Ahimsa -la non-violenza il valore morale più alto


In foto Acharya Shri Chandanaji


La saggezza Jaina, che ispira gli umani a vivere gli ideali della compassione e della Nonviolenza, viene catturata in una sola parola, Ahimsa. Popolarmente Ahimsa viene tradotto come Nonviolenza, non infortunio o non uccisione. L’Ahimsa nella tadizione Jain significa “Riverenza verso tutte le forma di vita e l’evitare qualsiasi dolore, danno o violenza a qualsiasi creatura vivente, sia attraverso la violenza nel pensiero, nelle parole e nelle azioni”. Mentre un laico dovrà cercare di evitare tutta la violenza inutile, un asceta Jainista osserverà L’Ahimsa nella sua totalità. La Nonviolenza richiede una mente, una bocca, una mano innocue. E’ gentilezza e non- lesione, sia fisica, mentale o emotiva.

 

La Nonviolenza è il valore morale più alto del Jainismo, il più alto dovere religioso ed è alla base di tutta la sua filosofia e insieme alla pratica del non-attaccamento è il mezzo con cui i Jain raggiungono la liberazione, per cui applicarla è una condizione necessaria . Tuttavia anche se l'enfasi è sulla liberazione personale dell'anima, l'etica Jain sostiene che la realizzazione ultima è raggiungibile attraverso anche l'empatia e l'amore spirituale disinteressato per tutti gli esseri viventi; la propria libertà è ottenuta dal distacco completo dalla materia e proteggendo tutte le vite. Seppur il primo articolo di fede del Jainismo è quello della Nonviolenza, tutti gli altri principi non sono altro che l'espressione del primo, ed è così che attraverso pratiche ascetiche in conformità alla Ahimsa, il Jainismo è direzionato ad un impegno completo atto a soddisfare al massimo questo principio, con il tentativo estremo di ridurre il più possibile la violenza nei confronti anche degli impercettibili esseri viventi .

 

La parola Ahimsa ha un significato spirituale molto più profondo nell'etica Jaina che le traduzioni in inglese possono giustamente definire.

Etimologia

 

1. A + HIMSA = In sanscrito "HIMSA" sta facendo del male o provoca lesioni e "A" posto prima della parola lo nega. Molto semplicemente, Ahimsa è comunemente tradotto come non lesivo o NON-VIOLENZA, o astenendosi dal causare danni o lesioni.
2. A + HIMS + SAN = Ahimsa deriva dalla radice del verbo sanscrito "SAN", che significa uccidere. La forma "HIMS" significa "desideroso di uccidere"; il prefisso "A" - è una negazione. Quindi AHIMSA significa letteralmente "privo di DESIDERIO di uccidere", che è forse il tema centrale su cui è costruita la morale Jain.
3. HAN = Altrettanto importante, è probabile che la parola himsa, costruita sulla radice sanscrita, "colpire, uccidere" fosse ciò che i linguisti chiamano un "ideale". Ciò significherebbe che l'
Ahimsa dovrebbe essere tradotta effettivamente come "la forza (POTENZA) scatenato quando il desiderio di danneggiare viene sradicato. "
La traduzione da sola non rivela l'essenza della parola sanscrita. Ahimsa è in realtà un principio completo e trasmette una moltitudine di significati.

 

Nel suo significato più autentico la parola Ahimsa significa ‘Assenza di desiderio di violenza e l’intenzione di non voler nuocere nessuna vita’. Il concetto Jainista di Non violenza è molto diverso dal concetto di quella Nonviolenza "passiva" in cui l'unico scopo è associato a quello di astenersi dal non danneggiare il prossimo. Per i Jain la Nonviolenza non è solo l’evitare di ferire gli altri procuradogli dolore e infelicità; è soprattutto agire attivamente, soccorrendo e proteggendo chiunque abbia bisogno di aiuto; diffondere il bene, abbattere i muri che ci separano l’uno con l’altro per costruire ponti di pace; estendere l'Ahimsa agli esseri umani, all'ambiente, agli animali, alle piante, ai microrganismi e a tutti gli esseri che hanno la vita allo stato potenziale. Ahimsa è principalmente uno stato mentale. Comprende non solo la rinuncia all'atto fisico dell'uccisione, ma anche la rinuncia alla volontà di uccidere o fare del male. Ahimsa non è quindi da considerare semplicemente, nel sua negazione di evitare di.., ma nel suo aspetto positivo in cui significa “amore in azione”. È positivo, amore cosmico. È lo sviluppo di un atteggiamento mentale in cui l'odio è sostituito dall'amore.

