Alcuni precetti seguiti dai monaci


Regole su attenzione e autocontrollo

 

L'attenzione e l'autocontrollo sono pratiche importantissime per i monaci Jain, li osservano con molto rigore.

 

Mahavira disse:

 

La persona che è disattenta nelle sue azioni è certamente colpevole di violenza, indipendentemente dal fatto che uccida o non uccida un essere vivente. Invece, la persona che è attenta e vigile nell'osservare i samiti (forme di attenzione) non sperimenta la schiavitù del karma, e ciò perché nelle sue azioni non può verificarsi alcuna violenza. Il monaco che osserva i samiti, restando sempre attendo nelle sue attività, può commettere himsa (violenza) a causa di una svista; in questo caso, c'è solo una violenza esteriore (dravya himsa) e non interiore. Invece una persona negligente è colpevole di violenza interiore (bhava-himsa) anche se non ha causato una violenza esteriore uccidendo un essere vivente. Quando la negligenza di una persona, di un asceta o un laico, provoca un danno, sarà presente sia la violenza esteriore (fisica) sia la violenza interiore (mentale). Il monaco saldo nell'osservanza dei samiti non causerà nessuna violenza grazie alla purezza della sua anima; non provocherà nessuna violenza né esteriore né interiore. Quando una minuscola creatura vivente viene accidentalmente schiacciata dal piede di un monaco che è attento ai propri movimenti, le scritture sostengono che egli non si attirerà nemmeno un po' di karma negativo; infatti il monaco non è responsabile di questa violenza involontaria. Come la possessività nasce dal senso dell'attaccamento, così la violenza nasce dal senso di uccidere. Saman Suttam

Il monaco deve rispettare 8 precetti sull'attenzione che come accennato sopra sono chiamati samiti per l’attenzione e gupti per l’autocontrollo.

 

Le 5 forme di attenzione sono

 

Essere vigili nel camminare

 

Il monaco si muove con cautela, che sta in piedi con cautela, che sta seduto con cautela, che mangia con cautela e che parla con cautela, non sarà colpito dai karma malvagi. Di giorno, quando è necessario uscire per un qualsiasi lavoro, la pratica di iryasamiti consiste nel camminare sulla strada guardando davanti a sé alla distanza di quattro cubiti per evitare di uccidere qualche minuscola creatura vivente. Analogamente, non si dovrebbe camminare in linea retta in mezzo ai vari esseri viventi che si radunano ai bordi delle strade per sfamarsi: ci si dovrebbe muovere in modo cauto. Saman Suttam

 

Essere vigili nel parlare

 

Anche quando viene interpellato, un monaco non dovrebbe mai pronunciare una parola peccaminosa, una parola insensata o una parola malevola, né nel suo interesse né nell'interesse di un altro o di entrambi. Un monaco non dovrebbe usare parole dure, né dire ciò che è dannoso (anche se vero) per altri esseri viventi, perché ciò è peccaminoso. L'attenzione nel parlare (bhasasamiti) consiste nell'evitare di dire calunnie, di dire cose ridicole, di rivolgere accuse agli altri, di autolodarsi o di raccontare storie incredibili. Questi modi di parlare non portano a niente di buono né a se stessi né agli altri. Un monaco saggio dovrebbe dire soltanto ciò che ha visto; il suo discorso dovrebbe essere breve, senza ambiguità, ed egli dovrebbe esprimersi in modo chiaro, senza parlare a vanvera e senza causare ansia. Saman Suttam

 

Essere vigili nell'elemosinare

 

Il monaco che mendica il cibo, un utensile o un giaciglio, controllando la provenienza, la preparazione e il modo di riceverli, pratica la vera attenzione (samiti) nel campo dell'elemosina. Un monaco non dovrebbe cibarsi per acquisire forza fisica, per provare piacere o per il miglioramento delle condizioni del corpo e dell'aspetto, ma solamente per acquisire la conoscenza, l'autocontrollo e la meditazione. Un monaco che desidera mentalmente cibarsi di cibo preparato violento, accumula karma negativo anche se in quel momento sta mangiando un cibo preparato in modo non violento. Invece, il monaco che è sempre alla ricerca di cibo puro (cioè ottenuto in modo non violento) è egli stesso puro e irreprensibile, anche se per caso ha ricevuto inconsapevolmente un cibo preaparato in modo violento. Saman Suttam

 

Essere vigili nel ricevere e nel riporre il cibo offerto

 

Se un monaco compie attentamente la prescritta ispezione visiva, pulendo e sistemando le cose che riceve, pratica una forma di samiti. Saman Suttam

 

Essere vigili nell'espletare i bisogni corporali

 

Un monaco dovrebbe espletare i propri bisogni fisiologici in un luogo solitario, libero dagli insetti e dall'erba, nascosto, spazioso, privo di inconvenienti: questo significa osservare l'utsarga-samiti. Saman Suttam

 

Le tre forme di autocontrollo

 

Controllo della mente

 

Un monaco attento dovrebbe impedire alla propria mente di concepire pensieri malvagi (samrambha) e di pensare a strumenti che possono fare del male agli altri esseri viventi ( samarambha) e di immaginare azioni malvagie (arambha)”. Saman Suttam

 

Controllo della parola

 

Un monaco dovrebbe controllare le proprie parole non appena provi inclinazione verso pensieri di espressioni malvagie, verso tentativi di espressioni malvagie e verso espressioni malvagie. Saman Suttam

 

Controllo del corpo

 

Un monaco attento dovrebbe controllare il proprio corpo non appena tenda a pensare a un progetto che possa causar sofferenza ad altri, a oggetti che possono causare sofferenza ad altri o a un'azione che possa causare sofferenza ad altri. Saman Suttam

