Il laico che diventa monaco

 

Voler diventare monaco richiede una certo grado di coscienza, non è una scelta facile e non può essere compiuta con superficialità, nè può essere motivo per sfuggire dai problemi del quotidiano. Quando la fede e la dedizione del laico saranno molto forti, egli sentirà l'inarrestabile bisogno interiore di vivere la vita monastica, ed è un segno di progresso spirituale. La famiglia dell'aspirante monaco o monaca dovrà concederle il permesso e solo dopo che avrà seguito un periodo preparatorio di studio religioso, di osservanza delle regole e di convivenza con altri monaci che gli trasmetteranno gli insegnamenti, sarà compito del monaco Acharya (leader della comunità) accertarsi se egli/ella sono pronti o no a vivere come un monaci o suore e se saranno idonei si avvierà la cerimonia di iniziazione. Non tutte le famiglie sono contente che il proprio figlio o figlia voglia vivere come un monaco o monaca e può darsi che non concederanno il loro consenso perché credono che sia una vita troppo dura e può capitare che cercheranno di distogliere il proprio figlio/a con altre attività per capire la sua reale vocazione, oppure negheranno l’appoggio per problemi di ordine pratico. A quel punto il monaco Acharya esaminerà le obiezioni dei familiari, rivaluterà la volontà e le motivazioni dell’aspirante monaco/a e sarà soltanto lui ha prendere la decisione finale indipendentemente dalla volontà dei familiari.

 

 

 

Il Jainismo ritiene che la spiritualità è una componente essenziale dell'essere umano, così non ci sono particolari restrizioni sull'iniziazione all'ascesi; eccetto che dei requisiti iniziali di ammissibilità che sono: 

Possedere un buon stato di salute, 
Non avere disabilità fisiche e mentali
Non essere in stato di gravidanza, nè di allattamento
Avere una predisposizione per la vita indipendente e la disponibilità a seguire gli insegnamenti del proprio guru
Essere felice di praticare tutti i principi del Jainismo
Osservare le regole alimentari di un cibo e acqua il più possibili non violenti
Rimanere in pace nella mente per qualsiasi avvenimento accadrà e l'unica motivazione ammessa per diventare monaco o suora jain è quella religiosa per fede. 

Nel Jainismo soprattutto nella corrente Svetambara, è del tutto normale che non ci siano limiti di età per diventare un monaco o una monaca, perchè il percorso spirituale è soggetto all'anima che è il vero Sé, non al corpo; egli crede nella conoscenza ed evoluzione della coscienza. Per questo l'età corporale non ha alcuna importanza ed è possibile prendere i voti anche dall'età della adolescenza o anche meno, fino all'anzianità, eccetto che per alcuni ordini monastici la cui età minima è di 18° anni. Tantissimi Acharya che ora sono grandi maestri autorevoli e carismatici, sono monaci da quando avevano 12, 13, 14 anni. Naturalmente parliamo di giovani molto particolari con una fede e convinzione religiosa profonda e fuori dall'ordinario, frutto delle vite precedenti. Anche se le famiglie possono essere molto devote e quindi felici se il proprio figlio o figlia diventi un monaco o monaca e venga affidato/a ad altri monaci che affettuosamente e con grande senso di protezione e rispetto li accompagnano nel percorso di crescita sulla strada della spiritualità, seguire la propria vocazione e' una libera scelta e non esistono e non devono esserci costrizioni. Così come è possibile accedere presto, si può anche abbandonare la propria scelta se ci dovessero essere ripensamenti.

 

 

 

11 passi- Pratima

 

Il passaggio da laico a monaco è difficoltoso, per questo vi sono 11 passi chiamati 'pratima' che lo aiutano e lo accompagnano a compiere questa scelta di vita così importante.

 

Brevemente gli 11 passi in ordine sono:

 

1. avere la giusta fede sulla religione jainista

 

2. accettare e osservare integralmente, come i monaci, i 5 grandi voti: la non violenza verso ogni essere vivente, dire sempre la verità, non rubare, castità - purezza di sentimenti, e il non possesso.

 

3. impegno di praticare con regolarità la meditazione e equanimità.

 

4. pratica del digiuno 4 volte al mese e durante le festività.

 

5. non mangiare tutti quei vegetali a radice che hanno la capacità di nascere di nuovo, quelli a tuberi e bulbi in cui nelle radici vivono attaccati migliaia di animaletti, tutti i frutti ricchissimi di semi e verdure cotte.

 

6. parziale celibato, seguire la tradizione di mangiare dopo l'alba e prima del tramonto .

 

7. totale voto di celibato.

 

8. abbandonare le normali attività mondane, il lavoro e ruoli occupazionali che servono al proprio sostentamento. Questo voto è determinante e segna il passaggio da laico a monaco.

 

9. lasciare la famiglia e rinunciare a tutti i possedimenti.

