La via del laico

I  voti


 

Oh Mahavira! Il mio presente era il tuo passato e il tuo presente sarà il mio futuro

 

 

 

 

 

 

Chi può diventare un Jain?

 

 

 

Chiunque può diventare un Jain. Una persona di qualsiasi nazionalità, etnia, credo, casta, colore, genere, gruppo linguistico può adottare il Jainismo come seguace laico o come monaco o monaca Jain. Nel Jainismo non esiste la procedura simile al battesimo o una cerimonia di conversione, puoi diventarlo da solo, studiando la filosofia e adottando lo stile di vita Jain. La conoscenza sono le fondamenta e quando hai la conoscenza, cambia automaticamente la tua condotta. Secondo il Jainismo, la condotta senza conoscenza è inutile e acquisirla è un processo a lungo termine. Puoi dichiararti Jain seguendo i principi di base del Jainismo dopo aver compreso i motivi del perché seguirli. Per diventarlo devi sapere che il Jainismo è tutto basato sul conoscere se stessi, una volta che inizi a provare a conoscere te stesso, inizierai automaticamente a seguire i voti, altrimenti sarà una cosa senza senso. Ricorda che il voto della Nonviolenza è essenziale e quindi inscindibile dall’essere Jain: non dovresti uccidere o causare indirettamente uccisione per alcun essere vivente e non sostenere tali omicidi da parte di altri. Come risultato della Nonviolenza, devi adottare anche uno stile di vita che attraverso l’alimentazione, l’abbigliamento ecc. non comporti l’uccisione e lo sfruttamento degli animali. Ma dovresti convincerti che la Nonviolenza non si limita a non uccidere, ma include anche il non avere cattivi desideri e non ferire i sentimenti degli altri. Allo stesso tempo per essere un Jain non è sufficiente sentirsi ecologisti, amare la natura, gli animali, gli umani e fare attivismo per i loro diritti, questo è possibile esserlo senza essere un Jain; la Nonviolenza e il rispetto per tutti gli esseri viventi è solo un importantissimo e essenziale caposaldo dell’immensa ricchezza del mondo jainista, ma non risolve per sempre l’annientamento totale della violenza stessa. Il Jainismo è una religione e in quanto tale bisogna essere interessati alla sua spiritualità e presuppone la fede, ma nessuna persona e nessun libro potrà trasmettertela, è qualcosa che bisogna sentire naturalmente, è frutto del tuo karma e dello stadio evolutivo della tua anima. Occorre credere negli insegnamenti dei Jina: nel Karma, nell’evoluzione e trasmigrazione dell’anima per avvicinarti a comprendere la realtà e l’origine del bene e il male, perché fin tanto avrai un corpo che si reincarna sul piano materiale a causa dei tuoi attaccamenti, tu stesso sarai a commettere interrottamente violenza inevitabile per la tua sopravvivenza. Per cui bisogna aspirare allo scopo ultimo che ci indica il Jainismo, vale a dire, raggiungere la liberazione definitiva dell’anima dal corpo e quindi dalle continue rinascite attraverso la distruzione degli attaccamenti che originano violenza, per cui comprendere la via che spezza ogni legame agli attaccamenti che generano karma ; questo è il sommo bene, la massima realizzazione e gioia, lo svincolo da ogni schiavitù , violenza e sofferenza per ogni essere vivente di ogni specie che subisce e che commette. Essere un Jain significa voler conoscere e percorrere il cammino che ci porta all’auto realizzazione ed è il diritto e l’atto d’amore più grande che possiamo dare e fare a noi stessi e augurare ad ogni vita. Essere Jain, nel suo significato più profondo, non significa essere membro di una religione o di un certo sistema di credenze istituzionalizzate. Un Jain è semplicemente colui che ha iniziato il percorso di conoscenza del proprio Sé, e un Jina è colui che lo ha conosciuto: il Jain vuole essere semplice e puro come lui. Quindi con questa definizione, in tutti i momenti in cui facciamo ricerche per scoprire chi siamo veramente, tutti gli sforzi che facciamo per stabilirci nella nostra vera natura, noi siamo Jain. Sia che uno ci si chiami o no o adotta il nome di Jainista oppure no, se ha iniziato lo sforzo di auto-scoperta, lui/lei sono Jain. E se invece non si ha preso questo impegno per realizzare se stesso, anche se nato in una famiglia 'Jain', seguendo tutti i riti tradizionali, cantando tutti i mantra ereditati, praticando tutti i riti prescritti, non si è un Jainista.

 

E’ impossibile percorrere il percorso Jainista se non si è persone umili.

 

 

 

 

 

 

Cosa devi seguire?

 

Dopo aver conosciuto i principi centrali del Jainismo, con costanza e abnegazione devi studiare la filosofia e gli insegnamenti dei Jina , con umiltà e gratitudine confrontarti con gli altri Jain e con chi ha più conoscenza di te: laici studiosi, professori, monaci e monache, seguire tutti i giorni le pratiche del Jainismo affinché diventino un tuo modo di vivere.