 

La pratica della penitenza

 

La moltitudine dei karma positivi e negativi accumulati durante le infinite trasmigrazioni può essere distrutta con la pratica delle penitenze: in tal caso le penitenze portano all'espiazione. Saman Suttam

I monaci seguono 12 penitenze che si suddividono in esteriori ed interiori

 

Le penitenze esteriori

 

Digiunare

 

Colui che volontariamente rinuncia al cibo per uno o più giorni per purificare l'anima dai karma, pratica la penitenza esteriore del digiuno. Il monaco che si nutre poco per studiare le scritture è detto tapasvi, cioè uno che pratica la penitenza secondo le scritture. Ma la penitenza del digiuno senza lo studio delle scritture equivale solamente a soffrire la fame. Il digiuno costituisce penitenza quando la persona che lo compie non ha nessun tipo di pensiero negativo, quando non si determina un indebolimento corporale e quando le attività della mente, della parola e del corpo mantengono tutto il vigore. Una persona dovrebbe decidere di digiunare dopo aver preso in considerazione la propria forza fisica, la propria resistenza, la propria fede, il proprio stato di salute, il luogo e il tempo. In breve anche il soggiogamento dei sensi viene chiamato <digiuno>; dunque, coloro che hanno vinto i loro sensi vengono definiti <digiunatori> anche quando assumono cibo. La purezza interiore raggiunta dall'individuo che è ben istruito nelle scritture, anche se si nutre regolarmente, sarà molte volte più grande della purezza della persona che non conosce le scritture ma che digiuna per due, tre, quattro o anche cinque giorni”. Saman Suttam

 

Mangiare meno del normale

 

Una persona che si nutre con una piccola quanità di cibo, meno di un morso della sua porzione normale, pratica la penitenza chiamata unodari, cioè il digiuno parziale. Saman Suttam

 

Chiedere l'elemosina

 

Chi accetta l'elemosina dopo aver delimitato la quantità, il donatore, la ciotola che la contiene e il tipo di contenuto adempie alla penitenza chiamata vrttiparisankhyana, cioè la imitazione delle cose mendicate. Saman Suttam

 

Rinunciare alle ghiottonerie

 

Il monaco che evita cibi gustosi come, il latte, le cagliate e il burro. E mette le pietanze su di una foglia, pratica la penitenza rasaparityaga, cioè la rinuncia ai cibi prelibati”. Saman Suttam

 

Mortificare il proprio corpo

 

Adottare una rigida postura del corpo immobile, come virasana, ecc, che procura all'anima la beatitudine, costituisce la penitenza chiamata kayaklesa, cioè la mortificazione del corpo. Saman Suttam

 

Abitare da soli

 

La penitenza che consiste nel tenere il giaciglio e il sedile in un luogo solitario e non frequantato da membri dell'altro sesso e da animali, viene chiamata viviktasayyasana, cioè abitare in solitudine. Saman Suttam

 

La penitenza interiore

 

Le 6 penitenze interiori sono: l'espiazione dei peccati, l'umiltà, il servizio del maestro, lo studio delle scritture, la meditazione, l'immobilità del corpo durante la meditazione.

 

L'espiazione dei peccati

 

L'osservanza dei voti, l'attenzione, la continenza, l'autocontrollo e il soggiogamento dei sensi portano all'espiazione e dovrebbero essere praticati di continuo. Controllare l'ira e altri sentimenti, acquietare i pensieri intensi, contemplare le proprie virtù: questo costituisce l'espiazione dal punto di vista reale. La moltitudine dei karma positivi e negativi accumulati durante le infinite trasmigrazioni può essere distrutta con la pratica delle penitenze: in tal caso le penitenze portano all'espiazione. La confessione, il pentimento contemporaneo, la retta discriminazione, la rinuncia, le penitenze, la parziale riduzione della propria posizione di anzianità, la completa esclusione per un determinato periodo dal sangha (comunità dei monaci) e la reiterazione della fede: questi dieci elementi costituiscono l'espiazione. Un azione malvagia compiuta sia intenzionalmente sia non intenzionalmente dev'essere confessata con mente serena. Come un bambino parla delle sue buone e cattive azioni in maniera diretta, così si dovrebbe confessare la propria colpa con la mente dalla falsità e dall'orgoglio. Saman Suttam

 

L'umiltà

 

Alzarsi quando arriva una persona più anziana, darle il benvenuto con le mani giunte, offrirle un posto d'onore, servirla con un sentimento di devozione: questo costituisce l'umiltà. Se un anziano viene insultato, questo diventa un insulto per tutti; se viene venerato, tutti vengono venerati. L'umiltà è la virtù primaria secondo le scritture del Jina; la persona umile acquisisce l'autocontrollo. Dove sono la religione e le penitenze per chi ha perso l'umiltà? L'istruzione acquisita con umiltà dà frutti in questo mondo e nell'altro mondo. Come una pianta non può crescere senza acqua, così l'istruzione non darà frutti senza umiltà. Quindi a tutti i costi non si dovrebbe abbandonare l'umiltà. Anche la persona con poca conoscenza delle scritture può annullare i suoi karma, se è umile. Saman Suttam

 

Il servizio del maestro

 

Servire un monaco (vaiyavrtya) consiste nel fonirgli il letto, la dimora, il sedile e una corretta pulizia degli utensili, e nel predisporgli con il dovuto rispetto, il cibo i medicamenti, la lettura delle scritture e l'eliminazione dei rifiuti. Proteggere e curare un monaco che si è affaticato nel cammino, che è stato minacciato da un ladro, da un animale selvaggio o dal re, che è stato ostacolato da un fiume o afflitto da una malattia contagiosa o dalla carestia: tutto ciò è servire un monaco. Saman Suttam