 

10. non prendere più decisioni familiari, mangiare per mezzo dell'elemosina.

 

11. questa è la fase conclusiva in cui il laico Jain è pronto per entrare nel 6° Guna delle 14 fasi dello sviluppo spirituale. Si incammina verso l'iniziazione, inizia a controllare il suo comportamento, si astiene dal commettere violenza, pratica il voto di dire sempre la verità, di astenersi dal possesso e attaccamento, e vive una vita casta. Prende i voti da monaco e inizia a sperimentare la vita da santo.

 

 

I monaci non possono mantenere alcuna relazione con altri membri della famiglia se non per la condivisione sugli insegnamenti spirituali. I figli diventati monaci diventeranno i maestri dei suoi genitori o viceversa. Il periodo totale di tutti gli undici pratimās è di cinque anni e mezzo.

 

Diksha

 

Iniziazione, cerimonia

L'iniziazione avviene insieme a tutta la comunità laica, con un caloroso, allegro festival musicale ricco di gioiosi canti in una atmosfera religiosa e compassionevole sia prima che dopo l'iniziazione, essa può coinvolgere migliaia di spettatori da tutto il mondo. La festa può durare molto, anche oltre 30 giorni, dipende dalla solidità economica dei familiari e a volte anche dal comitato degli anziani della comunità Jain del rispettivo luogo di appartenenza che svolge un ruolo importante sulla decisione per la durata del tempo. La persona che sta per diventare monaco o monaca chiamato come "diksharthi" è amato e accolto con grande riverenza, è vestito come un principe o una principessa, è considerato/a come uno sposo/a della spiritualità; viene trasportato/a dalla propria casa fino al tempio, generalmente sopra di un elefante che in India rappresenta l'animale reale, tradizione che risale a molti secoli fa, ma oggi si possono usare anche diversi mezzi di trasporto/ supporto senza l'utilizzo degli animali. C'è un'altra antica pratica chiamata "varshi dan", è quella della distribuzione per strada di doni per la gente bisognosa, il futuro monaco/a getta dall'alto un sacco di regali alle persone che camminano lungo la processione. La ragione di questo gesto è perchè i 24 Tirthankara, per un anno, prima che diventassero mendicanti, hanno donato tutte le loro ricchezze alle persone povere.

 

Kasa-loca

 

Rimozione dei capelli e nuovo nome

 

Nell'ultimo giorno della cerimonia di iniziazione avviene l'eliminazione dei capelli in completa serenità, questa pratica si chiama Kasa-Loca o Kaya - klesch. Simboleggia la rinuncia, il non dare importanza al corpo fisico, la sopportazione a non vivere più nella confortevolezza, la resistenza fisica che il monaco/a dovrà incontrare durante tutta la vita, come ad esempio il camminare a piedi nudi e l'abbandono di ogni possesività, per cui non useranno più attrezzi elettrici così non avranno bisogno di nessuno per tale pratica e saranno completamente indipendenti. E' un rituale che viene fatto durante l'iniziazione quando un laico prende il voto per diventare monaco ma anche successivamente due volte l'anno o prima del festival purificatorio e introspettivo del Paryushan. Questa pratica differisce dall'ordine, in cui i monaci avanzati spiritualmente li eliminano con le mani come fece Jina Mahavira, altri rasano la testa lasciando simbolicamente solo alcuni ciuffi di capelli da tirare con le dita. Ci sono anche alcune monache anziane che lasciano i capelli. Una volta rasata la testa, il fedele abbandona le sue vesti impreziosite per indossare il semplice abito bianco da asceta. Quando si diventa monaci si viene chiamati con l'appellattivo di Sadhu o muni per i maschi e Sadhvi o Aryika (digambara) per le femmine. Si assegna un nuovo nome per indicare l'inizio di una nuova vita. La seconda parola aggiunta al nome è solitamente uguale per tutti i monaci dello stesso rango di apparteneza e hanno significati di buon auspicio, come 'Ananda' che vuol dire gioia oppure Jñāna-sāgara che sta per 'oceano di conoscenza'.

 


 

 

Fiori artificiali

 

Le suore sono stati ornati con catene di fiori artificiali realizzati artigianalmente dai parenti. Per le cerimonie Jain (Terapanth) i fiori non vivi vengono utilizzati per motivi di Ahimsa, al fine di evitare la violenza non necessaria.

