La via del laico

I  voti

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Parte seconda - 

 

La vita del laico Jainista

Chi può essere un Jain?

 

Chiunque può essere un Jainista. Una persona di qualsiasi nazionalità, etnia, credo, casta, colore e genere può abbracciare il Jainismo come seguace laico o monaco o monaca. Nel Jainismo non esiste un rito come il battesimo cristiano o una cerimonia di conversione, ma è possibile realizzarlo solo studiando la filosofia e adottando lo stile di vita Jainista. La conoscenza è il fondamento, e, quando hai la conoscenza - consapevolezza cambia automaticamente la tua condotta. Il Jainismo ci spiega che la condotta senza conoscenza è inutile e acquisirla è un processo a lungo termine, è tutto basato sul conoscere se stessi, una volta che iniziamo a provare a conoscere noi stessi inizieremo di conseguenza e naturalmente a seguire i principi e pratiche, altrimenti sarà una adesione senza senso fatta di meccaniche penitenze, restrizioni e regole imposte. Ricordiamoci che il voto della Nonviolenza è essenziale e quindi inscindibile dall’essere un Jainista, quindi non dobbiamo uccidere o causare indirettamente uccisione per tutti gli esseri viventi e non sostenere tali omicidi da parte di altri. Come risultato della Nonviolenza occorre adottare anche uno stile di vita che attraverso l’alimentazione, l’abbigliamento, prodotti, spettacoli ecc. non comporti l’uccisione e lo sfruttamento degli animali. Ma la Nonviolenza non si limita a non uccidere, include anche il non avere cattive intenzioni e il non ferire i sentimenti degli altri. Ma per essere un Jainista non è sufficiente solo essere ecologisti, pacifisti, amare la natura, gli animali, gli umani e fare attivismo per i loro diritti, questo è moralmente doveroso, ma è possibile farlo senza essere un Jain che invece va verso qualcosa di più grande e ambizioso che riguarda l’anima. La Nonviolenza volontaria e il rispetto per tutti gli esseri viventi è l’importantissimo principio dell’immensa ricchezza del Jainismo, ma senza la conoscenza del sé, non risolve per sempre l’annientamento totale della violenza e soprattutto non porta alla liberazione dell’anima e dalla sofferenza. Il Jainismo è una religione con un complesso di credenze, sentimenti e regole di vita, è un modo di vivere e in quanto tale bisogna conoscerla e credere alla sua logica spirituale. Questo presuppone la fede, ma nessuna persona e nessun libro potrà trasmettercela, è qualcosa che bisogna sentire naturalmente, è frutto del proprio karma attraverso le esperienze e la crescita apprese nelle vite precedenti e del proprio stadio evolutivo dell’anima, è innata. Ogni essere vivente viaggia ininterrottamente attraverso l’universo in varie forme, sopportando ripetutamente le miserie della nascita e della morte. Sono le credenze errate - Mithyatva (che illudono) le ragioni principali di questo incessante ciclo di vita e morte. Il primo passo verso la liberazione da questo “oceano di vita” è, attraverso la comprensione degli insegmaneti dei Jina, quello di purificare le nostre anime dalle false credenze, dal velo dell’ignoranza che non ci da la giusta percezione della natura della realtà; è il comprendere le leggi del Karma e il processo evolutivo dell’anima che spiegano i principi metafisici da cui deriva tutto. Fin tanto avremo un corpo che si reincarna sul piano materiale e crederemo che siamo quel corpo creeremo all’infinito attaccamenti legando l’anima al corpo, per quanto ci sforziamo, vivremo il dolore della materia, commetteremo inesorabilmente violenza e non potremmo mai raggiungere la libertà e l’autentica felicità. La violenza è una necessità inerente alla vita in un corpo fisico, per sopravvivere dobbiamo uccidere altri esseri viventi come le piante; ovunque c’è la vita, anche nell’acqua che beviamo. Il nostro corpo contiene microorganismi: la nostra presenza nel mondo è morte per qualcuno. La pura beatitudine e la Nonviolenza perfetta è possibile solo nell’anima, nel suo stato incorporeo, ma la pratica della Nonviolenza è intimamente connessa e intrinseca al karma stesso. Per cui, l’obiettivo più nobile della nostra esistenza deve essere quello di lavorare su se stessi per realizzare lo scopo supremo, il più alto di tutti: ‘vincere la rinascita’, ottenere la liberazione definitiva dell’anima da ogni legame. Questo è il sommo bene, la massima realizzazione, l’annientamento permanente della violenza verso noi stessi e ogni essere vivente. E’ il più grande dei diritti e il più grande atto d’Amore che possiamo fare a noi stessi, è il più grande augurio per ogni vita. Sentirsi Jain, nel suo significato più profondo, non significa essere membro di una religione o di un certo sistema di credenze istituzionalizzate, ma come detto, è semplicemente colui che ha iniziato il percorso di conoscenza del proprio sé ed un Jina è colui che lo ha conosciuto completamente, un Jainista vuole essere semplice e puro come Lui. Quindi con questa definizione, in tutti i momenti in cui facciamo ricerche per scoprire chi siamo veramente, tutte le volte che ci sforziamo per stabilirci nella nostra vera natura, noi siamo Jainisti. Sia che uno ci si chiami o no Jainista, se ha iniziato lo sforzo di auto scoperta, lui/lei è un Jain. E se invece non si ha preso questo impegno per realizzare se stesso, anche se nato in una famiglia Jainista, seguendo tutti i riti tradizionali, cantando tutti i mantra ereditati, praticando tutti i riti prescritti, egli non sarà un Jainista. E’ impossibile seguire questo percorso morale, di liberazione se non ci si “denuda” mettendosi in discussione, soprattutto se non si è umili, perché il Jainismo si dirige verso un livello etico molto, molto alto. La purezza dell’anima non può avvenire se ci sono sentimenti negativi tra i quali l’egocentrismo, l’egoismo, la presunzione, l’arroganza, l’essere possessivi, più si ascende spiritualmente e più essi scompaiono e si diventa leggeri per librarsi verso la cima dell’autentica libertà. Per questo, per progredire giorno dopo giorno sulla via spirituale, un vero devoto deve crederci fortemente, essere umile e sincero ed avere la capacità di senso critico verso se stesso con la voglia di migliorarsi. 

 

Cosa bisogna osservare?