 

Lo studio delle scritture

 

Lo studio delle scritture (svadhyaya) assume cinque forme: 1 leggere il testo delle scritture; 2. porre dei quesiti; 3. la ripetizione, 4. la riflessione; 5. la narrazione dei discorsi religiosi che cominciano con la lode dei Jina. Chi studia le scritture con devozione e senza alcun desiderio di elogio, di onori o della purificazione dei suoi karma avrà il beneficio della conoscenza delle scritture, che conduce alla felicità. Un monaco che ha studiato le scritture tiene i cinque organi di senso sotto controllo, pratica i tre gupti (cioè controlla mente, parola e il corpo), concentra la mente e osserva l'umiltà. Tra le 12 penitenze, interiori ed esteriori, che possono essere sperimentate da un saggio, non c'è niente che equivalga allo studio delle scritture. Saman Suttam

 

La meditazione

 

La perfetta meditazione si ottiene attraverso la conoscenza e la distruzione dei karma si ottiene attraverso la meditazione; la liberazione è il frutto della distruzione dei karma: dunque ci si dovrebbe costantemente impegnare nell'acquisizione della conoscenza. Saman Suttam

 

 

L'immobilità del corpo durante la meditazione

 

Il monaco che non muove il corpo quando dorme, quando sta seduto e quando sta in piedi, e che controlla tutte le attività del corpo, osserva la sesta penitenza, quella dell'immobilità del corpo. I benefici del praticare la meditazione con il corpo immobile sono: la rimozione dell'apatia corporale e mentale, lo sviluppo della capacità di sopportare sia il dolore che il piacere, l'acquisizione di una riflessione profonda e l'accrescimento della forza di concentrazione nella meditazione pura. Saman Suttam

 

Precetti sulla meditazione

 

Per un monaco la meditazione rappresenta la parte più vitale della religione; è come per il corpo o le radici per l'albero. Un saldo stato di calma mentale costituisce la meditazione, mentre lo stato di attività mentale può essere impiegato nella contemplazione, nella riflessione profonda e nel pensare. Come il sale si scioglie quando viene a contatto con l'acqua, così, quando la mente è assorbita nella meditazione, il fuoco dell'anima brilla luminosamente, bruciando sia i karma fausti sia quelli infausti. Una persona impegnata nella meditazione dovrebbe essere seduta nella posizione palyanka, dovrebbe fermare tutte le attività della mente, della parola e del corpo, dovrebbe fissare lo sguardo sulla punta del naso e dovrebbe rallentare l'espirazione e l'inspirazione. Una persona, dopo aver condannato la propria condotta malvagia, aver implorato il perdono di tutti gli esseri viventi, aver rinunciato alla negligenza e dopo aver acquisito la calma della mente, dovrebbe intraprendere la meditazione fino a che non le appaia l'oggetto stesso della meditazione. Un monco che vede che l'anima è distinta dal corpo così come da ogni altra forma di proprietà esteriore e interiore, diventa libero da tutti gli attaccamenti e intraprende una rinuncia assoluta al corpo e a tutti gli altri oggetti esteriori. E' veramente assorbita in meditazione quell'anima che durante il tempo per la meditazione pensa < Io non appartengo agli altri e gli altri non appartengono a me, in quanto io sono solo e sono pura conoscenza>. In verità, se un monaco, durante la meditazione, non raggiunge la conoscenza della vera natura della propria anima, non può assicurarsi la purezza; sarà infelice come la persona che fallisce nel custodire una pietra preziosa. I beati non prendono in considerazione né ciò che appartiene al passato né ciò che esisterà nel futuro. Senza dubbio un grande saggio libero da tutte le immagini, concentrando i pensieri su ciò che esiste nel presente, dapprima inaridisce e poi annienta tutti i karma. Non compiere nessuna azione corporea, non pronunciare nessuna parola, non concepire nessun pensiero; così sarai concentrato . Certamente si raggiunge la suprema meditazione quando l'anima è impegnata nella concentrazione su se stessa. La mente assorbita nella meditazione non è turbata né dalle miserie nate dalle passioni, né da quelle nate dalle attività mentali, né dalla gelosia, né dal rimorso, né dalla tristezza. Un monaco coraggioso non viene toccato né spaventato dalle afflizioni e dalle calamità; la sua mente non s'infatua in nessun modo, neppure delle illusioni celesti. Bisognerebbe intraprendere la meditazione sui tre stati che tecnicamente sono chiamati pindastha, padastha e ruprahitatva, i quali corrispondono rispettivamente a un'anima incarnata nel modo ordinario, a un'anima incarnata che ha ottenuto l'onniscenza e a un'anima liberata. Saman suttam

 

Le 12 riflessioni

 

Sulla transitorietà, sulla debolezza umana, sulla solitudine di ognuno, sulla diversità tra il corpo e l'anima, sull'esistenza terrena, sul mondo terreno, sull'impurità del corpo, sull'afflusso dei karma, sull'interruzione dell'afflusso dei karma, sulla liberazione dei karma, sulla religione e sull'illuminazione. Saman Suttam

Dopo aver messo da parte la grande illusione, e riflettendo che tutti gli oggetti dei sensi sono transitori, coltiva una mente distaccata, in modo da ottenere la suprema beatitudine. Saman Suttam

 

La sfortuna dell'anima

 

2. aśaraņa bhāvanā

 

