Il principio più alto: la non violenza - Ahimsa


Acharya Shri Chandanaji


 

La non violenza (Ahimsa) è il principio più alto del jainismo, il più alto dovere religioso ed è alla base di tutta la sua filosofia, è il mezzo, insieme al non attaccamento, con cui i jain raggiungono la liberazione. L'aderenza alla non violenza è una condizione necessaria per essere un jain e deve essere praticata in mente, parola e azione. Tuttavia anche se l'enfasi è sulla liberazione personale dell' anima, l'etica Jain sostiene che il bene ultimo è realizzabile attraverso l'empatia e l'amore spirituale disinteressato per tutti gli esseri viventi; la propria libertà è ottenuta proteggendo tutte le vite. Il primo articolo di fede del jainismo è quello della non violenza, ma tutti gli altri principi non sono altro che l'espressione del primo, è così che attraverso pratiche ascetiche in conformità alla Ahimsa, il jainismo è direzionato ad un impegno completo atto a soddisfare al massimo questo principio, con il tentativo estremo di ridurre il più possibile la violenza nei confronti anche degli impercettibili esseri viventi. Nel suo significato più autentico Ahimsa è "assenza di desiderio di violenza nell'intenzione di voler nuocere qualsiasi forma di vita". Il concetto Jainista di non violenza è molto diverso dal concetto di quella non violenza 'passiva' di molte altre filosofie in cui l'unico scopo è associato a quello di astenersi' dal non danneggiare il prossimo; per i Jain oltre al fatto che ferire gli altri significa procurare sofferenza negandogli la felicità; è soprattutto agire 'attivamente' soccorrendo e proteggendo chiunque abbia bisogno di aiuto; diffondere il bene e costruire pace estendendo l'Ahimsa, oltre che per gli esseri umani, per l'mbiente, gli animali, le piante, i microrganismi e tutti gli esseri che hanno la vita allo stato potenziale. Ma non solo, far del male agli altri significa ferire se stessi, un comportamento che limita la 'visione della vera conoscenza' e ostacola la capacità dell'anima di raggiungere moksha (liberazione), soprattutto attraverso sentimenti e atti gravi  di violenza che attirano le particelle karmiche più pesanti che vincolano strettamente l'anima al samsara (ciclo delle nascite e morti), allontanandola dalla percezione che fodamentalmente tutti gli esseri viventi sono uguali. Per cui la non violenza è accumunata all'anima, all'attaccamento al mondo, all'azione che genera frutti in karma positivo e negativo, alla gioia e sofferenza che legano l'anima al ciclo delle rinascite; in sinstesi il cammino spirituale e il severo ascetismo dei monaci e laici sono una imprescindibile conseguenza della teoria jainista del karma frutto di quell'ideale etico della non violenza.

 

 La violenza intenzionale e volontaria 

  l'importanza della conoscenza

 

Al fine di praticare una non violenza impeccabile, quando agiamo è importantissimo, essere attenti e autocontrollarci poichè una azione è considerata davvero violenta solo se accompagnata da disattenzione; se durante le nostre attvità siamo negligenti siamo colpevoli a prescindere se un essere vivente è rimasto leso o no, l'incuria è un atto di violenza; l'imprudenza può uccidere, mentre mantenere una persistenza vigilanza significa amare constantemente. Se siamo stabilmente attenti e controlliamo con cura le parole e azioni, mettendoci tutto l'impegno per evitare di nuocere, e se involontariamente abbiamo ferito qualcuno, perchè non ci era possibile evitarlo (come l'uccisione di tanti minuscoli animali invisibili che calpestiamo mentre camminiamo) dal punto di vista karmico non siamo colpevoli, perché la nostra intenzione è pura, poiché è l'intenzione il fattore determinate, non l'atto esterno in sè. Anche se una persona non uccide fisicamente un essere vivente, diventa un assassino dal momento in cui desidera farlo. Calza a pennello l'esempio che è solito fare del chirurgo che effettua operazioni sul paziente, in cui, nonostante il tentativo di salvargli la vita, egli muore, se ciò avvenisse, il medico non avrebbe compiuto violenza poichè la sua intenzione era buona. In agricoltura quando scaviamo possono uccidere molti animali che vivono sotto il terreno o per la costruzione di ospedali e abitazioni, ed è questa violenza inevitabile che non ci lascia scelta, come allo stesso modo il servirsi della forza per salvare la vita di un indifeso. Certamente esse rimangono in sè azioni violente che comunque dobbiamo cercare di minimizzare al massimo, ad esempio scegliere di colpire alla gamba di un ipotetico aggressore per tentare di fermarlo, anzichè ucciderlo, con queste motivazioni non subiremo lo stesso peso karmico negativo di chi invece volontariamente uccide gli animali per nutrirsene, per cacciarli o per divertimento, perchè queste violenze sono evitabili e non necessarie. Per cui c'è una differenza abissale tra l'ingerire accidentalmente un insetto e sfruttare, uccidere consapevolmente e sistematicamente esseri viventi perlopiù dopo che li si è privati della libertà, imprigionandoli all'interno di anguste gabbie, torturandoli e mortificandoli gravemente nella loro natura, come la violenza inflitta agli animali nei circhi, negli allevamenti intensivi e mattaoi o per la vivisezione, tutte pratiche condannate dai jainisti.

