto a Pudsey, vicino Leeds, il primo supermercato di scarti alimentari del Regno Unito.

In questo supermercato ci sono prodotti destinati a finire nella spazzatura, perché invenduti e, di conseguenza, gettati via da negozi, ristoranti e altri esercizi commerciali. Questi "rifiuti" vengono raccolti e messi in vendita, e sono acquistabili da parte di chiunque con una donazione spontanea in denaro o con delle attività di volontariato.

I volontari che vi lavorano cercano di garantire una apertura al pubblico sette giorni su sette, per diverse ore ogni giorno, in modo da venire incontro alle esigenze di tutti.

Il fondatore di questo progetto è: Adam Smith. Adam per una decina di anni ha lavorato come cuoco in diversi Paesi del mondo. In un’intervista al quotidiano the Independent ha dichiarato che l’obiettivo della sua organizzazione è di aprire un supermercato che venda prodotti alimentari salvati dalla spazzatura in ogni città del Regno Unito.

Adam, inoltre, è noto per aver lanciato i "pay-as-you-feel cafè", la prima catena di bar in cui si servono pietanze prodotte con alimenti destinati alla spazzatura. Smith porta avanti anche il progetto Fuel for School, che permette di consegnare pane, frutta, verdura e prodotti caseari invenduti nelle scuole, in modo da sfamare i bambini che non possono permettersi la mensa. Grazie a questo sistema, ogni settimana 12 mila piccoli studenti inglesi hanno accesso al pranzo.

In ogni città e in ogni paese, dovrebbero esserci questi progetti...

 

Fonte: https://greenme.it/consumare/eco-spesa/21494-supermercato-anti-spreco

Articolo del 25/09/2016

Luca Kevin Civitate


Creare case dai rifiuti della spazzatura

A creare delle case attraverso i rifiuti provenienti dalla spazzatura ci ha pensato Nargis Latif, una signora che vive in Pakistan. Il suo obbiettivo è quello di offrire una fissa dimora ai senzatetto rispettando l'ambiente.

Nargin ha dichiarato: "Fin dalla mia infanzia, ho sempre voluto diventare uno scienziato, il mio desiderio più grande era quello di creare qualcosa di innovativo che potesse aiutare l’umanità a stare meglio", aggiunge. Attraverso una raccolta di fondi Latif è riuscita a portare avanti il suo progetto. "Non è stato facile. Ho dovuto chiedere prestiti e perfino mendicare, ma per questo risultato ne è valsa la pena".

Latif ha iniziato a raccogliere rifiuti provenienti dalla carta, cartone, sacchetti, plastica, vetro e metallo. Dopo qualche anno è riuscita a creare case e non solo, anche servizi igienici eco-sostenibili.

"Ho parlato con centinaia di Kabarias (rigattieri) per portarmi carta, cartone, sacchetti, plastica, vetro e metallo. Ho offerto loro del denaro e qualcosa nella mentalità del villaggio è cambiata. Prima si era interessati a comprare solo vecchi elettrodomestici", spiega la donna.

Oggi Latif ha 60 anni, ma nonostante il suo impegno nel promuovere azioni più sostenibili per il nostro Pianeta, la strada da fare è ancora lunga, soprattutto a causa del problema fondi. Delle 70 persone che lavoravano con lei, ne sono rimaste solo 7. I rifiuti non sono diminuiti e questo significa che, se ci fosse il denaro sufficiente, si potrebbe continuare a costruire e riciclare.

Molte persone inoltre, non vogliono partecipare a questo progetto eco-sostenibile in quanto non accettano di vivere in una casa creata dall'immondizia.

Nonostante le varie problematiche economiche e sociali, Latif non molla, perchè per una giusta causa vale la pena lottare tutta la vita.

 

Fonte: http://greenme.it/con…/riciclo-e-riuso/21266-casa-spazzatura

Articolo del 16/09/2016

Luca Kevin Civitate



Il pannello solare che genera acqua potabile

Un futuro in cui tutti, grazie alle fonti rinnovabili, potranno avere accesso all’energia in maniera più democratica, è quasi un sogno, soprattutto quando si pensa alla disparità di accesso a risorse come l’acqua potabile. Alla Zero Mass Water hanno creduto in questo sogno e hanno sviluppato un prodotto che consente di utilizzare i pannelli solari per generare acqua autonomamente.

Ancora troppe persone non hanno accesso all’acqua potabile

Sappiamo bene che vivere in zone del Pianeta in cui gli acquedotti funzionano è un privilegio. In molte, troppe, zone del mondo ancora c’è chi cammina per chilometri ogni giorno per arrivare all’acqua potabile, o persino chi di sete ancora muore.