Dopo aver conosciuto i principi centrali del Jainismo, con costanza, amore e abnegazione bisogna studiare la filosofia e gli insegnamenti dei Jina. Con umiltà e gratitudine ricercare, condividere e confrontarsi (seppur a distanza) con gli altri Jainisti che hanno più conoscenza e sono i laici studiosi, maestri, monaci e monache. Seguire tutti i giorni i principi e le pratiche del Jainismo affinché diventino un nostro modo di vivere. Fortemente indicato è l'imparare una lingua madre indiana per comunicare con i Jainisti indiani e leggere in lingue originalii testi sacri Jainisti (in hindi, gujarati, kannada, maharati, rajashtani, punjabi, sanscrito, pacrito ecc) per  comprendere un significato più profondo dei sutra e arricchire la conoscenza del Jainismo. Il rischio è quello di limitare la propria cultura e pratica alle solite informazioni e concetti di base apprese sul web o dai libri commerciali in lingua inglese. Questo è ciò che mi è stato vivamente consigliato da tutti gli indiani studiosi dalle scuole Jainiste e dai monaci con i quali sono in contatto. In Italia fortunatamente abbiamo diversi insegnanti, professori, madrelingua disponibili per l'insegnamento delle lingue indiane.

Caratteristiche tra i laici Jainisti

Esiste una scala evolutiva di 14 stadi di sviluppo spirituale che si chiama Gunasthana attraverso la quale, il Jainista, si eleva nel suo 
percorso partendo dal 1° fino al 14° guna dove giungerà alla liberazione dell’anima. Entreremo nel dettaglio del Gunasthana
nell’ultima parte del libro sulla vita dei monaci. Per i diversi guna sono associati diverse tipologie di praticanti in base alla propria
evoluzione. Dal 1° al 3° ci sono i laici Jainisti "semplici", nel 4° inizia il risveglio del Sè, nel 5° guna i laici virtuosi che si chiamano
Shravak per il maschio e Shravika per la femmina, e poi dal 6° guna in poi ci sono i Jainisti che percorrono la vita monastica e sono
i monaci e le monache. Lo Shravak e Shravika sono coloro che ascoltano e seguono gli insegnamenti delle scritture e dei monaci.
Shravak deriva dalla parola savaga ed è usata per indicare un capofamiglia Jain che fa del suo meglio per vivere come un laico ideale
impegnato nella vita mondana. Questa via può essere seguita tutta l'esistenza o come preliminare alla vita del monaco, infatti egli o ella
percorre il Pratima ed è la fase che segna l'ascesa spirituale del laico o laica composto da 11 passi o tappe del percorso spirituale,
superate tutte non si è più uno Shravaka o Shravika ma Monaco (Muni) o monaca (Sadhvi o Arika)
Anche il Pratima verrà
approfondito più avanti quando affronteremo l’argomento del laico che diventa monaco. La caratteristica importante dello
Shravak e Shravika è che sono coloro che prendono, praticano e rispettano i voti
parziali – virat che sono inviolabili, devono
essere seguiti in modo impeccabile.
La rottura del voto è di per sé un peccato molto intenso, infrangerlo consapevolmente
determina un karma molto, molto negativo. Se nel caso sopraggiungono problemi di salute e situazioni eccezionali davvero
inevitabili, si lasciano con la concessione del perdono e dopo la guarigione psicofisica si espia e si riprendono, ma questo è l’unica
condizione che permette al devoto di interrompere i voti. Si può osservare una pratica solo per un periodo di tempo ed è nota con il
termine niyam, ma non è un voto. E’ considerato un peccato grande trasformare la religione secondo la propria facilità, non si può
giocare con i Principi Universali Eterni delle Scritture e secondo il Jainismo è un peccato grave di alta intensità. I voti dei Shavaks e
Sadhus – monaci, sono il compito degli illuminati. Vrat – i voti dei Shravak (12 voti) e quelli dei monaci sono presi per tutta la vita,
se si studiano a fondo sono molto profondi, ampi, difficili e devono essere osservati tutti. Il voto significa impegno in testimonianza
dei Siddha (anime liberate) o Arihant (Jina), o pratima (idolo sacro) o Shastra (scritture sacre) o Guru (maestro). Tutti questi aspetti
riguardono solo loro e non i comuni Jain.
Ma anche tra i laici comuni ci sono diverse gradazioni evolutive. Una parte di loro sono assorbiti da pratiche esterne scorrette senza
illuminazione, sono anime dalla falsa credenza; altri pensano che ci si possa liberare solo dalle pratiche, penitenze, restrizioni senza
consapevolezza del Sè, prendono i voti come fossero dei Shravaks e li osservano bene, ma senza aver alcun risveglio e trasformazione
interiore.
Ci sono tre condizioni: 1- pratiche esterne impeccabili insieme all’illuminazione 2- pratiche esterne impeccabili senza illuminazione 3- pratiche esterne errate senza illuminazione Solo la prima è quella giusta e porta alla liberazione, è citata nei testi sacri (Agama), appartiene al 5° Gunasthana ed è associata allo
Shravak/Shravika gli unici laici menzionati nei testi sacri. La seconda condizione porta buone azioni e frutti, la terza brutte azioni e
cattivo karma. La misurazione dei Guna non viene eseguita da pratiche esterne, ma dall’illuminazione e immersione in se stessi.
Gli altri laici Jain praticanti sono coloro che pur non prendendo i voti (avirati samyak drishtu) seguono con devozione e capacità lo
studio, le pratiche e lo stile di vita similmente come un buon Shravak, oltre ad essere vegetariani o vegani, non mangiano verdure a
radice e quindi cercano di ridurre anche la violenza verso i vegetali, alcuni non assumono cibo crudo, né lievito, nè prima dell’alba e
dopo il tramonto, osservano le varie pratiche essenziali spirituali giornaliere ecc. Praticano karuna – compassione verso tutti gli esseri
viventi, però il vegetarismo è pratica molto comune non solo tra Jainisti, ma di molte culture indiane,
riguarda la compassione legata
all’etica e ai valori dell’India, mentre i voti degli Shravak sono connessi alla spiritualità ed è un livello molto più alto. I valori etici sono
elementi fondamentali per raggiungere la spiritualità. Diciamo che gli Shavark sono di due tipi quelli con voti e quelli senza voti detti