 


                                                                Cosa fa un Jain

Nel vocabolario Jain, i nomi  Shravaka e Shravika sono dati a coloro che amano e adorano la vita e il messaggio dei maestri Jina, che hanno rispetto e devozione per loro, che desiderano viaggiare sulla via della liberazione dell'anima dimostrata dagli onniscienti e che hanno messo avanti gli sforzi in tale direzione in base alla loro capacità: essi sono i laici Jainisti. Le parole Shraavaka e Shravika consistono in tre sillabe che rappresentano l'intera filosofia Jain, ossia l'obiettivo della liberazione attraverso i tre gioielli: Shra- ascolto (ascoltare e accettare gli insegnamenti, giusta fede) Va-conoscenza (la scelta giusta e retta conoscenza) Ka: azione (seguire la giusta azione). Una più antica terminologia della parola laico era Upaasaka, che significa ' colui che aspira alla liberazione '. Nella comunità Jain ci sono più livelli spirituali con rispettivi compiti adatti ad ognuno sia per i laici che per i monaci e una serie di principi morali che i monaci e le monache seguono minuziosamente, mentre invece sono osservati dai laici solo nella misura praticamente possibile per loro. I laici impegnati nella società e responsabilità famigliare e lavorativa non possono evitare integralmente la violenza e il possedimento ecc. per cui i Jina gli hanno mostrato la via spirituale affine e percorribile che si chiama Dharma Grihasth 'la via della rinuncia parziale'. Le scritture descrivono il laico virtuoso 'reale e ideale' ed è colui o colei che pratica e rispetta i voti, è definito con il nome di Bhaava Sraavakas 'il laico del cuore'. Poiché nessun Jain è un devoto senza cervello pensante, occore non abbandonarsi alla sola fede cieca, ma accompagnarla con la propria analisi, perchè la fede cieca è anche considerata una forma di ignoranza, il Jainismo attribuisce uguale importanza nel percorso del progresso sia alla fede (darshan) e sia all’intelligenza - conoscenza (gnyan).  Una volta che si impara qualcosa, è importante valutare con la propria intelligenza e poi mantenere la fede in essa. 

Mahavira disse “Qualunque cosa io dica, devi testarlo con il tuo ragionamento e verificarlo con la tua esperienza. Non accettare ciò che dico ciecamente per sola fede fino a quando non supera la prova del nove dell’intelletto. Altrimenti, non sarà mai tuo. Se accetti ciò che insegno sulla base dei testi sacri, o dal mio convincente ragionamento o anche per la mia personalità radiante, ma non testandolo con il tuo ragionamento allora alla fine ciò creerà solo oscurità (ignoranza) in te e non luce”

Il Jain Darshan o laico virtuoso, predica di condurre una vita semplice guidata da autocontrollo, attenzione, compassione, non possessività e dalla Nonviolenza, qualsiasi persona che segue questi principi può essere un vero Jain.  Al percorso dei tre gioielli sono associati rispettive regole comportamentali che si suddividono in due categorie, quelle per gli asceti e quelle indicate per la via dei laici (Shravak Dharm). L'etica Jain delinea i principi basilari del Jainismo che devono essere osservati dai laici e sono espressi in dodici voti che vengono seguiti a seconda delle proprie abilità personali e situazioni. Di questi dodici voti, i primi cinque sono i principali voti o voti minori di natura limitata (Anu Vratas) e sono uguali a quelli dei monaci, ma meno rigidi, per cui un po' più facili da seguire rispetto ai cinque 'grandi' voti monacali (Maha Vratas). I prossimi tre voti sono conosciuti come voti meritori (Guna Vratas), perché essi aumentano e purificano l'effetto dei cinque voti principali. Questi voti aiutano nella disciplina e nella condotta di un individuo. Gli ultimi quattro sono i voti disciplinari (Shiksha Vratas), di istruzione e disciplina, destinati a favorire l'esercizio delle funzioni religiose del laico. Essi governano la propria vita interna e sono espressi in una esistenza segnata da azioni compassionevoli, sono preliminari alla disciplina della vita di un asceta. I tre voti meritori (Gunavrata) e i quattro voti disciplinari (Vratas Shiksha) insieme sono conosciuti come i sette voti di condotta virtuosa (Shila). Questi voti sono da seguire in pensiero, azione e parola, aiutano a tracciare un percorso di vita razionale.

 

 

अहिंसा- Ahimsa

Il primo è il voto di non violenza.

 

Come detto precedentemente il laico è membro attivo della società, non è possibile per lui evitare totalmente la violenza in tutti i modi possibili o nella misura più ampia, specialmente quella inflitta agli esseri viventi che hanno un solo organo di senso come le piante,  tutti i microorganismi come quelle forme di vita che vivono in acqua, in aria ecc. Ad ogni modo egli deve impiegare il massimo impegno per non fare del male a tutti gli esseri viventi attraverso la mente, parola e azione; non deve commettere violenza intenzionale verso se stesso o tramite terzi o approvare tali azioni commesse da qualcun altro. E' vietato uccidere esseri viventi e fare sacrifici di animali per offerta agli dei; la caccia e gioco d'azzardo; mangiare carne, uova, miele ecc poiché procurati dalla sofferenza degli animali. E' vietato bere alcolici perché durante il processo di fermentazione si uccidono piccolissimi esseri viventi e per evitare di perdere l'autocontrollo. Deve astenersi dall’esprimersi con asprezza e durezza. Non deve legare, ferire, mutilare, caricare grandi pesi e privare di cibo o di acqua nessun essere vivente animale o umano: queste sono le cinque trasgressioni (aticara) del voto di non violenza (ahinsa).

 

 

                                                        सत्या- Satya

 

Il secondo è il voto della verità

 

Il secondo voto richiede che si debba astenersi dal dire bugie e fare ricorso alla falsità; usare un linguaggio aspro, crudele, scioccante o abusivo. Dire sempre la verità, ma se non possiamo condividere perché non compresi e nel dire la verità possiamo danneggiare gli altri ferendo i loro sentimenti provocando dolore, allora si dovrebbe rimanere in silenzio. Non si dovrebbe pronunciare una falsità, chiedere ad altri di farlo, o approvare tali attività. Bisogna astenersi dal dire delle bugie per soddisfare i propri interessi, dando prove false, o negare, o restituendo la proprietà altrui. Non si deve accusare in modo affrettato e in maniera sconsiderata, divulgare il segreto di qualcuno, svelare un segreto confidato dalla propria moglie, dare falsi consigli, falsificare documenti o scritti. Mentire sulle donne nubili, sugli animali, sulle terre, sui debiti o sui pegni e dire falsa testimonianza. Ma c’è una eccezione, bisogna evitare di dire la verità se essa causerebbe la morte di un essere innocente.