 

Possiamo commettere violenza inevitabile nell'ambito lavorativo, durante le pulizie domestiche, la preparazione dei cibi, gli spostamenti, quando guidiamo l'automobile ecc. Possiamo essere violenti in tantissimi modi; quando siamo disonesti, egoisti, orgogliosi, presuntuosi, materialisti; con la mente, quando nutriamo pensieri malevoli verso qualcuno, con la parola quando aggrediamo e offendiamo credendo di avere la verità assoluta oppure quando sopraffiamo le idee degli altri o con l'uso di azioni fisiche violente;  quando direttamente siamo noi stessi a nuocere, quando istighiamo qualcuno a commetterla e quando approviamo violenza negli altri. L'uccisione è assolutamente condannata dal jainismo; il primo trattato sul comportamento dei mendicanti Svetàmbara afferma: "Tutta la respirazione, esistente, vivente, esseri senzienti non devono essere uccisi, non trattati con la violenza, né abusati, né tormentati, né allontanati. Questa è la pura, immutabile, legge eterna che quelli intelligenti, che capiscono il mondo, hanno proclamato" Ācārānga-sutra, 1.4.1.1-2

 

Non violenza e conoscenza

 

Un altro requisito fondamentale per qualsiasi Jainista è possedere la conoscenza. Come possiamo essere dei non violenti ed esprimere al massimo la nostra compassione se non sappiamo ciò che è vita e ciò che non lo è? e dove trovare la vita nella sua più piccola forma di esistenza?. Come ci è possibile seguire una alimentazione correttamente innocua verso ogni creatura se non comprendiamo che tutti gli esseri viventi (umani, animali e piante) provano sentimenti di gioia e dolore? come possiamo fare la giusta scelta di minimizzare la violenza sulle piante escludendo di mangiarne alcune piuttosto che altre se non sappiamo riconoscere quali sono le verdure a radice, bulbi, tuberi? o se non conosciamo la classificazione degli esseri viventi in base ai 5 organi di senso ai quali sono associati differenti gradi di sofferenza?.

 

Se non prendiamo coscienza che con le nostre azioni quotidiane decidiamo la sorte di migliaia di esseri viventi, come possiamo evitare di commettere violenza? come possiamo fare del bene, se il bene non lo conosciamo e non sappiamo come esprimerlo e come applicarlo? Tutte queste informazioni sono necessarie, perchè tale consapevolezza condizionerà e determinerà il nostro stile di vita non violento. Per cui è molto importante da ricordare che il primo passo per il giusto comportamento deve iniziare con la giusta comprensione, rafforzata dalla giusta conoscenza. Correggere la conoscenza è fondamentale per avere un corretto comportamento, se espadiamo la consapevolezza e purifichiamo la qualità della mente, essa sarà stabile e constante all'interno di noi stessi, di conseguenza la condotta sarà non violenta. Cossichè un vero non violento sarà anche molto consapevole, allo stesso modo una persona profondamente consapevole sarà interiormente non violenta, sono due facce della stessa moneta che si completano,  inscindibili e coerenti tra di loro, potremmo dire che l'una è il metro di misura dell'altra che ne testa il grado;  a patto però di essere  autentici non violenti e consapevoli, non di chi alla non violenza se ne interessa approsimativamente o di chi la conosce solo nella teoria e la comprende intellettualmente, la non violenza per essere conosciuta  veramente va vissuta, praticata con l'esperienza diretta da tante prospettive riflettendo sulle proprie azioni  quotidiane.

 

Solo una coscienza spirituale della non-violenza permette di porre fine alla violenza esistente nella società, prendendo forma in un modo di vivere non violento, essa è basata sullo sviluppo consapevole dell'Unità e l'uguaglianza di tutte le anime; una volta che comprendiamo appieno che ogni essere vivente, così come anche gli animali, sono soggetti a dolore e piacere allo stesso modo come lo siamo noi esseri umani comprenderemmo che non dovremmo mai infliggere alcun dolore su di loro, mai opprimerli e sfruttarli, e mai derubarli dei loro diritti. La meditazione è il mezzo adatto per prenderne coscienza perchè meditare è vedere se stessi e in noi stessi vediamo gli altri esseri viventi, che sono legati l'uno all'altro, che hanno una ragione di esistere essendo ognuna parte dell'esistenza che compone l'universo. Ci rendiamo conto che non esiste nessuna separazione e che credere che un essere vivente sia superiore ad un altro non è altro che il prodotto dell'ignoranza che illude la mente umana limitata.

 

La ricerca spirituale della non-violenza è il frutto di quel sentire interiore, della propria scintilla divina che possiamo percepire e osservare con mente paca e lucida. Indagare sull'anima è l'unico modo per conoscere la propria identità, potremmo leggere in essa ogni particolare che ci permette di giungere alla radice che genera violenza e capire il modo per rimuoverla. L'introspezione è l'autoriflessione sono requisiti essenziali per la ricerca e la fioritura spirituale, poichè la questione della violenza e della non-violenza, pur essendo legata a fattori esterni, è in sostanza una questione interiore.

 

La non violenza e la gentilezza, pazienza, tolleranza.