Shravak avriti, ma queste parole sono solo usate per indicare una persona nata Jain. Nel 4° guna in cui si trovano i Jainisti semplici non
ci sono voti, sono obbligatorie 8 cose: non nutrirsi di cibo non veg. come carne, pesce uova e miele, alcool e i cinque tipi di fichi. Sono
trattati i principi della Nonviolenza, di verità ecc. ma non è richiesta “la profondità" come per lo Shravak”, e per un non illuminato è già
abbastanza. Però se vogliono mangiare, meditare, studiare, pregare come un monaco sono liberi di farlo, infatti le famiglie Jainiste di
un più alto livello di spiritualità che sono la maggior parte dei laici Jainisti seguono per propria volontà e consapevolezza, per
interesse personale, compassione ecc. tutti i livelli del Pratima del laico illuminato Sharavak ma senza prendere i voti, senza impegno,
praticando nella misura in cui possono ed è un processo di allenamento verso la via del laico virtuoso. Questo non produrrà
nessun karma negativo ma un karma molto buono, si rinascerà in un felice piano esistenziale.
Inoltre possono recitare tutto nelle varie pratiche religiose eccetto nel Pratikraman sutra, perché è riferito al "chiedere il perdono"
rispetto ai 12 voti dello Shravak, ma basta semplicemente escludere questo punto, i sutra sono diversi rispetto a quelli dello Shravak .
Invece i Jainisti Digambara hanno uno specifico Pratikraman per i laici senza voto.
L’illuminazione porta al Nirjara - distruzione dei karma, mentre i voti sono anch’essi la causa del bondage – schiavitù e non la causa
dell’annientano dei karma e liberazione (Nirjara e Moksha).
Ad ogni guna corrisponde un’illuminazione, ma come detto sopra solamente dal 4° guna in poi. Sotto, dal 1° al 3° guna, non c’è
distruzione dei karma che conduce alla liberazione, perché non c’è ancora auto-comprensione, auto-realizzazione. Le buone azioni *
non sono il completo Dharma, ma occorre il buon karma prima di raggiungere il Dharma completo (la distruzione di tutti i karma
positivi e negativi per ottenere la liberazione). L’illuminazione può essere raggiunta solo con lo studio profondo di Sè e la meditazione
pura, aldilà del corpo, della mente e dei sensi.
Shravaka e Shravika Lo Shravaka e Shravika amano e adorano la vita e il messaggio dei maestri Jina, hanno rispetto e devozione per Loro. Desiderano
viaggiare sulla via della
liberazione dell'anima dimostrata dagli Onniscienti e hanno messo avanti gli sforzi in tale direzione in base
alla loro capacità.
Le parole Shravaka e Shravika consistono in tre sillabe che rappresentano l'intera filosofia Jain, ossia l'obiettivo del
nirvana attraverso i tre gioielli:
Shra- ascolto (ascoltare e accettare gli insegnamenti, giusta fede) Va-conoscenza (la scelta giusta e retta conoscenza) Ka: azione (seguire la giusta azione). Una più antica terminologia della parola laico era Upaasaka, che significa 'Colui che aspira alla liberazione'. Nella comunità Jain ci
sono
più livelli spirituali con rispettivi compiti adatti ad ognuno sia per gli Shravak che per i monaci e una serie di principi morali che
i monaci e le monache
seguono minuziosamente, mentre invece sono osservati dai laici solo nella misura praticamente possibile per
loro
. I laici impegnati nella società e responsabilità famigliare e lavorativa non possono evitare integralmente la violenza e il
posse
dimento ecc. per cui i Jina gli hanno mostrato la via spirituale affine e percorribile che si chiama Dharma Grihasth 'La via della
rinuncia parziale'. Le scritture descrivono il laico virtuoso (Shravaka e Shravika) 'Reale e Ideale' è definito con il nome di Bhaava
Sraavakas 'Il laico del cuore'. Poiché nessun Jain è un devoto senza cervello pensante, occorre non abbandonarsi alla sola fede cieca,
ma accompagnar
e quest’ultima con la propria analisi, perchè la fede cieca è anche considerata una forma di ignoranza. Il Jainismo
attribuisce uguale importanza
nel percorso del progresso sia alla fede (darshan) e sia all’intelligenza - conoscenza (gnyan). Una volta
che si impara qualcosa, è importante valutare con la
propria intelligenza e poi mantenere la fede in essa.
Qualunque cosa io dica, devi testarlo con il tuo ragionamento e verificarlo con la tua esperienza. Non accettare ciò che dico ciecamente per sola
fede fino a quando non supera la prova del nove dell’intelletto. Altrimenti, non sarà mai tuo. Se accetti ciò che insegno sulla base dei testi sacri,
o dal mio c
onvincente ragionamento o anche per la mia personalità radiante, ma non testandolo con il tuo ragionamento allora alla fine ciò creerà
solo oscurità (ignoranza) in te e non luce”
Jina Mahavira.
Il Jain Darshan o laico virtuoso segue la via chiamata Shravak Dharm., predica di condurre una vita semplice guidata da autocontrollo,
attenzione, compassione, non
attaccamento e dalla Nonviolenza. L'etica Jain delinea i principi basilari del Jainismo che devono essere
osservati dai laici e sono espressi in dodici voti, i primi cinque sono i principali voti o voti minori di natura limitata (Anu Vratas) e
sono uguali a quelli dei monaci, ma
meno rigidi, per cui un po' più facili da seguire rispetto ai cinque grandi voti monacali’
(
Maha Vratas). I prossimi tre voti sono conosciuti come voti meritori (Guna Vratas), perché essi aumentano e purificano l'effetto dei
cinque voti principali,
questi voti aiutano nella disciplina e nella condotta di un individuo. Gli ultimi quattro sono i voti disciplinari
(Shiksha Vratas),
di istruzione e disciplina, destinati a favorire l'esercizio delle funzioni religiose del laico. Essi governano la propria
vita interna e sono espressi
in una esistenza segnata da azioni compassionevoli, sono preliminari alla disciplina della vita di un asceta.
I tre voti
meritori (Gunavrata) e i quattro voti disciplinari (Vratas Shiksha) insieme sono conosciuti come i sette voti di condotta
virtuosa (Shila). Questi voti sono da seguire in pensiero, azione
e parola, aiutano a tracciare un percorso di vita razionale.