 

 

 

 

  

  अस्तेय- Asteya

 

Il terzo è il voto di non rubare

 

Si dovrebbe prestare la massima attenzione a non rubare o prendere in prestito gli oggetti personali di altri senza il loro permesso impiegando mezzi sleali (usare falsi pesi e misure, falsificare monete e documenti) in possesso di proprietà di un altro uomo con trucchi fraudolenti, ingannando gli altri e violando la propria fiducia danneggiando l'interesse degli altri per il proprio. Bisogna astenersi da acquistare beni rubati e incitare un altro a rubare. Questo non è solo limitato al denaro e alla ricchezza; non dovresti rubare i diritti, i concetti, la proprietà intellettuale ecc.

Rubare è:
· Ciò che non è concessa dal suo proprietario, (Swami Adatta)
· Ciò che non è concesso da una creatura vivente, (JIV Adatta)
· Ciò che non è concessa dai Tirthankara (Jin Adatta)

 

Allo stesso modo, prendendo dalla società in forma di abitazioni, cibo e vestiti in eccesso rispetto ai fabbisogni essenziali per ognuno, significa privare gli altri ed è quindi un furto.

 

Allo stesso modo, prendendo dalla società in forma di abitazioni, cibo e vestiti in eccesso rispetto ai fabbisogni essenziali per ognuno, significa privare gli altri. Dal momento che non può esserci una proprietà permanente nel senso reale delle cose materiali; il possesso - parigraha è in un certo senso un furto; se stiamo utilizzando le risorse limitate in misura maggiore di quelle che possono essere fornite, allora stiamo rubando alle generazioni future così come rubiamo da tutte le piante e la vita animale.

 

 

 

 ब्रह्मचर्य- Brahmchary

 

Il quarto è il voto di celibato

 

Indica di rimanere leali e fedeli al proprio coniuge e alle relazioni ed evitare rapporti sessuali con persone diverse dal proprio partner e limitare l'attaccamento alla sessualità. Anche per i laici così come per i monaci, Brahmcharya significa purezza dei sentimenti.

 

 

अपरिग्रह- Aparigraha

 

Il quinto è il voto del non attaccamento/ possesso

 

Il voto di Aparigraha è un importante pilastro del Jainismo che significa non raccogliere, possedere o accumulare nulla al di là di ciò che ci spetta. In altri termini ciò significa prendere quello che è veramente necessario per sopravvivere. Il Jainismo promuove la sopravvivenza sul minimo indispensabile. Per vivere, occorre guadagnare denaro, ma dovremmo guadagnare secondo i nostri bisogni senza essere mai attaccati al denaro e alla ricchezza. Non essere mai una persona orientata al denaro. Inoltre, dovremmo donare una parte dei nostri soldi per il benessere delle persone povere e bisognose. Ricorda che l'attaccamento è la radice della la violenza.. Vivere del minimo significa prendere meno dagli altri esseri viventi per ridurre o non causare nessun danno,  il principio di limitare il consumo è il fondamento dell'ecologia Jain. Questo principio ci insegna a vivere come non possessivi, non accumulativi e non accaparratori. Riguarda la limitazione delle nostre proprietà, ma ancora più importante il limitare i nostri attaccamenti a questi possedimenti. I guadagni materiali in se stessi non hanno in sé alcun 'cattivo' o 'buono', è il loro attaccamento che ostacola il successo; nel mondo spirituale e professionale. Dopo tutto, un rinunciante può essere più attaccato alle sue elemosine in cerca di una ciotola che un per tutto il suo regno! Aparigraha non significa quindi essere possessivo di solo cose ma anche di idee/credenze, di persone, di luoghi. Riguarda tutto ciò a cui ci aggrappiamo, agendo in modo possessivo. Parigraha o non attaccamento è la natura di ogni essere vivente. Il nostro senso fuorviante di "me" e "me stesso" crea un falso senso di "proprietà" o "possessività" per cose e persone. Crediamo erroneamente che il corpo e l'anima siano una cosa sola e stabiliamo il nostro diritto di "minorità" ovunque, formando attaccamenti profondi - rāg. Ci sforziamo di soddisfare ogni desiderio che sorge ma non abbiamo mai successo dal momento che desideri come l'oceano sono illimitati, alla sazietà di uno e di un altro che nasce. Ci indulgiamo nel piacere dei sensi, perché crediamo erroneamente che la nostra fonte di felicità sia all'esterno.

 

I Jina consigliano di viaggiare la vita leggeri - letteralmente! Per non accumulare o tenerci le cose; oggetti, persone, situazioni o anche ricordi, idee, convinzioni e pensieri! C'è una bella frase 'qualunque cosa si possiede in realtà essa possiede te!' Il bagaglio non ha possesso di noi; noi stiamo tenendo il bagaglio! E' così noi dobbiamo imparare a lasciare andare! Per iniziare a praticare Aparigraha dobbiamo lasciare andare alcuni dei bagagli fisici, emotivi, mentali che abbiamo accumulato durante tutto il nostro viaggio. Non vi è 'mio', perché non esiste un 'io'.