Non c'è scampo per il giovane

di un cervo lanciato da una tigre affamata appassionata della carne

degli animali. Allo stesso modo, non c'è via di fuga per il sé

catturato nelle maglie della nascita, della vecchiaia, della morte,

della malattia e del dolore. Anche il corpo corpulento è utile in

presenza di cibo, ma non in presenza di angoscia. E la ricchezza

acquisita con grande sforzo non accompagna il sé alla nascita

successiva. Gli amici che hanno condiviso le gioie e i dolori di un

individuo non possono salvarlo alla sua morte. I suoi rapporti tutti

uniti non possono dargli sollievo quando è afflitto da disturbi. Ma

se accumula merito o virtù, lo aiuterà ad attraversare l'oceano

della miseria. Persino il signore dei Dei non può aiutare nessuno in

punto di morte. Quindi la virtù è il solo mezzo di soccorrere l'uno

in mezzo alla miseria. Amici, ricchezza, ecc. Sono anche transitori.

E quindi non c'è nient'altro che la virtù che offre soccorso al sé.

Per contemplare così è la riflessione sull'impotenza. Lui, che è

angosciato dal pensiero di essere completamente indifeso, non si

identifica con i pensieri dell'esistenza mondana. E si sforza di

marciare sul sentiero indicato dal Signor Onnisciente (2).

 

Le Dodici Contemplazioni (Anuprekśā o Bāraha Bhāvanā)

Tratto da - S.A. Jain (1960), Reality: Inglese Traduzione di Sarvārthasiddhi di Shri Pujyapāda

 

La transitorietà del mondo

 

I testi Jain prescrivono la meditazione su dodici forme di riflessione (bhāvanā) per coloro che desiderano fermare l'afflusso di karma che estendono la trasmigrazione.

 

1. anitya bhāvanā

 

I corpi e gli oggetti del piacere dei sensi sono transitori come bolle. Nel ciclo infinito dell'esistenza mondana, l'unione e la separazione nell'utero ecc. Si alternano in rapida successione. Tuttavia, il sé sotto l'illusione considera le persone e gli oggetti associati a lui come permanenti. Ma non c'è nulla al mondo che sia permanente tranne le caratteristiche naturali della conoscenza e percezione del sé.

Questa è contemplazione sulla natura transitoria delle cose. Colui che contempla così è libero dall'intenso attaccamento alle persone e alle cose, e quindi non prova angoscia quando le perde o si separa da esse come nel caso delle ghirlande usate e scartate.

Fonte: Le dodici contemplazioni (Anuprekśā o Bāraha Bhāvanā)

 

 

Equanimità

 

I Monaci che stanno cercando la via suprema della liberazione assomigliano a un leone (nel coraggio), a un elefante (nella dignità), a un toro (nella forza), a un cervo (nello stare eretti), a un qualunque animale (nella libertà dagli attaccamenti), al vento (nell'essenza di compagnia), al sole (nella brillantezza), a un oceano (nella serenità), al monte Mandara (nella fermezza), alla luna (nella calma), a un diamante (nella lucentezza), alla terra (nella pazienza), a un serpente (nell'essere senza riparo) e al cielo (nell'essere indipendenti).

 

Un vero monaco mantiene l'equanimità sia quando ha successo sia quando fallisce, sia quando è felice sia quando è infelice, sia nella vita sia nella morte, sia quando viene criticato sia quando viene elogiato, sia quando viene onorato sia quando viene denigrato. Egli è totalmente insensibile agli onori, alle passioni, alle punizioni, alle afflizioni e alla paura; è imperturbabile e libero dalle gioie e dalle tristezze. Sappi che la condizione mentale, e non l'abito, è il segno di distinzione della spiritualità. Il Jina afferma che è la condizione mentale che causa i vizi e le virtù. La rinuncia al possesso esteriore è ciò che conduce alla purezza mentale. Ma la rinuncia al possesso esteriore è inutile se non è unita ad un'interiore adesione al non attaccamento. Chi non è attaccato al proprio corpo, è completamente libero dalle passioni come l'orgoglio e ha un'anima assorbita in se stessa è un vero monaco. Saman Suttam

 

Precetti sulla religione

 

La religione è supremamente benefica; la non- violenza, l'autocontrollo e l'ascesi sono la sua essenza: Anche gli dèi s'inchinano davanti a colui la cui mente è continuamente assorta nella religione. La natura essenziale di una cosa si chiama dharma. Le dieci virtù (la clemenza ecc) sono le dieci forme di dharma. I <tre gioielli> (la rette fede, la retta conoscenza e la retta condotta) costituiscono la religione del dharma. Anche dare protezione a un essere vivente viene chiamato dharma. La suprema clemenza, la suprema umiltà, la suprema rettitudine, al suprema sincerità, la suprema purezza, il supremo autocontrollo, la suprema ascesi, la suprema rinuncia, il supremo non possesso e la suprema castità costituiscono la religione delle dieci virtù. Colui che non si fa travolgere dall'ira anche quando è toccato da terribili afflizioni, causategli dagli dèi, dagli esseri viventi o dagli animali, ha una perfetta pazienza. Il monaco che non si vanta, neppure in modo lieve, della famiglia, della bellezza, del carattere, della castità, dell'erudizione, delle penitenze o della conoscenza delle scritture, osserva la religione dell'umiltà. Il monaco che evita di parlare in modo da ferire gli altri, e che parla di ciò che è buono sia per sé sia per gli altri, osserva le virtù della sincerità. Una persona che dice la verità diventa degna di fiducia come una madre, degna di venerazione come un maestro e cara come un familiare. La sincerità è la dimora dell'ascesi, dell'autocontrollo e di tutte le altre virtù; davvero la sincerità è il luogo d'origine di tutte le altre nobili qualità, così come l'oceano è il luogo d'origine dei pesci. In verità io sono solo, puro, eterno, senza forma e in possesso delle qualità della percezione e della comprensione; eccetto queste qualità, non c'è niente, neppure un atomo, che sia mio. Saman suttam

 

Io perdono tutti gli esseri viventi e possono tutti gli esseri viventi perdonarmi; nutro sentimenti di amicizia verso ogni essere vivente e non provo inimicizia verso nessuno.