Ahimsa: una qualità del forte

 

Il mentre il termine sanscrito Ahimsa suggerisce uno stato mentale dinamico in cui viene rilasciato il potere. Latente nelle profondità della coscienza umana, questa forza interiore può essere coltivata osservando l'Ahimsa completa. Mentre la violenza controlla questa energia all'interno, ed è in ultima analisi dirompente nelle sue conseguenze, Ahimsa correttamente intesa, è invincibile. Ahimsa è l'acme del coraggio. Ahimsa non è possibile senza paura. La non violenza non può essere praticata dai deboli.

Ahimsa: non ferire a... te

Ma far del male agli altri significa ferire se stessi, un comportamento che limita la visione della vera conoscenza e ostacola la capacità dell'anima di raggiungere Moksha (la liberazione), soprattutto attraverso quei sentimenti negativi e gravi atti di violenza che attirano le particelle karmiche più pesanti, vincolando strettamente l'anima al Samsara (ciclo delle nascite e morti) e allontanandola così dalla percezione che fodamentalmente tutti gli esseri viventi sono uguali. Per cui la Nonviolenza è accumunata all'anima, all'attaccamento al mondo, all'azione che genera frutti in karma positivo e negativo, ai desideri, alla gioia e sofferenza che legano l'anima al ciclo delle rinascite. Per questo il cammino spirituale e il severo ascetismo dei monaci e laici sono un imprescindibile conseguenza della teoria Jainista del karma, frutto di quel grande ideale etico della Nonviolenza.

 

Quando pensi al concetto di Nonviolenza, cosa ti viene in mente? Pensi al vegetarismo o al veganismo? Pensi di non ferire altre persone? Pensi di salvare animali o/e la terra?
La filosofia della Nonviolenza Jaina è molto più personale di tutto ciò.
Inizia proprio nei nostri pensieri, nelle nostre azioni. Implica una cosa che inizia con: te.

È nostra ignoranza pensare che stiamo salvando la vita degli altri con la nostra pratica della Nonviolenza. E’ saggio sapere che la Nonviolenza salva te e te solo.

 

 

Teoria della Ahimsa e Karma

 

Il Dharma Jain si oppone alle ferite o alle uccisioni per diversi motivi. La credenza nel karma e la reincarnazione sono forze forti al lavoro nella mente del Jaina. I Jaina credono che il mondo sia pieno di sofferenza e che la causa sia la violenza- himsa (causando lesioni ai jiva - tutte le forme di vita). Nel contesto del progresso spirituale di una persona, la violenza imposta agli altri in qualsiasi forma dal nostro corpo, mente o linguaggio porta alla schiavitù del nuovo cattivo karma, che si aggiunge alla miseria e alla sofferenza delle anime- jive che indulgono ad essa nella vita presente e nella vita in futuro. Questa schiavitù karmica porta inoltre l’anima a nascere in diverse specie in accordo con la natura del suo crimine e della criminalità, impedendo così il progresso. Il Jaina è così profondamente convinto che la violenza che commette gli tornerà da un processo cosmico infallibile: ognuno ha il suo destino, in altre parole, la violenza verso gli altri è violenza verso se stessi perché si acquisisce cattivo karma le cui conseguenze son certe e inevitabili e non influenzabili da parte di nessuna persona o entità divina. Quindi la pratica dell’Ahimsa salva prima di tutto – TE.

 

 Il pericolo dell’orgoglio

 

Quando crediamo di essere i "salvatori", quelli che salvano gli animali ci sentiamo subito orgogliosi. Piantiamo i semi della proprietà dell'azione, che potrebbe dare origine ad altre passioni di orgoglio, inganno e rabbia nel difendere la nostra causa per esempio. Quando assumiamo un alto livello morale - per esempio verso le persone che non praticano l’Ahimsa perché non seguono una dieta vegetariana; pronunciamo il giudizio e "gettiamo le pietre". I nostri giudizi sugli altri in atto diventano l'antitesi più graffiante della pratica sacra di Ahimsa. Mettendo noi stessi e le nostre azioni al di fuori di "loro" e creando una gerarchia, ci manca il punto della pratica stessa, che è pensata per creare connessioni e dissolvere i confini. Possiamo mangiare una dieta a base di aria e luce solare e se stiamo osservando altre persone per aver fatto qualcosa di sbagliato perché lo stanno facendo in modo diverso, siamo andati fuori rotta.