Viaggio nel non attaccamento

 

Dal non attaccamento viene la vera libertà. Ma come possiamo arrivare allo stato di non-attaccamento?
Il posto migliore per iniziare il viaggio è diventare consapevoli delle nostre simpatie e antipatie e ciò che apprezziamo maggiormente nella nostra vita. Scopri
re cosa si critica e chi si critica, ciò che si difende e chi si difende, quello a cui ci si oppone, ciò che si vuole cambiare, che cosa evitare. Cosa ci rende felici o infelici, paurosi, sostenuti, arrabbiati o offensivi. Queste sono le vostre reazioni alle diverse situazioni, oggetti e percezioni causati dagli attaccamenti. Essi sono radicati nelle esperienze passate e modellati dagli attaccamenti. E 'l'impegno che facciamo di prendere solo quello che ci serve, rendendosi conto che il desiderio di accumulare  viene proprio da una sensazione di mancanza o di separazione dentro di noi. Cerchiamo ricchezza materiale per mascherare un senso di fallimento spirituale. Una volta identificato un paio di attaccamenti, il saggio ci consiglia di iniziare a lavorare su alcuni di essi:

 

L'attaccamento al denaro - donare, partecipare a qualche attività di volontariato,

Attaccamento all’ego, la necessità di essere riconosciuti, fama, potere, influenza - praticare il silenzio, prendere in considerazione altri punti di vista, ascoltare più che parlare
A
ttaccamento alla perfezione e la disciplina - perdonare errori e sviste
A
ttaccamento al possesso - dare via, limitare un nuovo acquisto


 
I viaggiatori attenti

 

Uno degli insegnamenti fondamentali della filosofia Jain è che tutto nella nostra vita (compresi noi stessi) è in corso. Il desiderio di avere può quindi essere visto come un tentativo di negare questa realtà. Le nostre emozioni (il bene e il male) sono i passeggeri ai nostri giorni. Così anche i nostri pensieri, così anche le nostre condizioni di vita, così anche questa stessa vita. Quando abbracciamo Aparigraha, diventiamo come un giovane uccello. Noi non siamo nati per rimanere aggrappati a un ramo, siamo nati per salire, e in quel momento prendiamo il volo. Dal non attaccamento arriva la vera gioia di vivere nel qui e ora. Una persona distaccata vive nel presente, alleggerito dai ricordi del suo passato o dall'incertezza del suo futuro. Egli vive senza paura. Lui è un viaggiatore che si trova in un viaggio alla scoperta di sé, senza alcun bagaglio e senza alcuna condizione, con totale fiducia nella realtà del momento presente.

 

Sommario

 

Contrariamente alla credenza popolare, la ricerca di una maggiore ricchezza materiale e piacere non porterà alla felicità. Un maggiore desiderio è un segno che non abbiamo tutto ciò che vogliamo (un vuoto interiore). Ridurre questo desiderio e accontentarsi di ciò che abbiamo portato alla soddisfazione. Accumulare oggetti materiali alimenta semplicemente il fuoco del desiderio.

 

1. Il primo passo verso la soddisfazione è discriminare tra i propri desideri (avasyakta) e bisogni (iccha). "Volere" include tutto ciò che vorremmo avere, anche quello che non abbiamo bisogno per sopravvivere; i "bisogni" sono ciò di cui abbiamo necessità per vivere; l'essenziale. Sappiamo tutti che i bisogni e i desideri sono due facce della medaglia della vita. Ma rimanere consapevoli della loro distinzione ad ogni passo è un compito arduo. Questo è il percorso di sādhanā.

 

2. Il secondo passo: limitare i beni ai bisogni (specialmente scartando quei desideri che sono inutili e dannosi). Per un laico, questo potrebbe non essere il minimo per sostenere la vita, ma può anche dipendere dalla posizione di una persona nella società e dalle dimensioni della propria famiglia. L'etica dei Jaina insegna di essere liberi, non dalle necessità, ma dai desideri.

 

Possedendo meno e non permettendo alle cose di possedere te.

Solo l'acquisizione di un oggetto non si qualifica come parigraha- possesso. La possessività non risiede nell'oggetto, ma nei desideri, nelle ambizioni e negli attaccamenti. La ricchezza è inerte in se stessa, né una virtù né un peccato. Di per sé, non è nemmeno un possesso. L'Āgama (scrittura sacra jain) afferma che avere ricchezza non è possessività, l'attaccamento è "Muccha iti Parigraha" – possessività. Se una persona non ha né la stoffa per coprirsi, né il cibo da mangiare, nemmeno un tetto per ripararsi, tuttavia se la sua mente è costantemente in lotta con innumerevoli desideri, se è ossessionato dal potere e dalla ricchezza, allora è considerato possessivo. Ma se è libero dal desiderio, dall'illusione e dagli attaccamenti, allora tutta la ricchezza del mondo non lo renderà possessivo. Quindi la condizione più importante sul sentiero della contentezza non è l'abbandono della ricchezza e degli oggetti, ma dell’attaccamento.

 

Colui che capisce che in questo mondo non c'è nulla che gli appartenga, che pensa che quando nasce, non porta mai nulla con sé e dopo la morte, nulla andrà con lui - tutta la ricchezza, la terra, la casa ecc., saranno lasciati alle spalle. Chi sa che, escludendo l'anima, tutto è deperibile, momentaneo, chi non è attaccato a nulla si chiama Akinchana.

 

 

 Non chiedere la felicità, riconoscila.


La contentezza o la felicità, derivata da oggetti materiali, è percepita come tale da un'anima in uno stato di falsa credenza. Il fatto è che gli oggetti materiali non hanno una qualità di felicità e quindi la felicità non può essere ottenuta da loro! Al massimo può essere piacere o conforto. La percezione di "godere" di un oggetto materiale è davvero solo quella - una percezione! Questa percezione premia l'anima con solo miseria e nient'altro. La vera felicità viene dall'interno, poiché è l'anima che possiede la qualità della felicità
Quando smettiamo di inseguire la definizione di felicità del mondo, iniziamo a riconoscere che la decisione di sperimentare la felicità è stata da sempre proprio davanti a noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I tre voti meritori

 

Primo voto meritorio

E 'il voto di assumere il proprio movimento solo all'interno di una zona limitata.

 

Il secondo voto meritorio

Consiste nel non visitare un luogo (regione) in cui esiste la possibilità di violare un voto.