C’è chi utilizza l’acqua potabile per irrigare i campi, o chi ha pozzi propri, c’è chi allo stesso tempo ne spreca tantissima, ma in comune tutti abbiamo una problematica: ci sono poche alternative per ottenere acqua potabile autoproducendola, a meno che non si riesca a sostenere un costo elevatissimo. Ma l’innovazione tecnologica e alcune idee brillanti possono aiutare ad avere maggiore controllo sui rifornimenti di acqua a cui abbiamo accesso. In altre parole, potenzialmente, grazie ad alcuni sistemi, possiamo tutti ricavare acqua potabile senza acquistarla.

La Zero Mass Water, una spin-off dell’università dell’Arizona, ha sviluppato un “pannello solare che produce acqua potabile”, che non richiede fili o connessioni. E non è soltanto un progetto che funziona sulla carta, il sistema è già stato installato dal 2015 in alcune zone di test.

L’idea è nata pensando alle persone che vivono in zone dove mancano le infrastrutture necessarie a garantire l’approvvigionamento continuo. “L’acqua potabile è un diritto umano fondamentale. Vogliamo realizzare prodotti che possano garantire questo diritto”, dicono da Zero Mass anche su Facebook.

Articolo del 14/04/2017

Fonte: Greenme


SPAZZATURA OCEANICA: ANCHE L'ARTICO È INVASO DALLA NOSTRA SPORCA PLASTICA

Altro che PacificoAtlantico e Mediterraneo. La nostra sporca e inquinante plastica ha raggiunto latitudini inimmaginabili. Anche l'Oceano Artico infatti è stato invaso dai detriti dispersi nel mare.

Dopo la Fossa delle Marianne, uno dei luoghi più remoti della Terra, anche il Polo Nord e il suo oceano soffrono a causa della presenza della plastica. Secondo un nuovo studio pubblicato mercoledì su Science Advances, le correnti che trasportano i rifiuti, originariamente provenienti dall'Atlantico settentrionale, si muovono verso la Groenlandia e il mare di Barents. Circa 300 miliardi di pezzi di detriti di plastica si sono accumulati in quelle acque, nel ghiaccio marino o addirittura nei fondali.

A rivelarlo sono stati i ricercatori dell'Università di Cadice in Spagna. Insieme ad altre istituzioni hanno scoperto che in alcune parti del Mare di Barents, le concentrazioni di plastica erano pari a centinaia di migliaia di pezzi per chilometro quadrato. I ricercatori hanno definito la regione “un punto morto di questo nastro trasportatore di plastica”.

Secondo le ipotesi più accreditate, la plastica sarebbe finita in queste acque spinta dalle correntioceaniche e non sarebbe stata prodotta dall'inquinamento locale. In primo luogo, l'Artico ha una popolazione molto piccola che difficilmente potrebbe dar vita a così tanto inquinamento. Inoltre, lo statoinvecchiato e alterato della plastica, e la piccola dimensione dei pezzi trovati, suggerisce che essa abbia viaggiato a lungo, per decenni, fino a ridursi in piccoli pezzi.

La plastica si è accumulata dove le acque atlantiche che scorrono verso nord penetrano nelle profondità artiche. Presumibilmente, poi rimane in superficie creando degli isolotti di spazzatura.

Sono passati circa 60 anni da quando abbiamo iniziato ad utilizzare la plastica e l'uso e la produzione sono sempre cresciuti”ha dettoCarlos Duarte, uno dei co-autori dello studio e direttore del Red Sea Research Center della King Abdullah University of Science and Technology in Arabia Saudita.”La maggior parte della plastica che abbiamo disperso nell'Oceano è ancora in transito sull'Artico”.

Come se non bastasse, secondo gli scienziati i cambiamenti climatici potrebbero aggravare il problema, quando le crescenti temperature fonderanno il ghiaccio marino.

Il crescente livello dell'attività umana in un ambiente sempre più caldo e senza ghiaccio, con aree più ampie disponibili alla diffusione delle microplastiche, suggerisce che in futuro l'inquinamento plastico marino nell'Artico potrebbe diventare prevalente” prosegue Duarte.

Una notizia che arriva alla vigilia dell'Earth Day, la Giornata mondiale della Terra. I danni che infliggiamo al pianeta sono tutt'altro che passeggeri, asseggeremo ancora i loro amari frutti nel corso dei prossimi anni.

Articolo del 26/04/2017

Fonte: Greenstyle


ASFALTO PIÙ ECONOMICO E DI LUNGA DURATA DALLA PLASTICA RICICLATA

Manto stradale più economico, resistente ed ecologico. Come? Sfruttando la plastica riciclata. È questa l'idea dell'ingegnere TobyMcCartney che ha ideato una soluzione per contrastare il problema dell'inquinamento legato alla plastica. La sua azienda, laMacRebur, con sede in Scozia, produce uno speciale tipo di asfaltoprodotto riutilizzando questo inquinante materiale.