Se in passato mi sono comportato nei tuoi confronti in modo sbagliato a causa di una mia disattenzione, ti chiedo sinceramente scusa, con il cuore puro ( cioè senza acredine e senza passione). Saman Suttam

 

Possano gli insegnamenti dei Jina, che danno a tutte le anime la capacità di attraversare l'infinito oceano dell'esistenza terrena e che offrono protezione a tutti gli esseri viventi, prosperare per sempre. Ciò che desideri per te stesso desideralo anche per gli altri, ciò che non desideri per te stesso non desiderarlo neppure per altri: questo è l'insegnamento dei Jina. Saman Suttam


I cinque grandi voti - Mahavrat

Per realizzare il percorso dei tre gioielli della retta fede, retta conoscenza e retta condotta, è necessario che i monaci osservino per tutta la vita cinque grandi voti.

 

अहिंसा -Ahimsa Mahavrat

 

Il primo voto è quello della Nonviolenza.

 

La Nonviolenza è il cuore pulsante del Jainismo, in essa si fonda tutta la sua dottrina, i Jina affermano che la Nonviolenza è la suprema religione - Ahimsa Parmo Dharma.

“Tutti gli esseri viventi vanno trattati con uguaglianza e con rispetto a prescindere dalla loro forma fisica”

Precetto: La condizione mentale di chi non vuole uccidere gli esseri viventi, rispettandoli in base alla loro specie, al luogo della loro nascita e alle loro peculiarità (marganasthana), viene chiamato il primo voto (non uccidere).  Saman Suttam

 

Per cui gli asceti prendono il voto delle “Sei protezioni degli esseri viventi” mobili ed immobili che sono nell'universo e sono divisi in cinque categorie secondo i loro organi di senso (vista, udito, olfatto, tatto, gusto)

I monaci al massimo delle loro possibilità devono osservare la Nonviolenza evitabile e inevitabile senza fare distinzione tra “piccolo e grande” evitando di uccidere anche le più minuscole forme di vita come i microorganismi.

 

Primo sermone: Bhagavan Mahavira ha predicato la non violenza e ha detto:

Non uccidere nessun essere vivente.

• Non causare dolore a nessuno.

• Non imporsi a nessuno.

• Non legare e schiavizzare nessuno.

• Questo è il principio dell'equalitarismo.

 

 

• Questa è la religione di Ahimsa.

 

• È la religione eterna.

 

I seguenti sono i costituenti della religione di Equalitarismo:

 

• Non aver paura di nessuno, né terrorizzare nessuno.

• Non considerare te stesso e gli altri essere sfortunati.

• Non amare l'odio verso nessuno.

Non dispiacerti se non ottieni ciò che desideri e non essere gioioso se lo ottieni.

• Non essere esultante nella tua felicità e abbattuto nella tua miseria.

• Non essere attaccato alla vita né aver paura della morte.

• Non essere gonfiato dall'adulazione né essere turbato dalle critiche.

• Se sei onorato, non essere orgoglioso, e se sei insultato, non sentirti sminuito.

• Non essere disturbato da crisi; rimanere spiritualmente composti in mezzo a loro.

• Ahimsa consiste in un atteggiamento di equanimità.

 

सत्या - Satya Mahavarat

 

Il secondo voto è la verità assoluta

 

Questo voto significa la comprensione e la realizzazione della vera natura dell'esistenza e di se stessi. Significa andare oltre le costruzioni mentali e accettare la realtà così com'è e essere veritieri verso di essa, vedere le cose così come sono senza giudicarle buone o cattive; affrontare la verità senza paura, essere umile e aperto a nuove scoperte e tuttavia accettare che non vi è nessuna scoperta finale o definitiva. I monaci dovrebbero sempre dire la verita ' e non mentire mai, né dire la verità mescolata con la menzogna, la verità dubbia o completa falsità. La verità è da osservare nel discorso, con la mente e le azioni. Non si deve praticare una falsità, chiedere ad altri di farla o approvarla in chi la compie. Un monaco saggio parla solo dopo un'attenta riflessione di cose incerte. Non utilizza parole dure e rimane in silenzio se una verità può causare dolore o anche morte a qualsiasi essere vivente; si lascerebbe morire dalle torture di un cacciatore piuttosto che rivelargli dove si è nascosto l'animale che cerca per ucciderlo. Oltre al fatto se una verità può essere piacevole o spiacevole, la cosa più importante è l'intenzione di sentimenti puri e quindi se viene detta con rabbia o inganno per infliggere del male oppure con sincerità per fare del bene; non è sufficiente essere sinceri, ma pensare bene per poter con umiltà dire tutto quello che vogliamo, spesso una verità espressa da un bugiardo che lo fa con cattiveria, rabbia ed è in mala fede può essere molto dannosa. Dire la verità richiede coraggio morale ed appartiene solo a quelli che hanno vinto contro i propri nemici interiori come l'avidità, la paura, rabbia, la gelosia, l'ego, la frivolezza e che si avvicinano alla dimensione più pura della propria anima.

 

Bhagavan Mahavira  e il sermone sulla verità:

 

• La verità è suprema.

• La verità è l'essenza del mondo.