 

 Il terzo voto meritorio

 

Consiste nell'astenersi dai seguenti quattro tipi di azioni violente: 1. nutrire pensieri malvagi; 2. comportarsi in maniera negligente; 3. dare in prestito uno strumento di violenza, 4. consigliare di compiere un atto di violenza. Certe azioni sgnificative (di violenza- himsa, ecc) non causano tanta schiavitù karmica quanto le azioni inutili. Infatti, le azioni significative (di himsa ecc) avvengono solo in determinate circostanze (per esempio in stato di necessità), a differenza delle azioni inutili. Saman Suttam

 

Quattro voti disciplinari

 Primo voto disciplinare

 

Consiste il limitare il godimento sensuale delle cose materiali verso consumi, alimenti, bevande, ecc, che possono essere usati una sola volta mentre articoli quali stoffa, mobili, ornamenti, edifici, ecc, possono essere utilizzati più volte. Il primo voto disciplinare è di due tipi: quello che riguarda il piacere e quello che riguarda il lavoro. Il primo consiste nell'astenersi dal mangiare tutte quelle verdure che hanno un'anima (come, per esempio, le radici bulbose) nell'astenersi dal mangiare frutti ud umbara contenenti piccolissimi organismi viventi (i semi) e nel non cibarsi delle carni di animali. Il secondo consiste nell'astenersi da quei commerci e da quelle attività produttive che comportano violenza.

 

 

Regole di condotta sulle professioni

 

Esite una visione etica Jain nel coinvolgimento degli affari; il guadagno deve essere vissuto come mezzo utile di investimento per il proprio sostentamento, ma anche per dare possibilità agli altri di guadagnare e offrire donazioni per aiutare sia i monaci nel loro percorso di rinuncia e sia i bisognosi. La prosperità lavorativa è accompagnata da idee di purezza come mezzi realizzativi di obiettivi nobili sociali. I Jainisti devono rispettare una integrità morale anche nel mondo del lavoro non sol nel guadagnarsi onestamente la propria ricchezza, ma anche sulla giusta scelta della professione che non viene fatta solo in rapporto alla tipologia di opportunità di guadagno, ma soprattutto in base al livello di violenza inerente a ciascuna attività per umani, animali e piante, poiché tutte le creature viventi provano gioia e dolore e devono essere rispettati. Vi è una lista di quindici tipi di professioni considerate 'peccaminose' che sono conosciute come karmadana. Alcune di quelle vietate sono: l'allevatore di animali da macello, di venditore di carne (macellaio). Costruzione e vendita di carri per gli animali, l'uso o il noleggio di trasporti merci con gli animali. La produzione di prodotti di origine animali. Commercio di alcolici e sostanze simili, commercio di grassi animali e mezzi di sussistenza ottenuti dalla mutilazione di animali, commercio di articoli distruttivi come le armi e veleni. Sono vietate le mansioni che utilizzano macchinari che schiacciano i semi, lavori che prevedono la vendita di carbone e l'uso del fuoco ad esempio per bruciare foreste e praterie oppure la vendita di legname o l'abbattimento degli alberi ecc. Mentre alcune professioni accettabili sono lavori commerciali come la vendita di gemme; di tipo intellettuale come insegnanti, scrittori, politici; segretariato, manufattiere tessile di materiali non provenienti dall'uccisione di animali; giornalisti, medici, informatici, artisti e artigiani, ecc.

 

 

 

Secondo voto disciplinare

 

 

E’ l'astenersi dalle azioni violente e il praticare l'equanimità mentale : il laico diventa uguale a un santo per questo ragione dovrebbe compiere samayika per il proprio benessere per un periodo fisso di quaranta-otto minuti al giorno conosciuti come muhurt, ossia seduto immobile svolge samayika meditando e contemplando sulla propria anima con serenità d'animo.

 

Paushadhopavasa: accetta tutte le limitazioni di un monaco e come lui passa il tempo in meditazione nello studio religioso per uno o più giorni ritirandosi dalle attività domestiche. Pratica il digiuno rinunciando a tutti i tipi di cibo, bevande, ecc ogni ottavo, quattordicesimo, quindicesimo giorno o una volta al mese come da libera volontà.

 

Il terzo e il quarto voto disciplinare

Dana – Compassione, donazione

 

 

 

Sostenere materialmente qualsiasi espressione della propria fede è un dovere imprescindibile per un laico Jain.

Ci sono tre persone di tre categorie che hanno un più alto valore nella società indiana e sono: il devoto, il donatore e l’eroe. Il principio di Dana (carità) ha avuto e ha grande

importanza nella religione Jain. In relazione al significato del termine Dana, è stato dichiarato nell'autorevole Jain Shashtra:

 

"Tattvartha Sutra" come segue:

"La carità è la donazione degli effetti personali per il bene del proprio sé e degli altri tale carità o dono è sempre raccomandato perché nel dare i propri averi agli altri uno esercita il controllo sulla propria avidità che è nient'altro che una forma di violenza. Per questo motivo, nell'interesse della coltivazione della non violenza, si raccomanda la pratica di donare

 

 

I Jaina che promuovevano il benessere della natura, degli animali e dell'umanità, soprattutto dei sofferenti, hanno stabilito delle regole nel processo del ‘dare’ ed essendo parte fondamentale del rispetto del voto di Ahimsa, è stato espressamente deciso che le famiglie dovrebbero fare di tutto per fare beneficenza attraverso il loro reddito. Questo approccio umanitario positivo per ridurre le miserie degli esseri viventi è stato incluso nel quinto voto principale del non possesso per i laici Jain.

La carità sta nel dare via la ricchezza e i beni, con l'idea di collaborare e incoraggiare qualsiasi attività nobile, essa trova molti campi di applicazione. Quando l’offrire è accompagnato dall'assenza di desiderio di ricompensa, si raggiunge l'altezza suprema della carità.