 

Comprendendo i concetti di cui sopra nella loro giusta prospettiva, l'orgoglio di essere in grado di fare qualcosa per gli altri è sparito. L'inferiorità dovuta al desiderio di aiuto o sostegno da parte degli altri è finita. Il desiderio di associazione delle sostanze non- proprie e la conseguente irrequietezza viene eliminato e emerge uno stato d'animo naturale, silenzioso e indisturbato. Questo è lo stato dell'auto-realizzazione.
Il Jain Acharanga Sutra lo riassume magnificamente e semplicemente: "Fare del male agli altri è fare del male a se stessi. Sei tu colui che hai intenzione di uccidere. Sei colui che intendi dominare. Ci corrompiamo non appena abbiamo intenzione di corrompe gli altri, ci uccidiamo non appena abbiamo intenzione di uccidere gli altri ". Le attività dannose ispirate all'interesse personale portano al male e all'oscurità. Questo è ciò che viene chiamato schiavitù, delusione, morte e inferno. Ahimsa spunta dal risveglio interiore di una persona. Trasmette molte cose simultaneamente mentre la parola "Nonviolenza" indica solo l’astinenza dalla violenza fisica. Praticare Ahimsa significa essere fermi nella nostra pratica autentica di gentilezza attiva e accettare tutti come ci appaiono - non importa come scelgono di vivere le loro vite e indipendentemente da come scegliamo di vivere la nostra, perché ci sono otto miliardi di modi diversi di vivere. Se riusciamo a vivere con un cuore aperto e una genuina capacità di connetterci a un altro, allora abbiamo sciolto ogni bisogno di violenza.
Se iniziamo mantenendo la consapevolezza di essere innanzitutto responsabile per i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre azioni e che il nostro unico inseguimento deve essere vivere una vita di lesioni minime ad altre vite, potremmo scoprire che la vita che stiamo salvando è la nostra.

 

La violenza intenzionale e volontaria

 

Al fine di praticare una Nonviolenza impeccabile, quando si agisce è importantissimo, essere attenti e auto controllarsi, poichè una azione è considerata davvero violenta solo se accompagnata da disattenzione; se durante le nostre attività siamo negligenti siamo colpevoli a prescindere se un essere vivente è rimasto leso o no: per il Jainismo l'incuria è un atto di violenza. L'imprudenza può uccidere, mentre il mantenere una persistente vigilanza significa sforzarsi per rispettare e amare costantemente la vita. Mettiamo il caso che siamo sempre attenti, badando con cura ai pensieri, le parole e azioni, mettendoci tutto l'impegno per evitare di nuocere, ma involontariamente feriamo qualcuno, perchè non ci era possibile evitarlo (come l'uccisione di tanti minuscoli animali invisibili che calpestiamo mentre camminiamo), dal punto di vista karmico non siamo colpevoli, perché la nostra intenzione è pura, poiché è l'intenzione il fattore determinate, non l'atto esterno in sè. Anche se una persona non uccide fisicamente un essere vivente, diventa un assassino dal momento in cui desidera farlo. Viceversa calza a pennello l'esempio che spesso si utilizza del chirurgo che effettua un’operazione molto aggressiva e invasiva sul corpo di un uomo malato per tentare di salvargli la vita, ma che purtroppo muore; in quel caso il medico non avrebbe compiuto violenza, poichè la sua intenzione era buona.

 

In agricoltura quando scaviamo possiamo uccidere molti animali che vivono sotto il terreno o anche per la costruzione di ospedali e abitazioni, questa si chiama "violenza inevitabile" che non ci lascia scelta, allo stesso modo in casi estremi, quando siamo costretti a servirci della forza per salvare la vita di un indifeso o la propria. Con queste motivazioni non subiremo lo stesso peso karmico negativo di chi invece volontariamente uccide gli animali per nutrirsene, per cacciarli o per divertimento, perchè queste violenze sono evitabili e non necessarie. Per cui c'è una differenza abissale tra l'ingerire accidentalmente un insetto e sfruttare, uccidere coscientemente e sistematicamente esseri viventi, soprattutto dopo che li si è privati della libertà imprigionandoli all'interno di anguste gabbie, torturandoli e mortificando gravemente la loro natura: come la violenza inflitta agli animali nei circhi, negli allevamenti intensivi, mattaoi o per la vivisezione, tutte pratiche condannate dai Jainisti. I testi antichi di Jain spiegano che non solo l'intenzione di nuocere ma anche l'assenza di compassione è ciò che rende le azioni violente. Mahavira dice: "जो गीलाणं परियारिइ सो माम् परियारिइ - Una persona che serve il malato, mi serve" (Ävashyak Niryukti Sutra)