Cerca la verità e non essere mai incline alla menzogna.

• La verità è la religione eterna.

 

Per praticare la verità:

 

Non praticare la menzogna anche attraverso le azioni del corpo.

Sii semplice ed ingenuo esprimendo gli stessi sentimenti che hai

nella tua mente.

• Pronuncia la verità e non dire bugie.

Non essere a doppia lingua e mantenere un equilibrio tra ciò che

dici e ciò che fai.

• Non essere incline alla rabbia.

Non essere bramoso.

• Non aver paura.

• Non indulgere in baldoria.

Evita la falsità ad ogni passo.

• Concentrati su sat (ciò che è veramente). La verità significa

• Meditazione sulla verità.

 

 

अस्तेय-Asteya Mahavrat

 

Il terzo voto è non rubare

Questo voto significa che non si deve mai prendere nulla senza aver prima chiesto il permesso al proprietario. Se si prende più dalla natura ciò che soddisfa il proprio bisogno essenziale, si sta rubando alla natura.

 

Il sermone di Bhagavan Mahavira sul non-furto:

 

Controlla i tuoi desideri. Uno, che non lo fa, invade i diritti e le proprietà

altrui. Ciò si traduce in conflitti e sentimenti di gelosia e

ostilità. Questi danno vita a passioni di attaccamento e avversione,

e a loro volta producono illusione, che alla fine si traduce in

sofferenza.

• Non puoi liberarti delle miserie senza controllare i desideri.

• Il controllo dei desideri è la religione eterna.

 

 

Per praticarlo:

• Mantieni le tue esigenze al minimo e non usare le cose inutilmente.

Discriminare tra ciò che è necessario e ciò che non lo è.

• Evita i desideri.

 

 

• Il non rubare consiste nel controllo dei desideri.

 

 

 

ब्रह्मचर्य- Bramacharya Mahavrat

 

Il quarto è il voto del completo celibato

 

I monaci non hanno alcuna attività sessuale, tutta la loro energia è totalmente assorbita  dalla la vita spirituale, per i Jain gli spermatozoi sono considerati delle vite e disperderli significherebbe ucciderli. Il celibato è un ulteriore liberazione dalla schiavitù dei sensi che creano desideri e a loro volta legami e attaccamento. Ma Bramacharya ha un significato più ampio, i monaci provano solo amore spirituale, divino, amore dell'anima disinteressato verso ogni creatura vivente. Affermò Shree Jainendra Kumar “io considero mio padre e compagno di vita come madre e ora anche la madre dei miei figli mi appare come una madre. Quando sentiamo questo e i nostri sentimenti diventano così puri allora noi lo chiamiamo Brahmacharya”. Bramacharya riguarda i sentimenti interiori, ossia purezza di pensieri.

 

Il sermone di Bhagavan Mahavira sul celibato:

 

• Il controllo del desiderio sessuale è la chiave per il controllo di tutti i tipi di attaccamenti.

• Colui che ha attraversato l'oceano può facilmente attraversare il fiume.

• Il celibato è la religione eterna.

 

Per praticarlo:

 

• Controlla il tuo discorso.

Controlla i tuoi occhi.

• Non ricordare i piaceri passati.

• Controlla le tue abitudini alimentari.

Esercitati a guardare dentro l'anima.

Il celibato consiste nel penetrare in se stessi, nell'anima.

 

अपरिग्रह - Aparigraha Mahavrat

 

Il quinto e ultimo voto è il non possesso e il non attaccamento

 

Tutti gli ultimi quattro voti sono la conseguenza del primo, della nonviolenza. Esistono molte forme di possessività, anche il mangiare un animale è una forma di possesso, significa voler possedere il suo corpo, ma non si ha il diritto di uccidere una vita, è una forma di attaccamento e tutti gli attaccamenti ostacolano e arrestano l'evoluzione spirituale. Il sentimento di possesso in tutte le sue varianti è considerata violenza. Noi non possediamo nulla: tutto appartiene a se stesso. Anche se si ha un rapporto con qualsiasi possedimento materiale in realtà non si ha nessun bene di nostra proprietà, tutto è impermanente anche il nostro stesso corpo. Questo voto per i monaci significa che al livello mentale, emozionale e spirituale non hanno alcun attaccamento, neanche per le cose minime di cui hanno bisogno per la vita quotidiana. Essi vivono con gioia in 'santa povertà' inteso com un valoroso volontario stile di vita nella totale semplicità, per cui gli Svetambara non possiedono nulla di materiale se non l'equipaggiamento monacale e si vestono solo di semplici abiti bianchi (i monaci Digambara non indossano neanche i vestiti).

 

Il sermone di Bhagavan Mahavira sulla non possessività:

 

• Un uomo avido crea nemici.

• Quindi non mettere il premio in possesso,

• Il non attaccamento è la religione eterna.

 

Al fine di praticarlo:

 

• Non essere attaccato ai suoni

• Non essere attaccato alla bellezza

• Non essere attaccato alla fragranza

• Non essere attaccato ai gusti

• Non essere attaccato al tatto

La non possessività consiste nell'evitare gli attaccamenti e le loro cause.


Alcune regole di vita che mettono in pratica il principio della Nonviolenza

 

Triplice restrizione

 

L'intenzione di fare del male, la mancanza di compassione e di consapevolezza generano ignoranza e violenza. I monaci osservano la Nonviolenza in maniera intransigente e difficile praticarla allo stesso modo dai laici. L'Ahimsa è seguita pienamente in mente, parola ed azione applicandone il controllo nei seguenti nove modi:

 

Mentalmente non procurare danni a se stessi.
Mentalmente non procurare danno altri.
Mentalmente non approvare danno fatto da altri.
Per via orale non fare danni a se stessi.
Per via orale non fare danno agli altri.
Per via orale non approvare danno fatto da altri.
Fisicamente non fare danno a se stessi.
Fisicamente non fare danno agli altri.
Fisicamente non approvare danno fatto da altri.