 

 

La carità e la devozione sono i principali doveri religiosi del laico. Una persona, se non adempie a questi doveri, non può essere uno sravaka (laico virtuoso). La meditazione e lo studio delle scritture sono i doveri principali del monaco virtuoso; non può esserci un monaco che non osservi questi doveri”. Saman Suttam 

 

I 12 VOTI DEL LAICO JAINISTA

I principali cinque voti denominati

 

cinque voti minori -Anuvrata

 

अहिंसा- Ahimsa

Il primo è il voto di Nonviolenza.

 

Come detto precedentemente il laico è membro attivo della società, non è possibile per lui evitare totalmente la violenza in tutti i modi possibili o nella misura più ampia, specialmente quella inflitta agli esseri viventi che hanno un solo organo di senso come le piante,  tutti i microorganismi come quelle forme di vita che vivono in acqua, in aria ecc. Ad ogni modo egli deve impiegare il massimo impegno per non fare del male a tutti gli esseri viventi attraverso la mente, parola e azione; non deve commettere violenza intenzionale verso se stesso o tramite terzi o approvare tali azioni commesse da qualcun altro. E' vietato uccidere esseri viventi e fare sacrifici di animali per offerta agli dei; la caccia e gioco d'azzardo; mangiare carne, uova, miele ecc poiché procurati dalla sofferenza degli animali. E' vietato bere alcolici perché durante il processo di fermentazione si uccidono piccolissimi esseri viventi e per evitare di perdere l'autocontrollo. Deve astenersi dall’esprimersi con asprezza e durezza. Non deve legare, ferire, mutilare, caricare grandi pesi e privare di cibo o di acqua nessun essere vivente animale o umano: queste sono le cinque trasgressioni (aticara) del voto di non violenza (ahinsa).

 

 

                                                                                                   सत्या- Satya

 

            Il secondo è il voto della verità

 

Il secondo voto richiede che si debba astenersi dal dire bugie e fare ricorso alla falsità; usare un linguaggio aspro, crudele, scioccante o abusivo. Dire sempre la verità, ma se non possiamo condividere perché non compresi e nel dire la verità possiamo danneggiare gli altri ferendo i loro sentimenti provocando dolore, allora si dovrebbe rimanere in silenzio. Non si dovrebbe pronunciare una falsità, chiedere ad altri di farlo, o approvare tali attività. Bisogna astenersi dal dire delle bugie per soddisfare i propri interessi, dando prove false, o negare, o restituendo la proprietà altrui. Non si deve accusare in modo affrettato e in maniera sconsiderata, divulgare il segreto di qualcuno, svelare un segreto confidato dalla propria moglie, dare falsi consigli, falsificare documenti o scritti. Mentire sulle donne nubili, sugli animali, sulle terre, sui debiti o sui pegni e dire falsa testimonianza. Ma c’è una eccezione, bisogna evitare di dire la verità se essa causerebbe la morte di un essere innocente.

 

 

 

 

  

  अस्तेय- Asteya

 

Il terzo è il voto di non rubare

 

Si dovrebbe prestare la massima attenzione a non rubare o prendere in prestito gli oggetti personali di altri senza il loro permesso impiegando mezzi sleali (usare falsi pesi e misure, falsificare monete e documenti) o impossessarsi di proprietà altrui con trucchi fraudolenti; ingannando gli altri e violando la propria fiducia, danneggiando l'interesse degli altri per il proprio. Bisogna astenersi nell’acquistare beni rubati e incitare un altro a rubare. Questo non è solo limitato al denaro e alla ricchezza; non si dovrebbe rubare i diritti, i concetti, la proprietà intellettuale ecc.

 

 

Rubare è:
· Ciò che non è concessa dal suo proprietario, (Swami Adatta)
· Ciò che non è concesso da una creatura vivente, (JIV Adatta)
· Ciò che non è concessa dai Tirthankara (Jin Adatta)

 

 

· Ciò che non è concessa dai Tirthankara (Jin Adatta)

Allo stesso modo, prendere dalla società abitazioni, cibo e vestiti in eccesso rispetto ai fabbisogni essenziali per ognuno, significa privare gli altri. Dal momento che non può esserci una proprietà permanente nel senso reale delle cose materiali; il possesso - parigraha è in un certo senso un furto; se stiamo utilizzando le risorse limitate in misura maggiore di quelle che possono essere fornite, allora stiamo rubando alle generazioni future così come rubiamo dalle piante e la vita animale.

 

 

 ब्रह्मचर्य- Brahmchary

 

Il quarto è il voto di celibato

 

Indica di rimanere leali, fedeli al proprio coniuge e alle relazioni ed evitare rapporti sessuali con persone diverse dal proprio partner, limitare l'attaccamento alla sessualità. Anche per i laici così come per i monaci, Brahmcharya significa purezza dei sentimenti.

 

 

अपरिग्रह- Aparigraha

 

Il quinto è il voto del Non attaccamento/ possesso

 

Il voto di Aparigraha è un importante pilastro del Jainismo che significa evitare ogni attaccamento alle cose e ai piaceri dei cinque sensi; non raccogliere, possedere o accumulare nulla al di là di ciò che ci spetta ed in altri termini ciò significa prendere quello che è veramente necessario per sopravvivere.

 

 Il Jainismo promuove la sopravvivenza sul minimo indispensabile. Per vivere, occorre guadagnare denaro, ma dovremmo guadagnare secondo i nostri bisogni senza essere mai attaccati al denaro e alla ricchezza. Non essere mai una persona orientata al denaro. Inoltre, dovremmo donare una parte dei nostri soldi per il benessere delle persone povere e bisognose. Ricorda che l'attaccamento è la radice della la violenza.. Vivere del minimo significa prendere meno dagli altri esseri viventi per ridurre o non causare nessun danno,  il principio di limitare il consumo è il fondamento dell'ecologia Jain. Questo principio ci insegna a vivere come non possessivi, non accumulatori e non accaparratori. Riguarda la limitazione delle nostre proprietà, ma ancora più importante il limitare i nostri attaccamenti a questi possedimenti. I guadagni materiali in se stessi non hanno in sé alcun 'cattivo' o 'buono', è il loro attaccamento che ostacola il successo; nel mondo spirituale e professionale. Dopo tutto, un rinunciante può essere più attaccato alle sue elemosine in cerca di una ciotola che un per tutto il suo regno! Aparigraha non significa quindi essere possessivo di solo cose ma anche di idee/credenze, di persone, di luoghi. Riguarda tutto ciò a cui ci aggrappiamo, agendo in modo possessivo. Parigraha o non attaccamento è la natura di ogni essere vivente. Il nostro senso fuorviante di "me" e "me stesso" crea un falso senso di "proprietà" o "possessività" per cose e persone. Crediamo erroneamente che il corpo e l'anima siano una cosa sola e stabiliamo il nostro diritto di "minorità" ovunque, formando attaccamenti profondi - rāg. Ci sforziamo di soddisfare ogni desiderio che sorge ma non abbiamo mai successo dal momento che desideri come l'oceano sono illimitati alla sazietà di uno e di un altro che nasce. Ci indulgiamo nel piacere dei sensi, perché crediamo erroneamente che la nostra fonte di felicità sia all'esterno.