 

Non si può non essere tolleranti sui tempi necessari che occorrono ad un essere vivente affinchè la sua coscienza si evolvi, nessuno può stabilire quando per una persona è il momento giusto per sentirsi pronta ad un cambiamento positivo, nè si può ridurre ad una imposizione. Secondo la dottrina jain i malvagi sono quelli che erano altri chiamati oggi persone perbene, tutti i poveri di spirito saliranno verso il gradino più alto della consapevolezza e si apriranno all'empatia e all'amore, per cui visto che l'anima è soggetta ad un ciclo evolutivo che si consuma attraverso innumerevoli nascite e morti è giusto avere tolleranza delle diverse idee e pazienza nell'accompagnare per mano chi ha bisogno di comprendere per fare un passo in avanti, lo stesso passo che facemmo noi nelle vite precedenti e che qualcuno in qualche modo ci aiutò a compiere. Così non può esserci compassione senza umiltà e senza quella nuda onestà che ci apre agli altri con il cuore libero e la mente serena, esseri sinceri nel cammino che stiamo facendo significa dar forza ai principi che abbiamo sposato, donare agli altri uno specchio sul quale vedersi e attingere fiducia e ispirazione, poter camminare sempre a testa alta in piena libertà della coscienza, per l'onesto si spianerà qualsiasi direzione intrapresa.

 

Entrambi sono mezzi essenziali per sdradicare in noi pregiudizi e l'orgoglio di sentirsi superiori a qualsiasi creatura e di discriminare la diversità. Un animo umile spalancherà tutte le porte. Come dice un proverbio indù" Non c'è nulla di nobile del sentirsi superiore ad un altro uomo. La vera nobiltà sta nell'essere superiore alla persona che eravamo fino a ieri". Anche la conoscenza appresa non deve essere utilizzata per schiacciare e ferire gli altri, ma per aiutare ad elevarli. " La conoscenza deve generare umiltà. "Quando un albero è sovraccarico di frutti, i suoi rami si piegano verso il basso allo stesso modo un uomo istruito si inchina sull'umiltà dell'acquisizione della conoscenza: egli diventa privo di vanità".

E' inutile praticare riti e preghiere, andare ai pellegrinaggi, prendere voti e fare meditazione se non abbiamo un temperamento gentile, parole dolci e amorevoli di rispetto per gli altri.

 

 

 

 


Anekantevada – La verità ha infinite prospettive

 

La non violenza intellettuale: la grande via per la pace.

 

Mahavira insegnava la molteplicità dei punti di vista. La conoscenza è un attributo dell'intima natura dello spirito, ma è velata dall'ignoranza per cui l'anima ha una percezione incompleta e distorta che si differenzia per grado da anima a anima e da avvenimento a avvenimento. Il jainismo pur mantenendo fermi e saldi i principi che sono il cuore della dottrina stessa, senza i quali non esisterebbe, come la non violenza, il credere che l'anima abbia infiniti attributi e che possa liberarsi dalla sofferenza, sostiene che la verità ha infinite prospettive. Rifiuta l'accettazione del dogmatismo irrazionale contrastandolo con la dottrina di tre teorie legate tra loro che in sanscrito sono indicate con i nomi di anekantavada, syadvada e nayavada. C'è una storia che la descrive, raccontata dai sufi, buddhisti e jainisti: tratto dal libro di Claudia Pastorino 'Il jainismo', c’era una volta un villaggio dove vivevano sei non vedenti. Un giorno arrivò un elefante nel villaggio; essi non avevano idea di che cosa fosse: si recarono dov'era l'elefante e ciascuno iniziò a toccarlo. "L’elefante è una colonna" disse il primo uomo che toccò una delle gambe. "Oh, no! È come una fune" disse il secondo che stava toccando la coda. "Oh, no! È come il ramo di un albero" disse il terzo che stava toccando la proboscide. "L’elefante è come un grosso ventaglio" disse il quarto che stava toccando l’orecchio. "No! E' come un grosso muro" disse il quinto che stava toccando il ventre dell’elefante. "No! E' come un solido tubo" disse il sesto che stava toccando una zanna. I sei non vedenti iniziarono a litigare riguardo alla forma dell’elefante e ciascuno sosteneva di avere ragione. Diventavano sempre più agitati e la tensione aumentava. Un uomo saggio passava di lì e li vide. Si fermò e chiese: "Qual è il problema?" Risposero: "Non siamo d’accordo sulla forma dell’elefante." E ciascuno raccontò la propria sicura versione. Il saggio uomo con calma spiegò: "Ciascuno di voi ha ragione! Il motivo delle differenze è dato dal fatto che ognuno ha toccato una parte diversa dell’elefante. Infatti l’elefante possiede tutte le caratteristiche che avete descritto." "Oh!" esclamarono tutti. Da allora non vi furono più litigi: erano tutti contenti di avere ciascuno la propria parte di ragione.