 

 

 

 

 

 

 

Comportamenti che i monaci Jain adottano per minimizzarne l'uccisione delle minuscole forme di vita e per praticare il non attaccamento:

 

 

 


 Muhapatti

 

•Indossano un panno di cotone bianco davanti alla bocca chiamato Muhapatti, per evitare involontariamente l'ingerimento di microorganismi che vivono nell'aria

 

 

• Per tutta la vita bevono solo acqua pura, si astengono dal mangiare alcune verdure come quelle a radice, bulbi, tuberi o come i funghi e alcune parti di esse, nelle quali sono presenti infiniti microorganismi (con approfondimento sull’alimentazione)

 

• Con un controllo attento visivo evitano di ferire gli insetti che potrebbe essere presenti nei libri religiosi e sono cauti in tutti gli spostamenti nel depositare rifiuti, escrezioni ecc, in modo da non ferire la vita di ogni insetto.

 

 

 

 

 

Gli spostamenti

 

I monaci quando viaggiano da un luogo all'altro, predicano gli insegnamenti di Mahavira e sono una corretta guida spirituale per le persone. Essi non rimangono più di un paio di giorni in un posto tranne che durante la stagione delle piogge. Il motivo per cui non sostano da nessuna parte in modo permanente o per un lungo periodo di tempo ( in media un massimo di cinque giorni) è quello di evitare attaccamento per le cose materiali e le persone. Non escono di notte per evitare di uccidere animali non visibili in assenza di luce solare, non accettano o possiedono denaro. I monaci che seguono la tradizione non viaggiano fuori l'India per confinare la propria violenza inevitabile in aree geografiche limitate e non usano nessun mezzo di trasporto per muoversi come auto, pullman, treno, aereo ecc, il motivo è per essere indipendenti da qualsiasi mezzo, non avere nessun tipo di attaccamento, perché attraverso di essi si causa maggiore violenza agli esseri viventi che vengono inevitabilmente schiacciati. Camminano per tutta la vita a piedi nudi percorrendo diversi chilometri al giorno senza indossare nessun tipo di scarpa indipendentemente dal freddo, dalla pioggia, dal sole cocente e da qualsiasi tipo di percorso asfaltato o sterrato, al fine di evitare o ridurre il rischio di calpestare i piccoli esseri viventi sulla terra come formiche, vermi, ragni, poiché senza l'utilizzo di scarpe il livello di attenzione è maggiore ed è minore la pressione dei piedi sulla terra. Per lo stesso motivo portano con sè il Rajoharan ed è una scopa di fili sottili, per spostare molto delicatamente gli insetti visibili che potrebbero incontrare mentre camminano in una strada dalla quale non possono cambiare direzione o quando si siedono. Evitano di camminare sull'erba, i monaci non calpestano l'erba, non solo perché ritengono che c'è vita anche in un filo d'erba e va rispettato, ma per avere l'autocontrollo sul non danneggiare insetti poco visibili che vivono tra le erbe.


I monaci e Il monsone 

Chaturma Parva

 

In India sono presenti tutti i climi, ma in gran parte del paese il clima è tropicale, dominato dal monsone, ossia un vento ciclico che muta direzione ogni sei mesi provocando forti piogge anche molto pericolose per le città e gli abitanti, determinando una stagione secca e una piovosa molto umida. Le piogge monsoniche, che durano per mesi, sono all’inizio sporadiche e poi anche violente, spesso, soprattutto nelle zone più aride il monsone provoca inondazioni. Ma allo stesso tempo l'India è illuminata da una gamma di verdi senza fine o stregata dai cieli grigi che regalano al paesaggio un’aura mistica, il territorio del Kerala, il più colpito dalle piogge, rimane uno dei più affascinanti di tutta l’India, complice un clima tropicale che lo rende un paradiso del sud.

 

I Jain li chiamano Chaturma Parva che significa “quattro mesi di stagione delle piogge” e avviene ogni anno in India da Giugno a Ottobre. Durante la sua durata tutti i Jain praticano intensamente la spiritualità. E’ un periodo di grande fioritura religiosa tra monaci e laici. A causa delle piogge c'è un grande risveglio della natura, sul terreno e le vegetazioni nascono e si rifugiano migliaia di animali come gli insetti che proliferano a dismisura. I monaci durante questi quattro mesi per tutto il Chaturma Parva non vagano a piedi spostandosi da un luogo ad un altro, per evitare mentre camminano, di danneggiare anche le più piccole creature invisibili che sono nel terreno o sulla strada; si ritirano in villaggi o città ed evitano di mangiare anche le verdure a foglia verde, poiché con le abbondanti e continue piogge gli innumerevoli insetti si rifugiano tra le foglie. Nel Jainismo questa pratica è nota come Varshayog, ossia l'atto di ridurre al minimo la violenza verso gli esseri viventi. Durante questo periodo i monaci predicano, fanno discorsi religiosi ai laici e il pubblico locale sul Dharma (Pravachan Anushtan), vivono tra i laici in un unico luogo; osservando il voto del silenzio (Mauna), la meditazione, il digiuno e altre austerità.