 

I Jina consigliano di viaggiare la vita leggeri - letteralmente! Per non accumulare o tenerci le cose; oggetti, persone, situazioni o anche ricordi, idee, convinzioni e pensieri! C'è una bella frase 'qualunque cosa si possiede in realtà essa possiede te!' Il bagaglio non ha possesso di noi; noi stiamo tenendo il bagaglio! E' così noi dobbiamo imparare a lasciare andare! Per iniziare a praticare Aparigraha dobbiamo lasciare andare alcuni dei bagagli fisici, emotivi, mentali che abbiamo accumulato durante tutto il nostro viaggio. Non vi è 'mio', perché non esiste un 'io'.

Viaggio nel non attaccamento

 

Dal non attaccamento viene la vera libertà. Ma come possiamo arrivare allo stato di non-attaccamento?
Il posto migliore per iniziare il viaggio è diventare consapevoli delle nostre simpatie e antipatie e ciò che apprezziamo maggiormente nella nostra vita. Scopri
re cosa si critica e chi si critica, ciò che si difende e chi si difende, quello a cui ci si oppone, ciò che si vuole cambiare, che cosa evitare. Cosa ci rende felici o infelici, paurosi, sostenuti, arrabbiati o offensivi. Queste sono le vostre reazioni alle diverse situazioni, oggetti e percezioni causati dagli attaccamenti. Essi sono radicati nelle esperienze passate e modellati dagli attaccamenti. E' 'l'impegno che facciamo di prendere solo quello che ci serve, rendendoci conto che il desiderio di accumulare  viene proprio da una sensazione di mancanza o di separazione dentro di noi. Cerchiamo ricchezza materiale per mascherare un senso di fallimento spirituale. Una volta identificato un paio di attaccamenti, il saggio ci consiglia di iniziare a lavorare su alcuni di essi:

L'attaccamento al denaro - donare, partecipare a qualche attività di volontariato,

Attaccamento all’ego, la necessità di essere riconosciuti, fama, potere, influenza - praticare il silenzio, prendere in considerazione altri punti di vista, ascoltare più che parlare
A
ttaccamento alla perfezione e la disciplina - perdonare errori e sviste
A
ttaccamento al possesso - dare via, limitare un nuovo acquisto


I viaggiatori attenti

 

Uno degli insegnamenti fondamentali della filosofia Jain è che tutto nella nostra vita (compresi noi stessi) è in corso. Il desiderio di avere può quindi essere visto come un tentativo di negare questa realtà. Le nostre emozioni (il bene e il male) sono i passeggeri ai nostri giorni. Così anche i nostri pensieri, così anche le nostre condizioni di vita, così anche questa stessa vita. Quando abbracciamo Aparigraha, diventiamo come un giovane uccello. Noi non siamo nati per rimanere aggrappati a un ramo, siamo nati per salire, e in quel momento prendiamo il volo. Dal non attaccamento arriva la vera gioia di vivere nel qui e ora. Una persona distaccata vive nel presente, alleggerito dai ricordi del suo passato o dall'incertezza del suo futuro. Egli vive senza paura. Lui è un viaggiatore che si trova in un viaggio alla scoperta di sé, senza alcun bagaglio e senza alcuna condizione, con totale fiducia nella realtà del momento presente.

 

Sommario

Contrariamente alla credenza popolare, la ricerca di una maggiore ricchezza materiale e piacere non porterà alla felicità. Un maggiore desiderio è un segno che non abbiamo tutto ciò che vogliamo (un vuoto interiore). Ridurre questo desiderio e accontentarsi di ciò che abbiamo portato alla soddisfazione. Accumulare oggetti materiali alimenta semplicemente il fuoco del desiderio.

 

1. Il primo passo verso la soddisfazione è discriminare tra i propri desideri (avasyakta) e bisogni (iccha). "Volere" include tutto ciò che vorremmo avere, anche quello che non abbiamo bisogno per sopravvivere; i "bisogni" sono ciò di cui abbiamo necessità per vivere; l'essenziale. Sappiamo tutti che i bisogni e i desideri sono due facce della medaglia della vita. Ma rimanere consapevoli della loro distinzione ad ogni passo è un compito arduo. Questo è il percorso di sādhanā.

 

2. Il secondo passo: limitare i beni ai bisogni (specialmente scartando quei desideri che sono inutili e dannosi). Per un laico, questo potrebbe non essere il minimo per sostenere la vita, ma può anche dipendere dalla posizione di una persona nella società e dalle dimensioni della propria famiglia. L'etica dei Jaina insegna di essere liberi, non dalle necessità, ma dai desideri.

 

Possedendo meno e non permettendo alle cose di possedere te.

Solo l'acquisizione di un oggetto non si qualifica come parigraha- possesso. La possessività non risiede nell'oggetto, ma nei desideri, nelle ambizioni e negli attaccamenti. La ricchezza è inerte in se stessa, né una virtù né un peccato. Di per sé, non è nemmeno un possesso. L'Āgama (scrittura sacra jain) afferma che avere ricchezza non è possessività, l'attaccamento è "Muccha iti Parigraha" – possessività. Se una persona non ha né la stoffa per coprirsi, né il cibo da mangiare, nemmeno un tetto per ripararsi, tuttavia se la sua mente è costantemente in lotta con innumerevoli desideri, se è ossessionato dal potere e dalla ricchezza, allora è considerato possessivo. Ma se è libero dal desiderio, dall'illusione e dagli attaccamenti, allora tutta la ricchezza del mondo non lo renderà possessivo. Quindi la condizione più importante sul sentiero della contentezza non è l'abbandono della ricchezza e degli oggetti, ma dell’attaccamento.