 

 

Upakaraṇa

 

L'abito e attrezzatura monastica

 

I novizi ricevono in dono dal monaco Acharya l'abito e l’attrezzatura consona all'ordine monastico di cui fanno parte, necessari per vivere e rispettare i principi religiosi di non violenza. La veste è semplice, di cotone e colore bianco, è scucita o poco cucita, formata da tre tessuti, due piegati, avvolti intorno al corpo e uno sopra la spalla sinistra che scende fino al ginocchio, in alcuni casi è presente una banda rossa come simbolo identificativo. Viene indossato il vestito completo ogni volta che ci si sposta all'esterno della propria dimora. Per via del voto del non possesso, gli attrezzi, chiamati in sanscrito pratilekhanā, unitamente ai testi religiosi, sono tutto ciò che i monaci Svetambara posseggono e verso di loro non hanno nessun attaccamento, nè li considerano di proprietà personale. Dovranno adottare la massima cura e vigilanza quando manipoleranno l'abito e tali strumenti, per evitare eventuali ferimenti per i piccoli animali. I monaci portano con sè il completo equipaggiamento monastico quando chiedono l'elemosina e viaggeranno a piedi lontano dalla loro dimora.

 


 

Ciotola per elemosina e contenitore per l'acqua


La ciotola serve per ricevere e accogliere il cibo in elemosina, è composta in legno, argilla o zucca, può essere di colore arancione, rossa o nera e con simboli di buon auspicio. Hanno con sè anche una coppa-pentola per contenere l'acqua da bere filtrata e bollita, donata dalle famiglie Jain.

 

 

 

Muhapatti e Rojarhan

 

 

I primi due strumenti sono uno dei più importanti simboli dell'identità ascetica jain.: una pezzuola di stoffa bianca di forma quadrata o rettangolare in base alla setta, chiamata Muhapatti, è mantenuta con la mano o legata al viso del monaco che copre fino alla bocca. L'altra è una scopa chiamata Rajoharan o Ogho composta da una maniglia di bastone di legno spesso avvolta da un panno bianco decorato con simboli di buon augurio e fili di cotone, essa viene adoperata per spostare delicatamente senza nuocere, minuscoli animali che il mendicante potrebbe incontrare durante il cammino attraverso un percorso inevitabile oppure durante qualsiasi altra pratica quotidiana, per esempio prima di sedersi durante la meditazione o prima di coricarsi per dormire.

 

 

 

 

Bastone

 

Alcuni monaci (Murti-pujaka) quando sono all'esterno, portano un bastone lungo chiamato Dandasana ad altezza d'uomo di colore marrone chiaro con lo spessore di 5 cm di diametro. Un tempo esso aveva la funzione di intimidire, non per colpire, gli animali da eventuali attacchi. Oggi invece viene utilizzato per valutare la profondità dell'acqua. Sul bastone sono raffigurati vari simboli religiosi sugli insegnamenti Jain.

 


 

 

Lenzuolo e tappetino

 

Il lenzuolo è utilizzato nei momenti di riposo e il tappetino per sedersi e durante la pratica della meditazione.

 

 

Leggio

 

Un leggio viene usato nei momenti di pratiche e studi religiosi, esso è composto da 4 bastoni di legno legati tra loro con un pezzo di stoffa recamati con il simbolo un jainista per esempio la svastika. Poi ci son 5 conchiglie avvolte in un panno che scendono a dondolo con un cordoncino dalla parte superiore dei bastoni, essi simboleggiano le 5 entità supreme. Sopra il leggio vengono posti i testi sacri su cui studiare durante i sermoni.

 


 

 

Manoscritti

 

I monaci e le suore quando vagano possono trasportare con sè dei manoscritti avvolti in un telo di cotone posto sopra le spalle.

 

Voto di equanimità e formazione dopo la prima iniziazione

L'esordiente monaco inizia con la formazione negli studi delle sacre scritture e uno stile di vita disciplinato, fermo e rigoroso nel rispetto delle regole etiche degli asceti e della protezione di tutti gli esseri viventi, compresa la cura e la nonviolenza verso le creature che hanno un organo di senso come i microorganismi e le piante. Si impegna a distruggere in sé tutti i sentimenti negativi come l'odio, l'attaccamento, l'egoismo, l'orgoglio, l'avversione, la rabbia; osserva con frugalità le pratiche spirituali di purificazione come quelle delle penitenze e dei digiuni per aumentare il proprio vigore psicofisico e spirituale. L’Acharya conferisce al neo adepto il voto di equanimità che recita così:

 

Compio, o signore, il rito dell’equanimità. Abbandono ogni attività malvagia per il resto della mia vita, triplicemente, in mente, corpo e parola. Non compirò, non farò compiere e non approverò alcuna azione malvagia. Mi pento, o signore, biasimo, rifiuto e abbandono me stesso. Avasyakasutra

 

 

 

 

Seconda iniziazione, conferma nell'ordine

 

Triplice voto

 

 

Dopo la prima iniziazione e l'idoneità al percorso formativo l’Acharya conferma per la seconda volta e definitivamente il permesso al monaco/a di entrare nell'ordine monastico in presenza di tutta la comunità Jain.

 

Il nuovo asceta si impegna ad osservare il triplice voto di non violenza in mente, parola e corpo.

 


 

Egli affermerà:  non compirò, non farò compiere e non approverò nessuna azione violenta per tutta la mia vita.