 

Così l'anekantavada è come la realtà si presenta a noi nel senso di come la percepiamo; syadvada insegna che ci possiamo avvicinare alla verità da diverse angolazioni e nayavada afferma che la conoscenza è parziale o relativa. Questi tre approcci sono il risultato della psiche umana separatista perché incapace di cogliere il tutto avendo un limitato campo del sapere e seppur avesse davanti a sè tutta l'ereduzione del mondo sarebbe in grado di riconoscere solo quello che la sua mente riuscirebbe a comprendere e abbracciare. L'anima adatta a se stessa una 'verità utile' alle proprie esigenze psicologiche, corporali e di sopravvivenza. Un onesto ricercatore vedrà la sua verità all'interno di una logica da seguire, mentre chi con presunzione (per ignoranza o debolezza) pensa di essere detentore di visioni supreme, stravolgerà la logica per appagare la propria teoria preconcetta e qualora intuisse e scoprisse un barlume di verità la spaccerebbe come realtà assoluta. Il jainismo non ritiene accettabile nessuna filosofia totalitaristica.

 

Possiamo osservare le opinioni di due individui che hanno simili capacità intellettive ma che guardano la realtà da diverse angolazioni, potranno tra esse essere contrastanti e quindi apparentemente inconciliabili, in realtà possono essere entrambi approcci fattibili alla stessa verità, pertanto ognuna è parziale e può essere vera per un aspetto e allo stesso tempo falsa per un altro; ovviamente non è detto che in assoluto un punto di vista non può contenere più verità di un altro e non si può incolpare l'altro che la sua opinione è totalmente falsa. Vi sono infiniti modi di conoscere la realtà perché ha infinite sfaccettature e cambia a seconda del luogo, del tempo, della natura, di nuove scoperte della scienza e di fatti e metodi logici in rapporto allo stato di coscienza più o meno evoluto di chi la guarda. Basandosi su queste dottrine il jainismo non osserva l'universo da un punto di vista antropocentrico in cui l'uomo è al centro del mondo o egocentrico in cui la propria idea è migliore di quelle altrui, ma da una visone olistica biocentrista in cui non solo considera le idee di tutti gli umani, ma anche i punti di vista di tutte le specie viventi che abitano in questo mondo come gli animali, le piante, la natura e la collettività.

 

Nei rapporti tra esseri viventi il rispetto e l'empatia sono alla base della pratica della non violenza. L'anekantavada è un principio inclusivo annodato al principio della non violenza , praticandola svilluppiamo in noi stessi equilibrio interiore e la capacità di saper costruire una società non conflittuale con approccio flessibile e versatile, con ascolto attivo pacifico e un atteggiamento di fratellanza verso ogni individuo e il suo personale pensiero. Pertanto ci induce a ragionare sul motivo dell'origine di un comportamento, piuttosto che gettare giudizi inutili e dannosi, l'anekantavada è una forma di 'non violenza intellettuale', che per mezzo della tolleranza fa sue le opinioni degli altri nella propria filosofia, con il tentativo di costruire armoniosa convivenza tra le persone, la natura, gli animali , le nazioni. La verità assoluta è la somma totale di tutti i punti di vista dell'universo, nessun uomo comune può vedere la realtà nella sua interezza, la suprema conoscenza è raggiungibile solo al raggiungimento dell'onniscenza dell'anima, ma essere umili e riconoscere i propri limiti conoscitivi ci permette di recepire più realtà possibili.

 

Affermò Mahavira: Fino a quando si tiene ad uno dei tanti aspetti di una cosa e allo stesso tempo si respinge o si ignorano altri, non si potrà mai raggiungere la verità.

 

Un pensatore sufi disse: dicono che la verità sia uno specchio che un giorno si frantumò in milioni di frammenti, ognuno di noi ne raccoglie un frammento e specchiandovisi è convinto di avere la verità in mano.

 


Mahatma Gandhi

 

Il sacrificio di se stesso come la non violenza suprema

insistenza sulla verità

 

 

Gandhi sul Jainismo

 

"Nessuna religione del mondo ha spiegato il principio della non-violenza così profondamente e in modo sistematico, con la sua applicabilità nella vita come nel Jainismo ....... Bhagwan Mahaveer è sicuro di essere rispettato come la massima autorità sulla non-violenza"

 

"Lo dico con convinzione che la dottrina per la quale il nome del Signore Mahavira è glorificato al giorno d'oggi è la dottrina della Ahimsa. Se qualcuno ha praticato nella misura più ampia e ha propagato la maggior parte della dottrina di Ahimsa, è stato Mahavira"

 

Parlando di non violenza non si può non citare il Mahatma Gandhi, un uomo che sentiamo molto vicino al nostro modo di sentire la compassione e che ha segnato profondamente la nostra  vita e quelle di tantissime persone nel mondo, uno dei più grandi maestri indiani, messaggeri e azionisti della non-violenza dei nostri tempi. Lo scienziato Albert eistain disse "le generazioni future faticheranno probabilmente a credere che un uomo simile si sia mai realmente aggirato in carne ed ossa su questa terra". Gandhi prese il buono da ogni religione, le considerava ognuna vera e imperfetta allo stesso tempo, poichè interpretata dalla mente limitata dell'uomo. Seppur di fede induista, di fatto, visse come un autentico jainista incarnando in maniera esemplare il principio della non violenza. In particolar modo parleremo dell'insegnamento della non violenza di Gandhi come 'sacrificio di se stesso', perchè credo esprima una tra le più alte compassioni che un essere umano possa compiere. Egli aveva coniato il termine satyagraha sinonimo di non violenza, per esprimere la forza di cui egli stesso e il movimento indiano usarono per la lotta all'indipendenza e libertà dell'India, essa è composta da due parole satya che significa verità e ha in sè 'l'amore e la fermezza' e agraha che sta per 'forza' per cui è la forza che nasce dall'amore, dalla forza dello spirito o non violenza; seguire questa strada richiede molto coraggio ed occorre praticare una rigorosa autodisciplina nel corpo e nella mente, autocontrollo e purificazione portati ad un livello di perfezione altissimo che permettono di praticare un'eccepibile saldezza nei principi, forza d'animo, tenacia e assoluta compassione.

