Le 13 cose che un vero jain non dice mai

Essere un jain è essere 'jagrut' sveglio! cosciente e consapevole di ogni pensiero, parola e azione, assicurarsi di essere gentile per tutta la vita e utile nel proprio progresso spirituale; ci avvicina alla nostra vera natura. Per questo facciamo guidare la nostra attenzione sulla comunicazione consapevole. Il discorso di un Jain è sempre onesto (nessuna menzogna, nessuna infedeltà, nessun pettegolezzo, nessuna mezza informazione o esagerazione), compassionevole (causando minimo danno agli altri), sano (senza inganno o avidità) piacevole (senza parole o toni duri) e quindi soprattutto sempre riflessivo. Un jain non solo è consapevole del proprio discorso ma anche si astiene da chiedere ad altri o incoraggiare / approvare a indulgere nei discorsi "non-jain".
Eppure, ci sono molt
e dichiarazioni che ripetiamo senza riflettere, senza fermarsi a pensare se sono rilevanti, false o oneste. Ecco a qualcuna a cui potrei pensare; forse anche tu puoi aggiungere alcuni?

 

 1) DIO TI BENEDICA

 

Qualsiasi jain di valore sa che per il pensiero jainista non c'è nessun Dio come – generatore-operatore - distruttore dell'universo. Quello che crede invece è nella divinità; per cui dall'auto-sforzo ogni anima può raggiungere l'onniscienza e diventare un 'siddha' - anima perfetta. Quelle anime che raggiungono tale stato di liberazione risiedono in una felicità permanente, nello stato puro di equanimità e di coscienza. Non hanno più attaccamento o avversione e quindi non condannano né benedicono! Quindi non esiste nessun 'Dio' e quelli che noi consideriamo Dio non benedicono – allora dicendo 'che Dio ti benedica' cosa significa?

 

 2) FACCIO TANTO PER GLI ALTRI, MA NESSUNO FA NIENTE PER ME

 

Avendo compreso profondamente la teoria del karma, un jain sa che siamo tutti anime indipendenti nella nostra esistenza, proprio come gli altri cinque elementi (materia, mezzo di movimento, mezzo di riposo, spazio e tempo) che coesistono nel nostro universo. Nessuno può fare per gli altri, agli altri, o a causa di altri. Quello che gli altri fanno per noi; favorevole o sfavorevole, è in realtà il pagamento dei frutti del nostro karma. Sono solo messaggeri (nimit) che parlano di liberazione. Quando sono messaggeri del karma 'buono', un jain esprime gratitudine e quando consegnano un frutto "non così buono", è grato ugualmente! Perché affrontando i frutti sfavorevoli del karma, sanno lui/lei che riducono la quantità dei karma durante la sopportazione. Il messaggero ha appena aiutato a portare via karma (nirjara) e quindi è ancora più adatto a ricevere la gratitudine. Questo non significa che non dobbiamo servire gli altri, perché "vayaavach" o servizio nato dall'amore, dalla compassione e dall'amicizia universale è la natura dell'anima e l'interdipendenza è la base della nostra esistenza terrena. Il servizio quando nasce dall'aspettativa non è vero servizio o amore, piuttosto un 'investimento' perché stiamo aspettando dei ritorni! È un commercio! L'aspettativa nasce dall'attaccamento (moh) e i risultati del piacere o il non piacere (raaga e dvesh) suscitano passioni (kashay) di rabbia, avidità, inganno e orgoglio e aggiungono al nostro karma attaccamento. La non comprensione di questo concetto è la ragione principale per la nostra nascita e rinascita. Un jain ama e serve perché è la sua natura e anche la sua comprensione dell'interconnessione della vita, ma mai è in attesa della restituzione di un favore.