 

Colui che capisce che in questo mondo non c'è nulla che gli appartenga, che pensa che quando nasce, non porta mai nulla con sé e dopo la morte, nulla andrà con lui - tutta la ricchezza, la terra, la casa ecc., saranno lasciati alle spalle. Chi sa che, escludendo l'anima, tutto è deperibile, momentaneo, chi non è attaccato a nulla si chiama Akinchana.

 

 Non chiedere la felicità, riconoscila.


La contentezza o la felicità, derivata da oggetti materiali, è percepita come tale da un'anima in uno stato di falsa credenza. Il fatto è che gli oggetti materiali non hanno una qualità di felicità e quindi la felicità non può essere ottenuta da loro! Al massimo può essere piacere o conforto. La percezione di "godere" di un oggetto materiale è davvero solo quella - una percezione! Questa percezione premia l'anima con solo miseria e nient'altro. La vera felicità viene dall'interno, poiché è l'anima che possiede la qualità della felicità
Quando smettiamo di inseguire la definizione di felicità del mondo, iniziamo a riconoscere che la decisione di sperimentare la felicità è stata da sempre proprio davanti a noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sette voti di condotta virtuosa

I tre voti meritori

Il primo voto
Primo voto meritorio 
Gunavrata

E' il voto di assumere il proprio movimento solo all'interno di una zona limitata per ridurre la violenza.

Il secondo voto 
Secondo voto meritorio 
GunavrataConsiste nel non visitare un luogo (regione) in cui esiste la possibilità di violare un voto” Saman Suttam. “Limitare la propria attività
a certi luoghi e a certi tempi” Tattvarthasutra

Il terzo voto

Terzo voto meritorio

Gunavrata

 

Consiste nell'astenersi dai seguenti quattro tipi di azioni violente: 1. nutrire pensieri malvagi; 2. comportarsi in maniera negligente; 3. dare in prestito uno strumento di violenza, 4. consigliare di compiere un atto di violenza. Il laico deve evitare le azioni inutili” Saman Suttam

Evitare la distruzione gratuita dell’ambiente che ci circonda” Tattvarthasutra

 

Certe azioni significative (di violenza- himsa, ecc) non causano tanta schiavitù karmica quanto le azioni inutili. Infatti, le azioni significative (di himsa ecc) avvengono solo in determinate circostanze (per esempio in stato di necessità), a differenza delle azioni inutili”.

 

Saman Suttam 

Quattro voti disciplinari

Quatto voti disciplinari

Primo voto disciplinare

 

Il primo voto disciplinare è di due tipi: quello che riguarda il piacere e quello che riguarda il lavoro. Il primo consiste nell'astenersi dal mangiare tutte quelle verdure che hanno un'anima (come, per esempio, le radici bulbose) nell'astenersi dal mangiare frutti udumbara contenenti piccolissimi organismi viventi (i semi)* e nel non cibarsi delle carni di animali. Il secondo consiste nell'astenersi da quei commerci e da quelle attività produttive che comportano violenza e altre azioni peccaminose” Saman Suttam

 

Nota*: Si tratta di frutti molto ricchi di semi. Poichè ogni seme è dotato di un’anima propria, nutrendosi di questi frutti si arrecherebbe violenza a molte vite. Saman Suttam

 

*Approfondimento al paragrafo sulla alimentazione Jainista – la vita dei monaci

 

Regole di condotta sulle professioni

 

Esiste una visione etica Jain nel coinvolgimento degli affari; il guadagno deve essere vissuto come mezzo utile di investimento per il proprio sostentamento, ma anche per dare possibilità agli altri di guadagnare e offrire donazioni per aiutare sia i monaci nel loro percorso di ascesi e sia i bisognosi. La prosperità lavorativa è accompagnata da idee di purezza come mezzi realizzativi di obiettivi nobili sociali. I Jainisti devono rispettare una integrità morale anche nel mondo del lavoro non solo nel guadagnarsi onestamente la propria ricchezza, ma anche sulla giusta scelta della professione che non viene fatta solo in rapporto alla tipologia di opportunità di guadagno, ma soprattutto in base al livello di violenza inerente a ciascuna attività per umani, animali e piante, poiché tutte le creature viventi provano gioia e dolore e devono essere rispettati. Vi è una lista di quindici tipi di professioni considerate 'peccaminose' che sono conosciute come karmadana. Alcune di quelle vietate sono: l’allevatore di animali da macello, di venditore di carne (macellaio). Costruzione e vendita di carri per gli animali, l'uso o il noleggio di trasporti merci con gli animali. La produzione di prodotti di origine animale. Commercio di alcolici e sostanze simili, commercio di grassi animali e mezzi di sussistenza ottenuti dalla mutilazione di animali, commercio di articoli distruttivi come le armi e veleni. Sono vietate le mansioni che utilizzano macchinari che schiacciano i semi, lavori che prevedono la vendita di carbone e l'uso del fuoco ad esempio per bruciare foreste e praterie oppure la vendita di legname o l'abbattimento degli alberi ecc. Mentre alcune professioni accettabili sono i lavori commerciali come la vendita di gemme; intellettuali come insegnanti, scrittori, politici; segretariato, manufattiere e venditore di materiali non provenienti dall'uccisione di animali; giornalisti, medici, informatici, artisti e artigiani, ecc.

 

Secondo voto disciplinare

 

Condurre una vita priva di trasgressioni per un certo periodo di tempo, digiunare l’ottavo e il quattordicesimo giorno della quindicina lunare e rispettare determinati luoghi, impegnarsi nell’esercizio di una restrizione ogni giorno rinunciando al piacere di sostanze consumabili e non consumabili”. Tattvarthasutra

 

Terzo voto disciplinare

 

Praticare l'equanimità mentale : il laico diventa uguale a un santo per questa ragione dovrebbe compiere Samayika per il proprio benessere per un periodo fisso di 48 minuti al giorno conosciuti come muhurt, ossia seduto immobile svolge il Samayika meditando e contemplando sulla propria anima con serenità d'animo.

Il laico accetta tutte le limitazioni di un monaco e come lui passa il tempo in meditazione nello studio religioso per uno o più giorni ritirandosi dalle attività domestiche.  Pratica il digiuno rinunciando a tutti i tipi di cibo, bevande, ecc.