 

Riportiamo alcuni pensieri di Gandhi che ci toccano il cuore sul satyagraha, come metodo per la pace fra tutti gli esseri viventi.

 

La mia missione

 

La mia missione è di insegnare con l'esempio a costo di severi sacrifici, l'uso dell'arma incomparabile del satyagraha che è una diretta consguenza della non violenza e della verità. Sono ansioso, anzi impaziente, di dimostrare che non c'è nessun rimedio per i mali della vita se non quello della non violenza. Quando sono diventato incapace di far del male e quando niente di superbo occuperà, sia pure momentaneamente, il mondo dei miei pensieri, solo allora, la mia non violenza muoverà i cuori degli uomini. Non ho posto davanti a me e ai miei lettori un ideale impossibile. abbiamo perduto il paradiso solo per riconquistarlo. Ci vuole del tempo, ma non è che un granello nel ciclo completo del tempo. Il maestro divino della Bhagavad Gita (uno dei testi fondamentali dell'induismo) lo sapeva quando disse che milioni di nostri giorni sono solo un giorno per il Brahaman (anima cosmica, essenza impersonale che permea il mondo, noi siamo il Braham, il Tutto, l'Uno).

 

Significato fondamentale

 

Il suo significato fondamentale è nella 'verità'; pertanto 'Verità'-Forza'. Nel mettere in pratica il satyagraha, scoprii che il raggiungimento della verità non ammetteva l'uso della violenza nei riguardi del nemico, ma che egli deve essere liberato dall'errore con la perseveranza e con l'amore; ciò che può essere verità per alcuni può essere non giusto per gli altri. E la pazienza significa propria sofferenza. Così la dottrina venne a significare l'affermazione della verità, non con la sofferenza del nemico ma con la propria.

 

Regole del satyagraha

 

Satyagraha vuol dire letteralmente 'insistenza sulla verità'; tale line di condotta dà a chi la sostiene un potere che non conosce limiti. Satyagraha vuol dire forza o potere. Per essere vero esso deve essere all'occorrenza anche contro la moglie o i propri figli, contro i governanti, contro i concittadini, anche contro tutto il mondo. Tale forza universale non fa distinzioni tra parenti o estranei, vecchi e giovani, uomo e donna, amico o nemico. La forza così impegata non può essere mai fisica. Non c'è posto per la violenza. L'unica forza di applicazione universale può essere pertanto solo quella della ahimsa o dell'amore. L'amore non brucia gli altri, brucia sè stesso. Così un satyagrahi soffrirà con gioia e affronterà anche la morte.

 

Forza attiva

 

La non violenza nella mia concezione significa combattere contro la malvagità in modo più attivo e reale che con la rappresaglia, la cui vera natura è di aumentare la malvagità. Miro a un'opposizione mentale e, quindi, morale all'immoralità. Cerco di spuntare interamente il filo della spada del tiranno, non opponendogli un'arma di taglio ancora più affilato, ma deludendo la sua aspettativa che io gli opponga resistenza fisica. La resistenza dell'anima che offrirei al posto di quella fisica lo sconcerterebbe. Al principio lo abbaglierebbe e alla fine lo costringerebbe al riconoscimento, a causa del quale non sarebbe umiliato, ma sollevato. Si potrebbe nuovamente addurre che questa è una codndizione ideale. E tale è. Le affermazioni da cui ho tratto le mie argomentazioni sono vere quanto le definizioni di Euclide, che non perdono validità per il fatto che in pratica si sia incapaci di tracciare anche soltanto la linea di Euclide sulla lavagna. Ma nemmeno un geometra potrebbe procedere senza possedere nella mente le definizioni di Euclide. nè possiamo noi... fare a menodei fondamentali principi su cui si basa la dottrina del satyagraha.

 

I limiti del satyagraha

 

Il satyagraha presuppone disciplina, controllo di se stesso, purificazione ed una condizione sociale riconosciuta in chi lo offre. Un satyagrahi non deve mai dimenticare la distinzione tra il male e colui che lo fa; contro quest'ultimo non deve avere astio. Non può nemmeno usare un linguaggio offensivo contro chi fa del male, per quanto il male possa essere. Perchè dovrebbe essere un articolo di fede per ogni satyagrahai che non c'è nessuno al mondo caduto così in basso da non poter essere convertito all'amore. Un satyagrahai cercherà sempre di vincere il male con il bene, l'ira con l'amore, il falso con la verità, la himsa (violenza) con l'ahimsa (non violenza). Non c'è altro modo per purificare il mondo dal male. Per questo, una persona che afferma di essere un satyagrahi cerca sempre, con un attento esame di sè, di capire se è completamente libera dall'ira, dalla cattiveria e da altri mali umani; se non è essa stessa capace di quei mali contro i quali si prepara a condurre una crociata. Nella purificazione e penitenza sta metà della vittoria per un satyagrahi. Egli ha fede nel fatto che silenziosa e non tangibile azione della verità e dellìamore produce risultati di gran lunga più durevoli ed immutabili delle parole o di altre vistose manifestazioni.