 

 

3) SI VIVE SOLTANTO UNA VOLTA

 

La sola anima che può dire questo è un 'ekavtari' l’unica anima che è nella sua ultima nascita e ha una quantità estremamente limitata di spargimento di karma. Per il resto di noi, anime terrene, che sono immerse nei piaceri sensoriali, impegnate nel soddisfare i propri desideri infiniti, macerati nella propria ignoranza e in 'pramad' - disattenzione e pigrizia spirituale, abbiamo molta strada da fare.Tuttavia questo parlare di attaccamento, desiderio, sofferenza e morte, non significa in alcun modo che la vita sia disperata, senza speranza o sprecata. Infatti la sua comprensione, fornisce a un jain una maggiore chiarezza e visione e lui/lei usa questo come fondamento per diventare sempre più pienamente presente.Vivendo "la vida loca" in questo presente momento, comprendiamo infatti che esso è il solo momento che noi realmente siamo. Questa è la vita, la quale è disponibile per ognuno di noi qui ed ora. Per consentire alla nostra natura innata di compassione e amore, di emergere; condividere un pasto, curare gli anziani, donare carità, servire i bisognosi, ognuno dei quali può essere fatto consapevolmente e con gioia! Immergersi profondamente dentro noi stessi e realmente cominciare a realizzare chi siamo.

 

 

4) RIPOSA IN PACE


Al
la morte terrena di un'anima subito desideriamo per lei "possa l'anima di lui o lei riposare in pace", RIP! ma…finché saremo legati al karma, ci sarà nascita, rinascita e nascita. La vita continuerà, i desideri risorgeranno, le azioni saranno fatte nel perseguimento del loro compimento, la rabbia, l'avidità, l'inganno e l'orgoglio si manifestano a causa del nostro attaccamento ai loro risultati e quindi non c'è riposo! L'unico riposo permanente è quando diventeremo 'mukt' - liberati dal samsara della trasmigrazione. Quindi il desiderio che l'anima possa rimanere in pace in permanenza nella dimora dei Siddhas, deve essere l'intento interiore. Poiché questa fase di equanimità è per noi (anime ignoranti) un sogno lontano, e per conseguirlo abbiamo anche bisogno di sadhna, sforzi spirituali; riposarsi nel tempo sarebbe perdere tempo allora, giusto?
Il detto "riposa in pace" quindi forse può essere meglio formulato in 'essere in pace'?

 

5) IL MONDO È UN' ILLUSIONE - SAMSARA È MAYA (illusione)

 

Spesso lo diciamo, sostenendo la domanda se esiste il mondo fisico, o sia una grande illusione. Un jain sa che l'universo che percepiamo esiste veramente e non è un'illusione! Sa che l'universo è sempre esistito e sempre esisterà. È regolato dalle leggi cosmiche e continua ad andare avanti con i propri processi energetici. Quello che sa anche è che i sei elementi (dravya) sono permanenti; nulla nell'universo è mai stato creato o distrutto. Tuttavia i suoi attributi (gunna) che sono inseparabili dalla dravya sono costantemente in uno stato di cambiamento o di modifica (paryay). Per esempio. L'oro è un dravya ma cambiando in un braccialetto o in una catena è paryay. Il Jainismo non insegna che nulla esiste. Sfida la nostra comprensione di come esistano le cose. Insegna che esseri e fenomeni hanno un'esistenza intrinseca e anche un'esistenza impermanente. Quindi il samsara non è maya ma la nostra non comprensione di ciò che è sat (esistente/reale) e asat (inesistente/irreale) è ciò che provoca la nostra illusione. Conoscere e identificarsi con le verità eterne che non cambiano è la libertà dal Samsara.

 

 

6) I MIEI KARMA MI COSTRINGONO, E' IL MIO DESTINO 

 

Nel Jainismo il karma è pensato semplicemente come piccole, sottili particelle di materia. A seconda delle azioni e delle intenzioni, l'anima attrae particelle di materia karmica - (karman vagrgana). Esse coprono l'anima come la polvere su un corpo oleoso. Queste particelle di karma sono divise in otto tipi principali di karma, ostacolano le infinite potenze intrinseche dell'anima (come conoscenza infinita, percezione, ecc.) e influenzano la loro esistenza. Quindi un jain sa che il Karma è impersonale come la gravità. Non è vivo, quindi non c'è un giudice invisibile che tira le corde del karma per punire i malfattori.

 

Ciò che sale scende; quello che fai ti succede. Fintanto che i karma sono legati, l'anima è ingabbiata in un corpo e soffre infinite nascite e rinascite. Attaccamento e ignoranza sono l'olio. Il giorno in cui l'anima è libera, da ciò le particelle che esistono in tutto il mondo non avranno più attrazioni. I karma ci legano, ma chi ci lega al karma?