 

Questo periodo coincide con uno dei più importanti festival Jain della durata di 8 giorni che si chiama Paryushan e si conclude con il giorno del perdono ( Kshamavani Diwas) in cui tutti i devoti si chiedono perdono l'un con l'altro (Micchami Dukkadam) e vi è il buon uso di invitare i monaci alle loro rispettive città durante il Chaturma per dare istruzione religiosa; ma  corrisponde anche con il giorno di luna piena nei quattro mesi della stagione delle piogge, dove Mahavira, ritirato, ebbe l'illuminazione, per questo è una ricorrenza molto importante nella vita comunitaria Jain; dal quel momento con speciale venerazione festeggiano il proprio guru (guida spirituale) per omaggiarlo dell'aiuto e la ricerca spirituale che offre ai laici. Molti seguaci affollano i templi e visitano i loro rispettivi maestri offrendo loro preghiere e ascoltando i discorsi dei monaci.

 

 

 

Elemosina per il pasto - Gochari

 

Quando un monaco si trova in qualche villaggio o città passa alle famiglie Jain e chiedere i viveri per il suo sostentamento o se invece è all’interno del tempio i suoi pasti vengono offerti dalle mense preposte presso appositi edifici chiamati Upashraya gestiti dai devoti delle comunità. Offrire da parte dei laici un buon cibo ai monaci e alle monache con una devozione sentita è molto meritoria e nobile. Questa è una azione compassionevole virtuosa. I monaci anche durante l'elemosina trasmettono ai devoti insegnamenti religiosi. E ' necessario conoscere le regole e i regolamenti adeguati per offrire cibo innocuo; quando i monaci entrano in casa bisogna accoglierli con grandissimo rispetto e con umili parole, i primi ad essere serviti sono i monaci anziani. Essi non si nutrono per gratificare il gusto, per l'esteriorità o puramente per il miglioramento delle condizioni di salute, ma solo per sostenere il corpo inteso come strumento di realizzazione del progresso spirituale in conoscenza, meditazione e autocontrollo. Fin quando il corpo sarà in vita per sopravvivere avrà bisogno di alimentarsi e questo determinerà in modi diversi la distruzione di altri esseri viventi per questo i monaci mangiano il minimo indispensabile, ossia due volte al giorno, accettano il cibo solo in elemosina e che non sia preparato apposta per loro. E' una pratica che prende il nome di Ghocari che significa “pascolo”, perché come le mucche al pascolo si muovono mangiando l'erba da una posto all'altro, lo stesso i monaci raccolgono il cibo spostandosi da una abitazione all'altra dei devoti che sono nei paraggi, pertanto prendendo da mangiare un po' da ciascuna, ogni famiglia utilizzerà gli avanzi di quel pasto così non saranno costretti a cucinare nuovamente e quindi a commettere ulteriore violenza: difatti nel processo di pulitura, lavaggio, taglio,cottura perdono la vita tanti piccoli esseri viventi. Il Ghocari prevede rigide regole per i monaci, tra cui usare una ciotola per mangiare, accettare solo cibo il più possibile Nonviolento, raccogliere solo una piccola porzione da ogni casa per limitare la quantità di alimenti e la preparazione, consumare solo il cibo che si mangia per evitare la nascita di piccoli animali che rinascerebbero e morirebbero nel cibo gettato nei rifiuti. I monaci entrano all'interno delle abitazioni e con un attento controllo visivo verificano che tutti gli alimenti siano strettamente vegetariani, semplici e adatti ad essi, se così non fosse andranno via senza mangiare, quindi praticheranno il digiuno piuttosto che accettare un alimento frutto di violenza.

 

I monaci non accetterebbero l’elemosina dalle famiglie per diversi motivi:

 

1) Se le famiglie non hanno filtrato e bollito l'acqua, poiché nell'acqua ci sono innumerevoli piccole vite.

 

2) Se offrono cibo subito dopo aver lavato le mani sotto l'acqua corrente.

 

3) Se con il corpo fisico hanno ucciso un essere vivente come una pianta, un fiore o i semi con il.

 

4) Se hanno gettando via anche una particella di cibo.

 

5) Se l'alimento viene preso dal frigorifero o riscaldato nel forno a microonde (in quell'istante), poichè l' uso di energia elettrica in qualsiasi forma è considerata causa di violenza nei confronti di piccolissimi esseri invisibili presenti nell’aria, per cui nel momento dell'offerta non devono essere accese tv, pc ecc e non cercano l'elemosina in un giorno di pioggia o dopo il tramonto.

 

I Jainisti devoti credendo che negli elementi naturali ci sono vite aventi corpo di aria, di fuoco, di acqua, di terra, tengono lontano i monaci dall'acqua e anche dal fuoco perchè quest'ultimo, come per l’elettricità, uccide piccoli esseri viventi invisibili che sono nell'aria. I monaci condividono il cibo donato con altri monaci. Gli asceti rispettano questi tipi di alimenti che sono conformi alle regole di condotta per osservare correttamente i cinque grandi voti, le cinque forme di attenzione e di autocontrollo, tutte devono essere seguite meticolosamente. I laici Jain chiedono umilmente ai monaci e alle monache di accettare i doni del cibo, dell’acqua, delle coperte, dei libri, dei medicinali (il più possibili naturali, omeopatici) per aiutarli a mantenere un buono stato di salute, attraverso il quale, possono percorrere agevolmente e nel miglior dei modi possibili il cammino della rinuncia. I laici dovrebbero sempre volere il benessere dei santi Jain, dovendo essi stessi cucinare il cibo per i monaci, si abituano a mangiare come loro e quindi a consumare alimenti Nonviolenti e molto selezionati, seppur, anche per le famiglie Jain è prevista una alimentazione procurata attraverso la non sofferenza degli esseri viventi, ma meno rigorosa rispetto a quella degli asceti.