 

Le forme più meritorie di beneficenza prescritte dalla religione sono quattro e si chiamano Chaturvidha Dana, esse sono:

 

 

 

1) Ahara Dana - carità accompagnata da assoluta devozione e umiltà

 

 

 

In questa carità, il destinatario è una persona molto più virtuosa del donatore con una alta conoscenza e consapevolezza. Significa che il laico Jain per il bene dei monaci e monache, con grande riverenza e accuratezza dona a loro il cibo, le bevande, i medicinali, i libri, un luogo di accoglienza e qualsiasi altra forma di dono. Questo tipo di carità è molto importante per un laico che ha la gioia, l’onore e la fortuna di poter offrire carità ai monaci che vivono come santi tutta la loro vita nel cammino della Nonviolenza e purezza dell’animo, che diffondono gli insegnamenti dei Jina aiutando le comunità a progredire spiritualmente. Tale compassione porta tanta virtù nella vita di un devoto Jain e sarà spontaneamente ispirato e spinto a servire i santi con molta devozione, umiltà e forme di rispetto- dal gentile saluto chinandosi con mani giunte alla sua presenza, al riservargli un posto accogliente e qualsiasi altra necessità abbia bisogno nella vita. Il celebre autore Jaina Acharya Jinasena nel suo noto lavoro "Adi-Purana" ha dimostrato che in nove modi un dono diventa ideale: cioè quando la purezza del donatore dà santità sia al dono che al ricevente, analogamente la purezza del dono rende il donatore e il ricevente sacri; e sulle stesse linee, la purezza del ricevente santifica sia il donatore che il ricevente, che il dono. Quindi una tale carità, contenente la purezza in nove modi contribuisce a garantire buoni frutti. Inoltre Ahara Dana è offrire cibo, assistenza a chi è povero, affamato, assetato, malato, angosciato, disabile, indifeso, senza fare discriminazione di razza, specie, credo religioso, genere.

 

 

 

 

 

2) Abhaya Dana – carità compassionevole

 

Questa è la carità di salvare la vita degli esseri viventi in pericolo. Proteggere sempre gli esseri viventi che temono di morire è la suprema carità” Saman Suttam.

Rassicurazioni contro la paura, donare rifugio, protezione dagli attacchi, minacce, intimidazioni.

 

 

 

3) Aushadha o Bhaishajya Dana- carità della dolcezza

 

 

 

Distribuzione di medicinali ai bisognosi

 

 

4) Gyana o Shastra Dana- carità della conoscenza

 

 

Dono di libri, divulgazione della conoscenza. Nel suo libro Sravakachara ha elogiato la massima importanza della carità della conoscenza come: "non c'è conoscenza migliore di Kevala-Jñāna - conoscenza onniscienza, nessuna felicità migliore è garantita dal Nirvana o liberazione dell'anima e nessun regalo migliore. La carità della conoscenza aiuta le anime a liberarsi dal ciclo di nascita e morte e quindi alla beatitudine eterna. Anche se questo tipo di carità è possibile in qualche misura per persone sapienti, i principali donatori di questo tipo sono gli Acharya (monaci, maestri spirituali) che sono la stessa incarnazione della conoscenza scritturale, che attraverso i discorsi religiosi, trasmettono la conoscenza della verità e della filosofia che conduce gli esseri nobili viventi verso il benessere finale, il massimo beneficio dello stato supremo della liberazione.

 

Tutti i voti sono da osservare con vero spirito verso chiunque. Eseguendo e praticando ognuno, un seguace laico conduce una vita retta, spirituale e pia.

 

 

 

 

 

L'operazione di dare
Nessuno salva nessuno

 

In un certo senso " Dan " o " dare " non ha una realtà fondamentale; non c'è nessun " dare nessun " ricevere e " nulla da " dare. Anche il guru non può "dare" la conoscenza nel suo vero senso - perché se fosse così tutti gli studenti che ne ricevono dovrebbero eccellere.
Questo processo di pensiero unico pone la base dell'intera essenza d
el “donare”. Non si tratta di " fare " ma piuttosto di " essere ". Nell'atto di dare; non è solo l'atto caritatevole ma

anche e soprattutto l’atteggiamento caritatevole! I saggi mettono in evidenza la pratica del dare, dall'atto più apparentemente manifesto attraverso il quale un oggetto viene trasferito da se stessi ad altri, all’essere disposti interiormente al dare. Si tratta dell'interazione delle

intenzioni, delle emozioni e dei pensieri legati all’atto caritatevole. La vistù del “donare” è sancita dal motto Jain universalmente accettato Parasparopagraho Jivanam” cioè tutta la vita è legata al reciproco sostegno e all'interdipendenza. Siamo, in ogni momento, in servizio l'un con l'altro, ‘fare carità’ è quindi il nostro Dharma; un dovere; lo scopo stesso

della nostra esistenza terrena.


Ma c’è un’altro aspetto fondamentale da tenere sempre presente nella mente, dobbiamo essere consapevoli che l’intera esistenza è legata alle leggi del karma, per cui in realtà nessuno può salvare nessun altro, né dalle malattie, né dalla morte, né da ogni altra sventura. Anche se tentassimo di mettere in salvo un animale dal macello, oppure di salvare un profugo in balia del mare o evitare qualsiasi altro tipo di sofferenza, vedremmo che alcune volte ci riusciamo e altre no, seppur ci sia sempre l’intenzione e si sia fatto il possibile. Non raggiungeremo il nostro obiettivo solo per il fatto di volerlo fortemente. Quando siamo implicati materialmente nel salvataggio di qualcuno, in realtà siamo solo il frutto benevolo del bisognoso che sia umano, animale o pianta. Le vite si incontrano perché c’è una ragione karmica ben precisa. Possiamo incoraggiare, ispirare, accellerare il processo di crescita, ma il Jina ci ricorda che ogni anima è indipendente nella sua esistenza. In realtà non c'è nulla che possiamo fare per qualcuno e viceversa, tutti siamo qui per ripagare e riscuotere le quote karmiche. Irritati dai nostri debiti karmici, siamo entrambi donatore e ricevente, ignoranti, illusi e persi. Come un cieco che guida un altro, stiamo semplicemente, insieme, mappando le nostre vite, condividendo le nostre esperienze e aiutando noi stessi e gli altri a raggiungere la beatitudine infinita. “Puoi portare il bue nel fiume assetato ma se non sarà lui a bere morirà”.