 

Il quarto voto disciplinare

Dana – Compassione, donazione

 

"Offrire cibo e altre cose ai monaci, agli ospiti e alle persone bisognose" Saman Suttam

Sostenere materialmente qualsiasi espressione della propria fede è un dovere imprescindibile per un laico Jain. Ci sono tre persone di tre categorie che hanno un più alto valore nella società indiana e sono: il devoto, il donatore e l’eroe. Il principio di Dana (carità) ha avuto e ha grande importanza nella religione Jainista. In relazione al significato del termine Dana, è stato dichiarato nell'autorevole testo sacro:

"Tattvartha Sutra" come segue:

"La carità è la donazione degli effetti personali per il bene del proprio sé e degli altri’ tale carità o dono è sempre raccomandato perché nel dare i propri averi agli altri uno esercita il controllo sulla propria avidità che è nient'altro che una forma di violenza. Per questo motivo, nell'interesse della coltivazione della non violenza, si raccomanda la pratica di donare”

 

La generosità è dare via del proprio per il bene altrui”

Tattvarthasutra

 

I Jaina che promuovevano il benessere della natura, degli animali e dell'umanità, soprattutto dei sofferenti, hanno stabilito delle regole nel procedimento del ‘dare’ ed essendo parte fondamentale del rispetto del voto di Ahimsa, è stato espressamente deciso che le famiglie dovrebbero fare di tutto per fare beneficenza attraverso il loro reddito. Questo approccio umanitario positivo per ridurre le miserie degli esseri viventi è stato incluso nel quinto voto principale del non possesso per i laici Jain.

La carità sta nel dare via la ricchezza e i beni, con l'idea di collaborare e incoraggiare qualsiasi attività nobile, essa trova molti campi di applicazione. Quando l’offrire è accompagnato dall'assenza di desiderio di ricompensa, si raggiunge l'altezza suprema della carità.

 

Le forme più meritorie di beneficenza prescritte dalla religione sono quattro e si chiamano Chaturvidha Dana, esse sono:

 

1) Ahara Dana - carità accompagnata da assoluta devozione e umiltà

 

 

In questa carità, il destinatario è una persona molto più virtuosa del donatore con una alta conoscenza e consapevolezza. Significa che il laico Jain, per il bene dei monaci e monache, con grande riverenza e accuratezza dona a loro il cibo, le bevande, i medicinali, i libri, un luogo di accoglienza e qualsiasi altra forma di dono. Questo tipo di carità è molto importante per un laico che ha la gioia, l’onore e la fortuna di poter offrire carità ai monaci che vivono come santi tutta la loro vita nel cammino della Nonviolenza e purezza dell’animo, che diffondono gli insegnamenti dei Jina aiutando le comunità a progredire spiritualmente. Tale compassione porta tanta virtù nella vita di un devoto Jainista che sarà spontaneamente ispirato e spinto a servire i santi con tanta devozione, umiltà e forme di rispetto come dal gentile saluto chinandosi con mani giunte in sua presenza al riservargli un posto accogliente e qualsiasi altra necessità abbia bisogno nella vita. Il celebre autore Jaina Acharya Jinasena nel suo noto lavoro "Adi-Purana", ha dimostrato che in nove modi un dono diventa ideale, cioè quando la purezza del donatore dà santità sia al dono che al ricevente, quando la purezza del dono rende il donatore e il ricevente sacri e quando la purezza del ricevente santifica sia il donatore che il ricevente, che il dono. Quindi una tale carità, contenente la purezza in nove modi contribuisce a garantire buoni frutti. Inoltre Ahara Dana è offrire il cibo, assistenza a chi è povero, affamato, assetato, malato, angosciato, disabile, indifeso, senza fare discriminazione di razza, specie, credo religioso, genere.

 

2) Abhaya Dana – carità compassionevole

 

Questa è la carità di salvare la vita degli esseri viventi in pericolo. Proteggere sempre gli esseri viventi che temono di morire è la suprema carità” Saman Suttam.

 

Rassicurazioni contro la paura, donare rifugio, protezione dagli attacchi, minacce, intimidazioni.

 

3) Aushadha o Bhaishajya Dana- carità della dolcezza

 

Distribuzione di medicinali ai bisognosi

 

4) Gyana o Shastra Dana- carità della conoscenza

 

Dono di libri, divulgazione della conoscenza. Ratnakaranda Sravakachara, testo autorevole Jainista Digambara, si elogia la massima importanza della carità della conoscenza come: "Non c'è conoscenza migliore di Kevala-Jñāna - conoscenza Onniscienza, nessuna migliore felicità, nessun migliore regalo è garantito dal Nirvana o Liberazione dell'anima”. La carità della conoscenza aiuta le anime a liberarsi dal ciclo di nascita e morte e quindi alla beatitudine eterna. Anche se questo tipo di carità è possibile in qualche misura per persone sapienti, i principali donatori sono i monaci Acharya che sono la stessa incarnazione della conoscenza scritturale e attraverso i discorsi religiosi, trasmettono la conoscenza della verità e della filosofia che conduce gli esseri nobili viventi verso il benessere finale, il massimo beneficio dello stato supremo della liberazione. Tutti i voti sono da osservare con vero spirito verso chiunque. Ognuno eseguendo e praticando ognuno, un seguace laico, conduce una vita retta, spirituale e pia.

 

 

L'operazione di dare

 

In un certo senso 'dan' o 'dare' non ha una realtà fondamentale; non c'è nessun 'dare nessun ' ricevere e' nulla da 'dare. Anche il guru non può 'dare' la conoscenza nel suo vero senso - perché se fosse così tutti gli studenti che la ricevono dovrebbero eccellere.
Questo processo di pensiero unico pone la base dell'intera essenza del 'donare'. Non si tratta di 'fare' ma piuttosto di 'essere'. Nell'atto di dare; non è solo l'atto caritatevole ma 
anche e soprattutto l’atteggiamento caritatevole! I saggi mettono in evidenza la pratica del dare dall'atto più apparentemente manifesto, attraverso il quale, un oggetto viene trasferito da se stessi ad altri, all’essere disposti interiormente al dare. Si tratta dell'interazione delle intenzioni, delle emozioni e dei pensieri legati all’atto caritatevole. La virtù del 'donare' è sancita dal motto Jain universalmente accettato “Parasparopagraho Jivanam” cioè tutta la vita è legata al reciproco sostegno e all'interdipendenza. Siamo, in ogni momento, in servizio l'un con l'altro, ‘fare carità’ è quindi il nostro Dharma; un dovere; lo scopo stesso della nostra esistenza terrena.