 

La parola Karma non è tradotta come "destino" ma come "azione". È ciò che creiamo attraverso i pensieri, le parole e le azioni, ogni minuto. Un jain lo sa e si concentra sul Karma come un'azione, non come risultato. Sa che il futuro non è scolpito nella pietra e lui può cambiare il corso della sua vita cambiando i suoi atti volontari e le intenzioni autodistruttive.

 

 

7) QUALUNQUE COSA ACCADE, ACCADE PER IL MEGLIO

 

Influenzato dall'onda dei "pensatori positivi" lo diciamo, ma una jain dice: qualunque cosa accada, accade perché deve. Pensare positivo non è qui messo in discussione, l'enfasi è sui risultati, che creano attaccamento e di conseguenza piacere e non piacere. Per esempio. uno immagina, vivrò in un palazzo, sarò famoso, sarò un miliardario, e ma a causa della loro insufficiente punya (azioni meritorie) se questo non accade, la persona sarà inghiottita ancora più di prima nella miseria! Un jain sa che è responsabile solo dell'azione e non deve pensare al risultato perché non è sotto il suo controllo.

 

8) LA VITA NON E' GIUSTA

 

Prendendo dall'ultimo punto, si può vedere come questa frase sia irrilevante nel libro del Jaina! Comprendendo la teoria o la legge della causa del karma, un jain sa che c'è giustizia universale in tutto ciò che accade. Le situazioni favorevoli e sfavorevoli, le persone, le cose che si affrontano nella vita sono solo il frutto del karma che avevamo costruito, di conseguenza, stiamo ricevendo o affrontando solo quello che abbiamo già fatto precedentemente. Tutto ciò che sta accadendo è giusto.

 

 

9) CREDERE NEI PRESAGI

 

Senza una riflessione, ci indulgiamo in superstizioni, incantesimi, presagi, divinazioni e fortuna. Acquistiamo biglietti della lotteria, appendiamo porta fortuna, andiamo da persone "speciali" per le benedizioni, indossiamo collane magiche e l'elenco è infinito. Un jain, che veramente pratica l'insegnamento dei Jina, crede nella Legge della Causa ed Effetto; egli crede nelle azioni e aspira a ottenere risultati dalle proprie azioni attraverso il proprio sforzo in modo razionale.
Conosce e ha convinzione completa che, se uno ha commesso
un karma malvagio nelle vite passate o presenti, non sarà in grado di evitare il loro l'effetto attraverso qualsiasi metodo. Anche i jain devono sopportare i frutti dei loro karma. Se uno ha guadagnato un 'buon' karma certamente otterrà frutti favorevoli, nessuno può ostruire o influenzare questo. Non indulgono nelle superstizioni provienti dall'ignoranza e dalla paura. Conoscono e hanno fede negli elementi della realtà (tatva gyan) un jain attraversa la vita, senza paura e senza essere influenzato.

 

10) LA VITA E' SENZA FELICITA' PERCHE' E' DURA

 

L'obiettivo primario del Jainismo è il raggiungimento della vera felicità. Il problema, ovviamente, è che, secondo il Jainismo, nulla nell'universo può portare tale felicità! I jain pensano di distinguere tra due significati di felicità - Shreya; con cui si assicura la felicità permanente (del nirvana) e Preya; significa il piacere materiale - la felicità derivata dai nostri sensi, relazioni, proprie di ricchezze, fama di potere, ecc. Possiamo comprendere la"felicità" e il "piacere" mentre la prima è  permanente e indipendente, la seconda è temporanea e dipende da cose, eventi o altri esseri viventi. Un jain conosce questa differenza e non cerca più la felicità in ciò che non può dargliela. E anche quando "godendo" dei piaceri della vita, egli è consapevole di evitare certi tipi di atti che sono nocivi per sé o per altri (ad esempio uccidere, rubare, l'adulterio, assumere droghe). Un jain capisce che non è il godimento di questi piaceri che lega l'anima alla terra, ma il desiderio per loro. E quando il desiderio di questi piaceri controlla la propria vita che bisogna distruggere i desideri.