 

La sofferenza vera forma del satyagraha

 

Ma i grandi maestri, che hanno messo in pratica ciò che avevano predicato, hanno dimostrato che la vera difesa sta nella non violenza. Quello che intendo può sembrare un paradosso. La violenza si nutre sempre di violenza. Dietro l'aggressore c'è sempre uno scopo; vuole che si faccia qualche cosa, vuole che l'avversario si pieghi. Ora, se colui che si difende - nel nostro caso il satyagrahi ruba il cuore di chi gli sta di fronte ed è fermo nel suo proposito di non cedere nemmeno di un centimetro, ed allo stesso tempo di resistere alla tentazione di rispondere alla violenza, l'altro si accorgerà che non può imporre la sua volontà. Questo esige sofferenza, che è la forma più pura del satyagraha e non conosce cedimenti.

 

Chi è il vero guerriero?

 

Cosa pensate dove è necessario avere coraggio - standosene dietro un cannone, facendo saltare in aria gli uomini, oppure avvicinarsi a quel cannone, con il sorriso sul volto, pronti ad essere ridotti a brandelli? Chi è il vero guerriero- colui che è conscio della morte, oppure colui che controlla la morte degli altri? Credetemi, un uomo a cui manchi virilità e coraggio non potrà mai essere in grado di servirsi della resistenza passiva. Nondimeno, sono convnto nel credre che un uomo, debole nel fisico, sia capace di opporre tale genere di resistenza. Questo è possibile ad un uomo come a milioni; sia uomini che donne possono permettersi l'uso di tale forza. Essa non richiede addestramento nelle armi, nè la pratica del ju-jutsa. La sola cosa necessaria è il controllo della propria volontà e, quando si riesce ad ottenerlo, l'uomo è libero come il re della foresta ed un suo sguardo incenerisce il nemico.

 

nota: lo stesso concetto è alla base dello zen, esso dice: "per essere perfettamente libero, l'uomo deve trascendere se stesso, non escluso il timore per la vita e la morte" Bibliografia Sohaku ogata

 

Umiltà di un satyagrahai

 

L'umiltà di un satyagrahai non conosce limiti. Non si lascia sfuggire la minima occasione per giungere all'accordo, e non fa caso se, per questo, qualcuno lo consdera un timido. L'uomo che ha la fede e la forza che nscono dalla stessa fede, non dà importanza al fatto di essere tenuto in poco conto dagli altri. Egli fida solo sulla sua forza interiore. E' cortese con tutti, coltiva e sollecita l'opinione altrui in favore della propria causa. Un satyagraha, mentre è sempre printo alla lotta, deve essere allo stesso modo pronto per la pace. deve accettare qualsiasi onorevole opportunità per la pace...La condizione essenziale di un compromesso è che non ci dovrebbe essere niente di umiliare l'altra parte riducendola a una vile resa. Egli può non allontanarsi dalla giustizia e può non imporre condizioni insostenibili. può non chiedere molto, oppure non troppo poco. Un satyagrahi ha infinita pazienza, grande fede negli altri e una grande speranza.

 

La persona veramente umile non sa di esserlo.

 

L'umiltà non si presta ad essere praticata ad arte. essa, è tuttavia, una manifestazione inevitabile dell'ahimsa. Per uno che possiede l'ahimsa, l'umiltà diventa parte della sua stessa natura. La verità può essere coltivata, così anche l'amore. ma coltivare l'umiltà significa alimentare l'ipocrisia. Non bisogna confondere l'umiltà con il galateo. Uno può inchinarsi davanti ad un altro, avendo il cuore pieno di odio e di disprezzo; questo non è umiltà, ma finzione. Uno può ripetere il nome di Rama o recitare rosari tutto il giorno, ma se in cuor suo è un egoista, non è veramente umile, è un ipocrita. La persona umile non è consapevole della propria umiltà. Si può cercare di misurare la Verità e l'amore, ma non l'umiltà. L'umiltà non sopporta misurazioni. Lìumiltà spontanea non artificiosa, non può mai rimanere nascista. E tuttavia colui che la possiede non è consapevole della sua esistenza. essa fa sì che colui che la possiede capisce di essere un nulla. Finchè si pensa si esere qualcuno, non si è veramente umili. Chi osserva i comandamenti ed è orgoglioso di osservarli, perde molto, se non tutto, del loro valore. Il superbo è una calamità. La società non lo apprezza ed egli stesso non riuscirà a raccogliere alcun beneficio. Basta un istante per capire che tutte le creature sono un nulla: Che cosa sono cent'anni di fronte all'eternità? Ma se noi spezziamo le catene dell'egoismo e ci confondiamo con l'oceano dell'umanità, diventiamo partecipi della sua durata. Una goccia dell'oceano partecipa della sua grandezza, per quanto ne sia inconsapevole; ma appena incomincia una vita indipendente, si prosciuga immediatamente. Non si esagera quando si dice che la vita sulla terra è una semplice bolla di sapone.