Possiamo commettere violenza inevitabile attraverso infinite circostanze: nell'ambito lavorativo, durante le pulizie domestiche e la preparazione dei cibi, negli spostamenti, quando guidiamo mezzi di trasporto ecc. E anche in tanti stati d’animo differenti; quando siamo disonesti, egoisti, orgogliosi, presuntuosi, materialisti; con la mente quando nutriamo pensieri malevoli verso qualcuno; con la parola quando aggrediamo e offendiamo credendo di detenere la verità assoluta, quando sopraffiamo le idee degli altri oppure con azioni fisiche violente. Infine quando direttamente siamo noi stessi a fare violenza, a istigare qualcuno a commetterla e approvarla negli altri. L'uccisione è assolutamente condannata dal Jainismo; il primo trattato sul comportamento dei monaci Svetàmbara afferma:

 

"Tutta la respirazione, esistente, vivente, esseri senzienti non devono essere uccisi, non trattati con la violenza, né abusati, né tormentati, né allontanati. Questa è la pura, immutabile, legge eterna che quelli intelligenti, che capiscono il mondo, hanno proclamato" Ācārānga-sutra, 1.4.1.1-2

 

 

La rivoluzione del cuore

 La vera crisi ecologica

 

Ci troviamo di fronte a una crisi ecologica senza precedenti: il degrado dell'ambiente e il cambiamento climatico stanno già causando grandi sofferenze. Il consumo incontrollato e gli sprechi, le caratteristiche della vita moderna, continuano a causare danni irreparabili al pianeta. Ma anche più della crisi ecologica della deforestazione, dell'essiccazione dei fiumi, dell'inquinamento, dell'urbanizzazione, ecc. Il problema più grave che ci sta a cuore è la folle quantità di violenza a cui stiamo assistendo. Viviamo in tempi di violenza senza precedenti! Stiamo uccidendo il pianeta. Stiamo uccidendo la vita.... di miliardi... ogni giorno. Stiamo assistendo a una crisi di violenza che non abbiamo mai visto. Mentre scrivo e voi leggete, decine di migliaia di bambini muoiono di mal nutrizione! Centinaia di milioni di animali vengono uccisi perché "hanno un buon sapore" come il mezzo chilo di carne o un bicchiere di latte! Milioni di vite sono state torturate, scuoiate, picchiate, tagliate e uccise, per cui potremmo avere le nostre pellicce di fantasia, la calda lana, la seta scintillante, i vestiti eleganti, morbidi e i cosmetici crudeli! Non sono solo i panda coccolosi e i potenti elefanti che sono in pericolo, stiamo causando la distruzione di migliaia di specie, di piante, di insetti, animali! Anche quando parliamo della crisi ecologica globale, sul "salvare la terra" è una finzione, mascherare la cruda verità non detta – come possiamo sfruttare meglio la terra? Il problema non è là fuori, il problema è qui! Non esiste una crisi ecologica globale - esiste in realtà una crisi interna egologica! Il problema non è l'ambiente. Il problema siamo noi. E' un problema dello Spirito. Abbiamo abbandonato le nostre anime. E' questo il problema!