 

 11) PREGA E LE TUE PREGHIERE AVRANNO RISPOSTE

 

I Jina sono vitragi - liberati dall'attaccamento e dall'avversione risiedono in totale equanimità e felicità. Non sono né auguratori né salvatori. Non concedono favori o soddisfano con doni, anche se potessero farlo, coloro che hanno raggiunto la liberazione dalla rinuncia ci benedirebbero più con l'appagamento materiale e sensoriale?
Un jain
quindi sa che le preghiere o gli intercessori per il Jina sono superficiali e inutili. Invece si immerge nel conoscere gli elementi della realtà e sperimentare il proprio sé come distinto da tutto intorno, con l'aiuto di swadhya, satsang e dhyan. E quando prega ha un solo desiderio, quello di prseguire il sentiero dei Jina e un giorno risiedere accanto a loro come perfetta anima.

 

 12) DEVI ARRENDERTI PER OTTENERE LA LIBERAZIONE

 

Per un jain, non c'è un Dio Onnipotente da obbedire e da temere. Nessuna rivelazione o messaggero divino. Quindi, non è sottoposto ad alcun potere sovrannaturale superiore che controlla i propri destini che lo premia e lo punisce arbitrariamente.

 

Il jainismo non richiede fede cieca ai suoi aderenti. Anche se un jain cerca riparo nel Jina, non si auto-arrende. Né sacrifica la sua libertà di pensiero diventando un seguace senza pensiero. Un jain sa che può esercitare la propria libera volontà e sviluppare la sua conoscenza anche quando diventa il Jina stesso.

 

Il punto di partenza di quel percorso è solo il ragionamento o la comprensione, o, samyag-drishthi. Qui la mera credenza viene detronizzata e sostituita da una fiducia basata sulla conoscenza; Shraddha. La fiducia posta da un seguace per il Jina è come quella di un malato per il suo buon medico o uno studente verso il suo insegnante. Non dubita delle parole del suo insegnante, perché è consapevole della propria limitata comprensione. Ascolta, memorizza, chiarisce ponendo domande, contempla e narra anche la sua comprensione. Cerca rifugio nel Jina perché è colui che ha scoperto la via della liberazione.

 

 13) DIRE CON ORGOGLIO TU SEI UN JAIN!

 

 

Sì! Un jain non lo dice mai!
Un Jain è il seguace di una Jina; il conquistatore spirituale. Uno che supera tutti i
propri attaccamenti, non sperimenta amore o odio, egli è in equanimità.
Per un Jain questo puro stato di vitragta è l'obiettivo di tutte le sue attività spirituali. Il saggio ci dice che solo ciò che è nel seme darà frutti. Se questa sensazione di equanimità è l'obiettivo finale, allora l'inizio di un viaggio
jainista deve cominciare con il «sam-bhaav» - guardare a tutti senza sentimento positivo o negativo, essere in uno stato di nessuna distinzione, nessun confine, nessuna differenza. Un jain sa che essere jain è quello di essere consapevole, sveglio, sulla via della scoperta del sé. Essere un jain non è regolato dalla nascita, dai confini geografici, dai riti religiosi, dal codice di abbigliamento specifico o addirittura da un codice di condotta uniforme. È semplicemente quello che segue i principi del vivere. Con la nostra limitata conoscenza, non siamo qualificati per distinguere - chi è jain o no. Il punto degli insegnamenti jainisti non è quello di rafforzare l'identità di "Io sono un Jain e questo è quello che credo". È quello di coltivare la compassione e l'amorevole gentilezza e purificare la rabbia e l'avversione dalla nostra vita. Proclamare e affermare "Io sono un Jain" è inutile, perché se vogliamo, lo mostreremo nel nostro comportamento. L'unica cosa che fa è alimentare il nostro ego e creare confini e muri. Questo è contradditorio al nostro scopo!
 

Lui pensa: “come posso io  rispondere compassionevolmente a queste affermazioni in un modo che sento autentico a me?” ma ancora di più importante pensa a: “come posso connettermi con l'essere umano che mi sta davanti, guardare le credenze e sistemi di valori ed entrare in sintonia con la sua umanità?. Perché un jain sa che anche se le parole sono verità ma dure per l’altro, è meglio non dirle. Quindi, se non esiste alcuna possibilità per lui di condividere i propri punti di vista sull'argomento o nessuna altra situazione, rimane in silenzio, un jain dirà 'Dio ti benedica anche a te' anziché dire 'io non credo nel tuo Dio'. Una jain è, dopo tutto, un'anima compassionevole che abbraccia tutto.