 

Qualità di chi dona

 

Chiarendo l'atteggiamento di un vero donatore e al fine di aumentare la purezza coinvolta nel dare e nella pratica della Nonviolenza, i nostri Jina hanno identificato sette qualita' che

chi offre dovrebbe far fruttare in questa attività. Esse sono:


Aihikaphalanapeksha – liberi dal desiderio

 

Il donatore non deve aspettarsi alcun guadagno o ricompensa in questo mondo, in cambio di doni da lui forniti.

Kshanti – liberi dalla rabbia

 

Il donatore dovrebbe avere pazienza e dovrebbe dare con calma e senza rabbia (il che significa che il donatore non dovrebbe essere dispiaciuto se una cosa inaspettata o spiacevole accade mentre era impegnato nel pio atto di regalare doni).

Muditva – liberi dall’ostentamento

 

Il donatore deve possedere sentimenti di felicità e avere un aspetto gioioso nel momento che dona.

Nishkapatata - liberi dall’inganno

Il donatore deve agire in tutta sincerità e dovrebbe dare senza inganno.

Anasuyatva - liberi dalla gelosia

 

Il donatore non dovrebbe avere sentimenti di gelosia o invidia.

Avishaditva – liberi dal rimorso

 

Il donatore non dovrebbe avere sentimenti di dolore o di pentimento.

Nirahankaritva – liberi dalla presunzione

 

Il donatore non dovrebbe avere alcun senso di orgoglio nel dare doni. L’orgoglio è caratteristica di una cattiva condizione mentale.

 

Possiamo e dobbiamo sempre sforzarci di avere questi atteggiamenti caritatevoli quando doniamo.

 

Donazioni e beneficiari appropriati

 

Non è fondamentale che i doni siano necessariamente di grande quantità, alle famiglie è consigliato dare anche piccoli regali, ma occorre capire bene chi sono i beneficiari. La donazione ha molto valore se fatta a persone meritevoli. Un solo piccolo dono è lodato nel lavoro sacro Jain. Il testo Ratnakaranda Sravakachara afferma con le seguenti parole:

"Anche una piccola carità (dono) offerta ad un ricevente adatto, porta un frutto molto desiderabile per le anime nella pienezza del tempo, proprio come il minuscolo seme dell'albero di fico seminato in un terreno buono, produce un albero con magnifica ombra”.

 

Per questo le scritture Jain hanno stabilito altre condizioni molto importanti affinché possa avvenire una azione correttamente caritatevole. La ricchezza che si possiede e si vuole donare può essere dell'anima come l’autoconoscenza, ascolto, verità, perdono, umiltà ecc. o quella dei propri denari, vestiti, case, cibo, ecc. Quando si dona, il donatore deve dare in offerta qualcosa con cura, che sia utile, in buono stato, utilizzabile e che non sia stato procurato attraverso l’ingiustizia, la violenza/sofferenza di un essere vivente, diversamente, non ci sarebbe alcun aiuto per gli altri, né progresso spirituale per sé. Deve anche essere consapevole di scegliere il "destinatario appropriato" per garantire che solo la buona intenzione e volontà siano le conseguenze di quella donazione. Per cui occorre fare molta attenzione a non diventare causa strumentale di atti non buoni del beneficiario per non divenire noi stessi complici di condotta biasimevole. Così dobbiamo evitare di dare doni per esempio ai politici disonesti; ai truffatori come alcuni finti mendicanti che sfruttano i bambini per chiedere l’elemosina; a chi alimenterebbe la prostituzione e la tratta di minori; alle persone che vivono sulla strada in condizioni di emarginazione sociale e problemi psicofisici, i quali, con i nostri soldi comprerebbero alcol o droga che danneggerebbero o aggraverebbero il loro stato di salute; a chi finanzia la vivisezione e a tutte quelle persone che sono violente e crudeli che utilizzerebbero le nostre donazioni in denaro per infliggere crudeltà ad altre forme di vita; come chi alleva, uccide gli animali e consuma carne. In ogni caso dobbiamo accertarci con sicurezza che i nostri fondi siano investiti, da chi li riceve, per qualsiasi necessità oggettivamente meritevole che rispetta l’etica e i principi della Nonviolenza. Le nostre donazioni non devono mai finanziare e sostenere morte, sfruttamento e violenza. Comunque la nostra compassione non deve fermarsi davanti a questo, perché ogni tentativo di dialogo e convincimento va compiuto verso chi ha ancora scarsa consapevolezza di certe scelte che comportano violenza. Poichè la propria condizione di vita è il frutto del karma personale, tutti hanno la possibilità di cambiare.

 

Dal punto di vista della carità e progresso spirituale

 

Di tutte le 4 principali passioni (kashaya) che conducono all’attaccamento del karma: rabbia, orgoglio, inganno e avidità, quella più difficile ad essere estinta da un'anima è la passione dell'avidità (lobh kashāy). La virtù della generosità è l'antidoto prescritto nella tradizione Jaina per essere vinta.

 

Con la generosità la creazione del karma negativo viene prevenuto e spazzato via il precedente. Facendo carità, si guadagna il salutare karma che fornisce prima o poi situazioni favorevoli. Il beneficio principale del donatore è che il suo ‘mamatva- essere – possessivo’ diminuisce per la cosa che sta dando e questo aumenta il livello di contentezza (Santosh) e equanimità (sambhav). Il frutto positivo principale dei destinatari è quello di sbocciare delle virtù di umiltà, gratitudine e, naturalmente, l'effettivo utilizzo del dono può essere utile per il progresso spirituale; per esempio, guadagnando di conoscenza; relativo al prossimo mondo/vita (parlok sambandhi), primariamente come nascita nei cieli (swarglok). Per le famiglie Jain la carità è considerata la più importante tra i quattro passi per praticare il vero Dharma; austerità e penitenza, (tap), purezza di carattere e condotta, (sheel) la buona intenzione (bhāvanā) sono gli altri tre. Dal punto di vista dell'anima (nischay nay) lo sviluppo della virtù donante è la base per il progresso di tutte le altre virtù, mentre dal punto di vista mondano (vyavahār nay) è il fondamento della società umana e del progresso economico. Gautam Swami una volta chiese al Signor Mahavira: "Chi è più benedetto - uno che serve una persona malata o uno che ha il tuo Darshan?"(la visione di qualcuno che ti eleva spiritualmente) Il signor Mahavira rispose: "Colui che serve una persona malata è benedetto col mio Darshan .”