 

Disciplina e coraggio

 

La non violenza disprezza la potenza del tiranno e lo mette in ridicolo con una azione non violenta.

 

...il tiranno vede ricadere su se stesso la propria forza, come quando un braccio agitato violentemente nell'aria finisce con lo slogarsi. e proprio perchè abbiamo bisogno del freddo al quale abbiamo accennato, dobbiamo essere perfettamente abituati e disciplinati all'obbedienza volontaria per essere capaci dell'obbedienza civile. Essa è l'espressione attiva della non violenza; distingue la non violenza del forte da quella passiva e negativa del debole. Le leggi approvate volontariamente da noi e quelle che non comportano alcuna sanzione, salvo la disapprovazione della nostra coscienza, devono essere come debiti d'amore, considerati di gran lunga più impegnativi delle leggi a noi imposte o di quelle leggi la cui osservanza viene scontata con una pena. Ne consegue che, se non abbiamo imparato la disciplina di obbedire alle nostre leggi, in altre parole, di tener fede ai nostri impegni, non siamo adatti a quel tipo di disobbedienza detta civile. La mia non violenza non ammette di scappar dal pericolo e lasciare i propri cari senza protezione.Tra la violenza e la fuga vigliacchia, non posso che preferire la violenza. Non posso predicare la non violenza a un codardo più di quanto non posso far tentare di far gustare a un cieco dei suggestivi scenari. La non violenza è il massimo del coraggio. E nella mia esperienza prsonale non ho avuto nessuna difficoltà a dimostrare a uomini addestrati alla scuola della non violenza la superiorità della non violenza. Da codardo, come sono stato per anni, ho albergato la violenza. Ho incominciato ad apprezzare la non violenza solo quando ho cominciato a liberarmi dalla viltà. La non violenza è un paravento per la codardia, ma è la suprema virtù del coraggioso. L'esercizio della non violenza richiede un coraggio di gran lunga superiore a quello dello spadaccino. La viltà è del tutto incompatibile con la non violenza. Il passaggio dalla abilità con la spada alla non violenza è possibile, e, a volte, addirittura facile. La non violenza, perciò, presuppone l'abilità di colpire. E' una forma di deliberato, consapevole dominio del proprio desiderio di vendetta. Ma la vendetta è sempre superiore alla sottomissione passiva, pavida e inerme. Il perdono è ancora più alto. Anche la vendetta è debolezza. Il desiderio di vendetta nasce dalla paura del pericolo, immaginario o reale. Un cane abbaia e morde quando ha paura. Un uomo che non teme nessuno sulla terra considerebbe troppo fastidioso anche esprimere collera, contro chi cercasse vanamente di ferirlo. Il sole non si vendica contro i bimbetti che gli lanciano la polvere, nell'atto, essi non danneggiano che se stessi. In questo paese di auto repressione timidezza, quasi al limite della codardia, non riusciamo ad avere troppo coraggio, troppa abnegazione...io...voglio...il coraggio superiore dei miti, dei gentili e dei non violenti, il coraggio di venire al dunque senza ferire o senza nutrire alcun pensiero di offesa per nessun'anima. Non c'è coraggio maggiore di un risoluto rifiuto a piegare le ginocchia a un potere terreno, non importa quanto grande, senza asprezza di spirito, e questo può darlo soltanto la pienezza della fede che solo lo spirito vive. Non violenza, nella sua condizione dinamica, significa sopportazione consapevole. Non significa docile resa alla volontà del malfattore, ma opposizione di tutta la propria anima alla volontà del titanno. Operando sotto questa legge del nostro essere, il singolo individuo può sfidare anche tutto il potere di un impero ingiusto, per salvare il proprio onore, la propria religione, la propria anima e gettare le fondamenta per la caduta di quell'impero o la sua rigenerazione. Un piccolo stuolo di spiriti determinati, accesi da una fede insopprimibile nella propria missione, può alterare il corso della storia.

 

L'assenza di paura

 

L'assenza di paura è il primo requisito della spiritualità. I codardi non possono mai essere morali. L'assenza di paura connota la libertà da ogni paura esterna: paure di malattie, di espropiazione, di perdere le persone più vicine e più care, di perdere la reputazione o di arrecare offesa o così via. <la perfetta assenza di paura può essere conseguita solo da colui che abbia realizzato il Supremo , dato che implica l'elevatezza della libertà dalle illusioni. Ma si può sempre progredire verso tale meta in grazia di uno sforzo determinato e constante e di una crescente fiducia in se stessi. Quanto ai nemici interni, dobbiamo sempre procedere nella loro paura. Abbiamo giustamente della passione Animale, della Collera e simili. Le paure esterne cessano da sole una volta che si siano sconfitti questi traditori nel campo interno. Tutte le paure hanno al proprio centro il corpo, attorno a cui ruotano; non appena ci si libera dall'attaccamento al corpo, di conseguenza, spariscono. Scopriamo, allora che tutta la paura non e altro che una costruzione senza fondamento del nostro stesso modo di vedere le cose. Non c'è posto per la paura nei nostri cuori, una volta deposto l'attaccamento alla ricchezza, alla famiglia e al corpo. Gioisci delle cose della terra rinunciando ad esse è un nobile comandamento. La ricchezza, la famiglia e il corpo rimarranno ugualmente; quello che dobbiamo cambiare è solo il nostro atteggiamento verso di essi, che non sono nostri.. A questo mondo non c'è assolutamente nulla che sia nostro. L'Upanishad, perciò, ci indirizza a "rinunciare all'attaccamento alle cose mentre ne godiamo. Che è come dire che dobbiamo interessarci ad esse non come proprietari, ma soltanto come amministratori. Colui n nome del quale le teniamo ci darà la forza e le armi necessarie a difenderle contro chiunque si presenti. Quando cesseremo, dunque, di atteggiarci a pradoni e ci ridurremmo al rango di servi più umili della stessa polvere che schiacciamo sotto i notri piedi, ogni paura si dissiperà come nebbia; conquisteremo una pace ineffabile e vedremo Satyanarayan (il Dio della verità) faccia a faccia.