Se devi 'restituire- donare', forse hai preso troppo in primo luogo! e non per coccolare il nostro ego (perché siamo caritatevoli e carini). Non è qualcosa che sacrifichiamo per realizzare. Il karma dice che nessuno può veramente dare o ottenere qualcosa che non si è "meritato".

 

Qualità di chi dona

 

Chiarendo l'atteggiamento di un vero donatore e al fine di aumentare la purezza coinvolta nel dare e nella pratica della Nonviolenza, i nostri Jina hanno identificato sette qualita' che

chi offre dovrebbe far fruttare in questa attività. Esse sono:


Aihikaphalanapeksha – liberi dal desiderio

 

Il donatore non deve aspettarsi alcun guadagno o ricompensa in questo mondo, in cambio di doni da lui forniti.

Kshanti liberi dalla rabbia

 

Il donatore dovrebbe avere pazienza e dovrebbe dare con calma e senza rabbia (il che significa che il donatore non dovrebbe essere dispiaciuto se una cosa inaspettata o spiacevole accade mentre era impegnato nel pio atto di regalare doni).

Muditva liberi dall’ostentamento

 

Il donatore deve possedere sentimenti di felicità e avere un aspetto gioioso nel momento che dona.
Nishkapatata - liberi dall’inganno

 

Il donatore deve agire in tutta sincerità e dovrebbe dare senza inganno.

Anasuyatva - liberi dalla gelosia

 

Il donatore non dovrebbe avere sentimenti di gelosia o invidia.

Avishaditva – liberi dal rimorso

 

Il donatore non dovrebbe avere sentimenti di dolore o di pentimento.

Nirahankaritva – liberi dalla presunzione

 

Il donatore non dovrebbe avere alcun senso di orgoglio nel dare doni. L’orgoglio è caratteristica di una cattiva condizione mentale.

 

Possiamo e dobbiamo sempre sforzarci di avere questi atteggiamenti caritatevoli quando doniamo.

 

 

Regole su

Donazioni e beneficiari appropriati

 

Non è necessario che i doni siano necessariamente di grande quantità, alle famiglie è consigliato dare anche piccoli regali, ma occorre capire bene chi sono i beneficiari. La donazione ha molto valore se fatta a persone meritevoli. Una specie di piccolo dono è lodato nel lavoro sacro Jain. Ratnakaranda Sravakachara afferma con le seguenti parole:

"Anche una piccola carità (dono) offerta ad un ricevente adatto, porta un frutto molto desiderabile per le anime nella pienezza del tempo, proprio come il minuscolo seme dell'albero di fico seminato in un terreno buono, produce un albero con magnifica ombra.

 

Per questo le scritture Jain hanno stabilito altre condizioni molto importanti affinché possa avvenire una azione correttamente caritatevole. La ricchezza che si possiede e si vuole donare può essere dell'anima come l’autoconoscenza, ascolto, verità, perdono, umiltà ecc. o quella dei propri denari, vestiti, case, cibo, ecc. Quando si dona, il donatore deve dare in offerta qualcosa con cura, che sia utile, in buono stato, utilizzabile e che non sia stato procurato attraverso l’ingiustizia, la violenza/sofferenza di un essere vivente, diversamente, non ci sarebbe alcun aiuto per gli altri, né progresso spirituale per Sé. Deve anche essere consapevole di scegliere il "destinatario appropriato" per garantire che solo la buona intenzione e volontà siano le conseguenze di quella donazione. Per cui occorre fare molta attenzione a non diventare causa strumentale di atti non buoni del beneficiario per non divenire noi stessi complici di condotta biasimevole. Così dobbiamo evitare di dare doni per esempio ai politici disonesti; ai truffatori come alcuni finti mendicanti che sfruttano i bambini per chiedere l’elemosina; a chi alimenterebbe la prostituzione e la tratta di minori; alle persone che vivono sulla strada in condizioni di emarginazione sociale e problemi psicofisici, i quali, con i nostri soldi comprerebbero alchol o droga che danneggerebbero o aggraverebbero il loro stato di salute; a chi finanzia la vivisezione e a tutte quelle persone che sono violente e crudeli che utilizzerebbero le nostre donazioni in denaro per infliggere crudeltà ad altre forme di vita; come chi alleva, uccide gli animali e consuma carne. In ogni caso dobbiamo accertarci con sicurezza che i nostri fondi siano investiti, da chi li riceve, per qualsiasi necessità oggettivamente meritevole che rispetta l’etica e i principi della Nonviolenza. Le nostre donazioni non devono mai finanziare e sostenere morte, sfruttamento e violenza. Comunque la nostra compassione non deve fermarsi davanti a questo, perché ogni tentativo di dialogo e convincimento va compiuto verso chi ha ancora scarsa consapevolezza di certe scelte che comportano violenza. Poichè la propria condizione di vita è il frutto del karma personale, tutti hanno la possibilità di cambiare.

 

 

 

Dal punto di vista della carità e progresso spirituale

 

             

Di tutte le 4 principali passioni (kashaya) che conducono all’attaccamento del karma: rabbia, orgoglio, inganno e avidità, quella più difficile ad essere estinta da un'anima è la passione dell'avidità (lobh kashāy). La virtù della generosità è l'antidoto prescritto nella tradizione Jaina per essere vinta.

