Le sei pratiche essenziali

Pratiche giornaliereLei sei avashyaki

 

Le 6 importanti pratiche essenziali si chiamano avashyaki e disciplinano la vita quotidiana del monaco e del laico, hanno lo scopo di purificare e quindi ridurre o eliminare il karma accumulato esse sono: Samayik - completo stato di equanimità Il Samayik è una pratica fondamentale nella religione Jainista, è uno stato di totale serenità ed equanimità, significa dimorare nel prorio sè, essere consapevole e vigile del "momento presente" ed è un processo di auto-esplorazione e visione profonda di se stessi, nonchè di auto conoscenza. Questo stato dell'essere aiuta ad avanzare nel riconoscimento della autentica propria natura. Samayik sgnifica anche comportamento corretto, per cui per tutto il tempo della pratica non bisogna fare violenza mentale, verbale e fisica. Vi è una condizione mentale nella quale tutti i sentimenti negativi come la rabbia, la violenza, l'odio, l'attaccamento sono soppressi; l'anima diventa fonte di pace, si nutre di nobili virtù come il perdono e umiltà, sviluppa benevolenza e armonia per tutto il creato, rispetto e compassione per ogni essere vivente, prende coscienza e sperimenta l'esperienza diretta che la vera natura comune fra tutti gli esseri è l'anima. Praticare il samayik per i monaci equivale a vivere nello stato di equanimità per tutta la vita. L'asceta è identico verso di sé e verso l'altro, verso la madre e verso tutte le altre donne, verso le cose piacevoli e quelle spiacevoli e verso l'onore e la vergogna. “L'asceta si rivolge al maestro: Compio, o signore, il rito dell'equanimità: Abbandono ogni attività malvagia per il resto della mia vita, triplicemente in mente, corpo e parola. Non compirò, non farò compiere e non approverò alcuna azione malvagia. Mi pento, o Signore, biasimo, rifiuto e abbandono me stesso”. Paulo Dundas

 

 

 

La seconda pratica è Chauvisantho, l'adorazione per i Thirtankara. Chauvisanto significa l'adorazione verso i 24 Tirthankara per dimostragli riverenza e per ricordare a se stessi, attraverso la visione dell'immagine, la grandezza e la conquista spirituale dei Jina nel vincere se stessi. Per gli asceti l'adorazione è soltanto interiore. Si recita l'antico inno che si chiama Logassa sutra per onorare le qualità di tutti i Tirthankara. E’ una preghiera molto popolare e antica ed è chiamata con il nome di Logassa sutra perché la parola Logassa – Lokasya significa ‘del mondo’. E’ per coloro che hanno illuminato il mondo, hanno stabilito il dharma-thirtha, viene recitata all’interno di in un tempio e nelle pratiche di meditazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adoro Rashabha e Ajita,Sambhava, Abhinandana e Sumati, Padmaprabha, Suparshva, adoro la Chandraprabha Jina

 

Suvidhi o Pushpadanta, Shitala, Shreyansa e Vasupujya, Vimala e Ananta Jina, adoro il Dharma e la pace.

 

Kunthu, Ara e Malli, Io adoro Muni-Suvrata e Nami Jina, Adoro AriShTanemi, Parshva e Vardhman.

 

Questi che lodo, senza il peso del Karma, al di là di vecchiaia e di morte, il 24 Jina, possano i Tirthankaras benedirmi.

 

Quelli che lodo e adoro, nobili Siddha in tutto il mondo, liberi dalla malattia, in possesso della saggezza, mi danno la benedizione del nobile Samadhi.

 

Più chiari delle lune, più luminosi dei soli, più profondi dell’oceano, Siddha possiate voi benedirmi con i Siddhi.

Testo originale dato da Acharya Tulsi nel suo libro "Sachitra Shravaka pratikramana".
La lingua originale del Sutra è in Prakrit. I vari dialetti di Prakrit furono parlati fino al 6 ° secolo nell'India settentrionale.