Circa 45 milioni di km di strade attraversano la superficie della Terra. E centinaia di milioni di barili di petrolio vengono utilizzati per ricoprirle. Ancora fonti fossili, decisamente inquinanti. Eppure le alternative esistono. Abbiamo già visto le strade realizzate con i pannelli fotovoltaici, o ancora quelle con gli pneumatici fuori uso.

Le strade cittadine richiedono manutenzione, visto che il tempo le deteriora aprendo anche delle buche. Senza contare che in giro per gli oceani ci sono migliaia di miliardi di pezzi di plastica. McCartney ha offerto una soluzione a entrambi i problemi, trasformando la plastica riciclata al 100% in MR6, piccoli pellet di plastica di scarto che sostituiscono il bitume, il materiale usato per le strade estratto dal petrolio greggio e venduto dalle compagnie petrolifere.

MR6, a detta del suo ideatore, è addirittura più resistente e dura circa dieci volte di più rispetto ai materiali comunemente utilizzati. Di solito, le strade normali sono costituite per il 90% circa da roccia, sabbia e calcare, e per il 10% da bitume. Il processo di MacRebur punta a sostituire la proprio il bitume, utilizzando la plastica dei rifiuti domestici, di quelli agricoli e di quelli commerciali.

Il risultato? Le strade durao più a lungo, sono ricoperte con materiali riciclati al 100%, si riduce l'uso dei combustibili fossili e dell'impronta di carbonio, si usano plastiche indesiderate destinate alla discarica o peggio ancora nei mari e si aiuta a promuovere un'economia circolare.

La prima strada realizzata da MacRebur è quella che porta alla sua casa, ma diverse strade della contea di Cumbria nel Regno Unito sono già state ricoperte da questo speciale asfalto.

Articolo del 6/05/2017

Fonte Greenme


Il primo treno senza binari è realtà?

In Cina è stato annunciato il debutto di ART (Autonomous Rail Transit), un treno che si sposta su binari virtuali e riuscirà a velocizzare gli spostamenti nelle grandi città, riducendo di molto l’inquinamento. Il progetto di questo veicolo innovativo risale al 2013, ma lo vedremo a partire dal 2018 a Zhuzhou. 

Nonostante i toni dell'annuncio però ci sembra che si tratti di un veicolo meno innovativo e sorprendente di quanto si immagini, seppur ecofriendly e sicuramente all'avanguardia.

Il treno cinese che non ha bisogno di rotaie

Il veicolo si sposta su ruote di gomma, non occorrono rotaie, e i vantaggi sono quelli di unire i pregi del trasporto ferroviario e di quello su strada (autobus). Non occorrendo binari, questo treno costerà meno dei classici convogli: circa un quinto del prezzo di un vagone della metropolitana (che costa attorno ai 400-700 mln di yuan). Ogni treno dovrebbe avere un ciclo di vita di circa 25 anni, è lungo circa 30 metri e può trasportare fino ad un massimo di 307 persone o 38 tonnellate.

La velocità massima è di 70 km/h e si possono percorrere fino a 25 km con 10 minuti di ricarica. La guida automatica è possibile anche senza binari grazie ad un sistema di sensori che dal suolo inviano informazioni al sistema centrale del veicolo, che garantisce un percorso lungo, appunto, binari virtuali. Tutti questi dettagli sono quelli ufficiali comunicati dalla Chinese Rail Corp, la cui tecnologia è protetta da copyright.

In realtà è "soltanto" uno smart bus

All’interno del veicolo in realtà esistono due cabine per il conducente, una anteriore e una posteriore, in modo che non sia il treno a dover fare inversione ma il conducente stesso a spostarsi da un lato all’altro quando si inverte il senso di marcia. Questo significa che si parla di guida automatica ma non è del tutto vero. Sul fronte dei costi, se da un lato in effetti la mancanza di rotaie genera un risparmio, dall’altro siamo di fronte ad un autobus più che ad un treno.

Esistono già altrove progetti di autobus “intelligenti”, progettati per essere ecosostenibili, per inquinare meno e consentire alle grandi città di passare a forme di mobilità alternativa. A Parigi sono già state testate navette elettriche a guida automatica e proprio dalla Cina aveva fatto il giro del mondo la notizia di un autobus alimentato ad energia solare in grado di “scavalcare” il traffico (anche se si sposta su rotaie”).

Ecco perché ci sembra il caso di considerare questa notizia come un miglioramento per città affollate come quelle cinesi ma non come una vera e propria rivoluzione nella mobilità urbana: ben venga l'idea di un autobus elettrico smart, ma da qui a parlare di un treno che viaggia su binari virtuali il percorso è ancora lungo.

Articolo del 24/06/2017

Fonte: Greenme