 

Rendere bene per il male

 

La bontà diventa dinamica solo quando è praticata nei confronti del male. Rendere bene per bene è cosa che non comporta alun merito. Rendere bene per male crea una forza di redenzione. Il male scompare davanti a questa forza ed essa continua a crescere in massa e velocità, come una palla di neve che diventa valanga irresistibile. La violenza va affrontata con la bontà e la bontà entra in gioco soltanto quando trova di fronte a sè la cattiveria. Essere buoni con i buoni è uno scambio alla pari. Si riconosce la bontà di un uomo soltanto quando affronta la cattiveria di un altro. Se non stiamo lì a ribattere colpo su colpo, se non ci opponiamo alle cattive azioni del malvagio, i suoi stessi misfatti lo porteranno alla rovina. Cadrà e finirà poi per correggersi.

 

Gandhi ha dedicato la sua vita a favore dei diritti dei più deboli, degli emarginati e dell'uguaglianza delle donne provando un insaziabile amore per l'umanità e in particolar modo per i poveri con i quali si identificava sentendoli come intimi amici. La compassione per i fratelli animali e la natura lo portò a sperimentare diversi tipi di alimentazione, fu vegetariano, per 5 anni fruttariano ed infine vegano cibandosi di sola frutta, noci e verdure. Affermava: "Ogni qualvolta vedo un uomo che sbaglia, mi dico che ho sbagliato anche io; quando vedo un uomo lussurioso, mi dico che anch'io lo sono stato un tempo; e in questo modo mi sono imparentato con ogni essere terreno e mi rendo conto che non posso essere felice senza che siano felici anche i più umili di noi". Era un uomo ottimista e anche pieno di umorismo, diceva che se non avesse avuto il senso dell'umorismo si sarebbe suicidato da un bel pezzo.

 

Per Gandhi il sacrificio assumeva merito soltanto se era volontario e se chi lo praticava avesse purezza del cuore, poichè solo le cose pure possono essere offerte in sacrificio; il sacrificio di se stesso per rendere gli altri felici fino ad abbracciare, senza nessuna riserva, la massima espressione della compassione più elevata: sacrificare la propria vita affinchè altri possano vivere. Il significato del suo essere al mondo era il servizio per tutto ciò che viveva e quella totalità della vita era Dio. Egli considerava che la vera rivoluzione non era uccidere i violenti ma la violenza, non solo nelle leggi e istituzioni , ma nelle radici più profonde nell'anima, attraverso una destabilizzazione e capovolgimento di coscienza che genera la conversione all'amore del prossimo; affermava che ci sono dei principi eterni che non ammettono compromessi e che si debba essere pronti ad attuare anche a costo della vita, che il bruto si domina di fronte alla risplendente purezza. Un uomo incredibilmente umile che possedeva un raro e impareggiabile coraggio, non conosceva paura resistendo fermo come una montagna ad ogni ostacolo pur di raggiungere quell'ideale di forza dello spirito o forza dell'Amore che sentiva fortemente come 'verità universale'. La sua uccisione sarebbe stata per lui solo un annientamento del corpo per il quale non provava nessun attaccamento e non l'uccisione del vero Gandhi, della sua anima. Riteneva che se con la non violenza si finisce di perdere la propria vita, si sarà vinto comunque, perchè si può annichilire carne e ossa ma non si può distruggere il messaggio di amore e verità immortale donati all'umanità di quell'anima che ha sacrificato se stessa per il bene. La morte è parte naturale della vita e un umano può morire per incidente o malattia, ma un non violento aspira ad una diversa conclusione della sua esperienza terrena, il satyagrahi impara a vivere ma anche a morire con compassione, gioia, onore, onestà negli occhi senza odio nel cuore. Gandhi dimostrò la coerenza nel suo nobile credo della Verità-Ahimsa fine alla fine dei suoi ultimi giorni, quando fu sparato da un fanatico indù proprio in quell'istante, prima di morire e accasciarsi, a mani giunte sul petto, guardò negli occhi l'aggressore e gli disse 'io ti perdono'. Dopo di lui il suo agire morale, di così alto spessore, non è stato mai eguagliato da nessun altro, la sua non violenza fu ispiratrice di movimenti pacifisti e di liberazione in tutto il mondo e i suoi insegnamenti rimaranno impressi nei libri di storia.