Attività quotidiane


Il testo Uttaradhyayana Sutra fornisce i dettagli delle attività quotidiane degli asceti. I monaci Svetambara puliscono accuratamente i loro vestiti e piatti di legno due volte al giorno (pratilekhana o padilehan) e garantiscono che nessun danno è fatto a piccoli esseri quando usano questi utensili.

 

Sintesi delle attività quotidiane dei monaci ma che possono modificarsi a secondo delle circostanze.

 

 

Ore 04.00

alzarsi al mattino Santo brahma muhurta, significa svegliarsi ad un particolare "buon o fortunato tempo". In India si crede dai tempi antichi che se ci si sveglia prima dell'alba si ha una giornata vantaggiosa per tutti gli aspetti come la salute fisica e mentale, la routine quotidiana sarà molto ben eseguita.

 

Ore 04.00 05.30

 

Silenziosa recita del Namokar Mantra introspezione e meditazione

Ore 05.30 06.00

 

Servizio per i monaci anziani e acharya (maestri spirituali di massimo grado)

 

Ore 06.00 07.00

 

L'adempimento ai bisogni del corpo.

Ore 07.00 - 08.00

 

Studio del Sè, ritiro e penitenza

Ore 08.00 - 09.00

 

Accurata pulizia di pentole, elemosina per acqua e cibo e l'elemosina

Ore ore 09.00 – 10.00

 

Sermoni e orientamento

 

Ore 10.00 - 12.00

 

visitare i templi per pregare, attenta pulizia delle elemosine, pentole e vestiti, chiedere il cibo in elemosina, mangiare i pasti. Due volte al giorno si eseguono meticolose pulizie dei vestiti e ciotole per il cibo assicurandosi che durante l'utilizzo non si sia danneggiata nessuna creatura vivente.

 

Ore 12.00 - 14.00

 

Servizi per gli anziani, lo studio individuale, meditazione e riposo

Ore 14.00 – 17.00

 

Autoapprendimento, sermoni, orientamento e accoglienza ai visitatori

 

Ore 17.00 – 18.00

 

Accurata pulizia dei beni

 

Ore 18.00 20.00

 

Ritiro penitenziale serale, meditazione e l'insegnamento ai laici

 

Ore 20.00 - 22.00

 

Discorsi religiosi, di riflessione e di recitazione

 

Ore 22.00 - 04.00

 

Sonno

 

 

 

La morte del Saggio Sallekana

 

Il digiuno è pratica usuale di tutti i cammini spirituali indiani, è una libera scelta, usato soprattutto come mezzo di purificazione (pensiamo al Mahatma Gandhi..) Nel Jainismo oltre ai comuni digiuni praticati abitualmente, ne esiste uno protatto fino alla morte che si chiama Sallekana o Santhãrã ed è la morte del saggio, è consentito sia ai monaci che ai laici. Oggi giorno è raro trovare tanti Jain che sentono di attuarlo, generalmente sono praticati solo dai monaci che hanno raggiunto un alto livello di consapevolezza, soprattutto i Digambara. Questa non è da intendersi come suicidio in cui si è spinti da uno stato d'animo disperato, depresso, sfiduciato, arrabbiato o da un impulso passionale, nè si compie per ottenere la liberazione dell'anima. I monaci vivono solo per avanzare spiritualmente in termini di purezza d'animo per mezzo di una vita vissuta saldamente nella non violenza; il Jainismo crede che fin tanto avremo un corpo materiale compieremo violenza, ad esempio per sopravvivere dobbiamo nutrirlo e questo comporta inevitabilmente l'uccisione di altre vite, pertanto se un monaco ha una malattia terminale e a causa della invalidità e sofferenza che gli procura, non ha più la possibilità di progredire, poichè impossibilitato a proseguire il cammino di fede e tutte le pratiche giornaliere come studiare, insegnare, fare penitenze, meditare ecc e allo stesso tempo la sua presenza è causa di violenza verso gli esseri viventi anche i più minuscoli sulla terra, al quel punto può decidere di compiere il Sallekana per accellerare e raggiungere volontariamente l’abbandono dal corpo fisico. Significa per lui andare via con serenità e saggezza con l'ultimo atto estremo di non possessività alla materia, di non egoismo e di compassione verso le creature viventi ed equivale a non mangiare né bere fino alla morte. La sua non violenza sono così grandi, da essere pronto e disposto a morire piuttosto che procurare sofferenza alla più umile delle creature, poichè anche nel processo digestivo o di respirazione si uccidono microorganismi. In sintesi togliere dal mondo terreno il proprio corpo che non permette più alla sua anima di crescere, nè di dare, ma solo di danneggiare altri esseri viventi è un atto di estrema compassione e purificazione ed è il coronamento di tutto il suo cammino della non violenza di quella vita terrena. Nessuno può praticare il Sallekana senza il consenso del monaco superiore Acharya che deve accertarsi con accuratezza e certezza assoluta che la decisione di voler compiere il Sallekana, da parte del monaco morente, derivi unicamente da una reale motivazione pura di non violenza.