Con la generosità la creazione del karma negativo viene prevenuto e spazzato via il precedente. Facendo carità, si guadagna il salutare karma che fornisce prima o poi situazioni favorevoli. Il beneficio principale del donatore è che il suo ‘mamatva- essere – possessivo’ diminuisce per la cosa che sta dando e questo aumenta il livello di contentezza (Santosh) e equanimità (sambhav). Il frutto positivo principale dei destinatari è quello di sbocciare delle virtù di umiltà, gratitudine e, naturalmente, l'effettivo utilizzo del dono può essere utile per il progresso spirituale; per esempio, guadagnando di conoscenza; relativo al prossimo mondo/vita (parlok sambandhi), primariamente come nascita nei cieli (swarglok). Per le famiglie Jain la carità è considerata la più importante tra i quattro passi per praticare il vero Dharma; austerità e penitenza, (tap), purezza di carattere e condotta, (sheel) la buona intenzione (bhāvanā) sono gli altri tre. Dal punto di vista dell'anima (nischay nay) lo sviluppo della virtù donante è la base per il progresso di tutte le altre virtù, mentre dal punto di vista mondano (vyavahār nay) è il fondamento della società umana e del progresso economico. Gautam Swami una volta chiese al Signor Mahavira: "Chi è più benedetto - uno che serve una persona malata o uno che ha il tuo Darshan?" Il signor Mahavira rispose: "Colui che serve una persona malata è benedetto col mio Darshan (la visione di qualcuno che ti eleva spiritualmente).”

 

Ciò che tengo scomparirà con me, ma ciò che avrò donato rimarrà nelle mani di tutti

(Rabindranath Tagore)

 

 

 

 

Il Jainismo supporta la compassione disinteressata, non il pietismo

 

 

 

L'etica Jain è conosciuta come "Aachar Mimansa" e la morale come "Naitikta", ed è sostenuta da un ragionamento metafisico che considera che non esiste una cosa come “moralmente Jainista”. La morale è basata sulla società in cui viviamo e si adegua nel tempo a nuovi usi, costumi ed esigenze, modificandosi e rinnovandosi da vecchia a nuova, mentre l'etica rimane immutabile. Per fare un esempio, una volta era moralmente accettabile che un marito vendicasse il proprio onore uccidendo la moglie che lo tradiva, oggi invece è ritenuto un omicidio.

 

 

 

Ci poniamo una domanda, è eticamente corretto essere pietosi verso la sofferenza degli altri? Il Jainismo non sostiene il sentimento di pietà ritenendolo un sottoprodotto dell'ego; il bisognoso diventa un mezzo di sfruttamento per soddisfare la persona che offre il suo aiuto, perché ha l'esigenza di sentirsi su un piano superiore attraverso opere buone per autocompiacersi, attendendosi un ritorno: meriti e riconoscimenti. Il cibo che nutre l'ego dell'altruismo mascherato è la vanità, in cui non esiste un reale desiderio di alleviare il dolore degli altri, l'azione è spinta da un calcolo, da un interesse psicologico-emotivo personale; si agisce per se stessi, per egoismo o per debolezza , per cui non ci si dona realmente e quindi quello che si fa in realtà non è gratuito.

 

Invece l'autentica compassione è trasformazione interiore, è sinonimo di 'risveglio spirituale’ alla percezione dell'Unicità della vita attraverso l'amore universale e il desiderio sincero di annientare la sofferenza di tutti gli esseri viventi; di rendere felice la vita degli altri con gentilezza, pace e gioia senza chiedere nulla in cambio. La compassione raggiunge livelli profondi se è unita all'empatia, che significa essere capaci di immedesimarsi nelle persone, negli animali e la natura, comprendendone i punti di vista, i sentimenti, i bisogni e sentendo nella propria pelle la sofferenza e felicità dell'altro. Se ci capita di incontrare un povero possiamo fargli una donazione offrendo cibo o dei soldi, ma siamo disposti a camminare mezzo miglio con lui nella sua angoscia? Il primo modo di comportarci è pietoso, ossia un liberarsi la coscienza, mentre il secondo è empatico

 

Empatia significa sperimentare dal cuore, unire le proprie energie per condividere insieme, mano nella mano e cuore a cuore l'esperienza dell'altro; significa mettere il bisognoso e se stesso (donatore) sullo stesso piano, perché seppur chi aiuta è consapevole di poter essere diverso nella forza economica, psicologica, emotiva, nella posizione sociale e nel percorso di vita, vede in lui la sua stessa essenza divina, indipendentemente dalla razza, dal colore, dalla specie, se è un ricco o un mendicante; significa accogliere la sua anima nella propria.

 

Il donatore mentre consegna i doni al ricevente, i suoi pensieri non sono di ‘io sono il donatore ', sono il generoso benefattore '. Egli è invece pieno di gratitudine per essere uno strumento positivo nel trasferire al vero proprietario ciò che è un suo diritto. L'atto di " dare " si trasforma in un atto di " offerta. La mano non è più rovesciata nel "dare" (Mudra) ma i palmi sono all'insù nel grazioso umile atto di offerta. Il donatore non guarda il destinatario trattandolo come fosse più piccolo di se stesso, ma piuttosto con rispetto onorandolo con amore.

 

Una persona che ha compassione ed empatia è illuminata nel cuore, la luce del servizio incondizionato ha spazzato via l'attaccamento e non è più schiavo dell'ego, della vanità e avidità. Non cerca qualcuno per colmare un vuoto, per manipolarlo; nel suo animo magnanimo, premuroso è umile entra la bellezza, la verità e la grazia. Va incontro all'altro non per ostentare o prendere, ma perché non può contenere in se stesso un amore così straripante.