Il dilemma della violenza

 

Jina Mahavira, 2600 anni fa ha lanciato una nuova luce sulla perenne ricerca dell'anima con la verità e la disciplina della Ahimsa, dicendo " non c'è niente di così piccolo e sottile come l'atomo, né un elemento così vasto come lo spazio. Allo stesso modo, non c'è qualità dell'anima più sottile della non-violenza e nessuna virtù di spirito più grande del rispetto per la vita." In sostanza, ha dichiarato che la vera natura della nostra anima è la Non violenza; l'intenzione, il supporto dell’anima, l’istinto evolutivo della nostra natura! Eppure siamo circondati ogni giorno, ovunque, in ogni modo dalla violenza! Viviamo in un mondo dove ogni giorno, non importa quanto siamo attenti, siamo impegnati in qualche sorta di violenza. E ' inevitabile. Praticamente, è impossibile sopravvivere senza uccidere o ferire alcuni dei più piccoli esseri viventi. Alcune vite vengono uccise anche quando respiriamo, beviamo acqua, o mangiamo cibo. Questo è il dilemma! Abbiamo una natura essenziale Nonviolenta, ma siamo costretti ogni giorno ad essere implicati in comportamenti ostili alle nostre anime. Prevedendo questa situazione, il Jina ha consigliato che bisogna conoscere la realtà della vita (dove, cosa, come), si deve poi cercare di sviluppare un'etica dell'assistenza con la quale si fa il minimo del male. Si inizia con piccoli cambiamenti nati da scelte consapevoli e si ci sforza progressivamente di vivere come gli asceti Jaina; una vita di minima violenza, di beni minimi (con i quali si hanno un attaccamento minimo) e la pratica dell’autocontrollo.

Si riduce la violenza e si massimizza i pensieri, le parole e gli atti di compassione! Questo è il principio della direttiva del vivere una vita Jaina.

 

 

L’ora del bisogno

 

I problemi dell'ecologia, della violenza che vediamo oggi non saranno risolti finché non vedremo il problema alla radice. E alla radice di tutti noi ci siamo noi, tu e io!
Per minimizzare la violenza " esterna " dobbiamo ridurre al minimo la violenza " all'interno. Abbiamo bisogno di una rivoluzione non violenta del cuore - una rivoluzione che inizia con ognuno di noi! Una rivoluzione carica di rispetto e compassione per tutti gli esseri e ogni forma di vita. Finché ci consideriamo "esseri umani" e di conseguenza arroganti e separati da altri esseri viventi o forme di vita, non possiamo seguire i veri insegnamenti dei Jina che hanno dichiarato Parasparopagraho Jivanam: "le anime vivono in servizio ad altre anime", offre un'alternativa accattivante alla moderna formula darwiniana di ' sopravvivenza del più forte. ' La vita di un essere vivente è una vita di reciproca collaborazione e assistenza. L'industria, il lavoro, il servizio e il sacrificio di innumerevoli esseri viventi ci sono dietro il sostentamento e la crescita di un individuo. Così ogni individuo è in debito con la società universale di tutti gli esseri. Anche le virtù e le qualità meritevoli non possono mai essere coltivate e incoraggiate in isolamento

 

Alla base del codice di condotta Jain c’è la forte affermazione della responsabilità individuale verso uno e tutti. In effetti, l'intero universo è il foro della propria coscienza. Questa direttiva di vivere in cooperazione reciproca può essere praticata solo quando personalmente accetto che ogni essere vivente abbia il diritto di esistere. Quando riconosco che ogni essere vivente desidera la felicità ed evita il dolore. Quando riconosco che ogni mio pensiero, parola e azione possono essere usati per danneggiare o aiutare un'altra vita. Posso vivere con la consapevolezza di un importante principio dell'etica Jain "Un uomo dovrebbe vagare trattando tutte le creature come egli stesso vorrebbe essere trattato" Sutrakrta- Anga 1.11.33

 

Il Jainismo crede fermamente che la vita sia sacra, a prescindere dalla casta, dal colore, dal credo o dalla nazionalità e quindi non solo il pregiudizio fisico o mentale alla vita va evitato, ma tutta la possibile gentilezza va mostrata verso tutte le cose viventi. Questo dovrebbe essere il vero spirito della Ahimsa. Il Jainismo crede che più armi non siano in alcun modo una risposta efficace alle armi. Jina Mahavira ha dichiarato con forza in "Acharanga Sutra" che un'arma può essere più forte o superiore ad un'altra, ma il cammino della Ahimsa o di pace rimane insuperabile. Il fuoco non può essere messo fuori dal fuoco. E' nostro dovere smettere di aggiungere carburante al fuoco. Le Scritture Jaina dicono che un pezzo di tessuto macchiato di sangue non può essere lavato con il sangue, abbiamo bisogno di acqua per farlo. Per raggiungere la pace, la pace mondiale, dobbiamo fermare la corsa degli armamenti e dobbiamo avere una fede incrollabile in Samyag Darshana nell'efficace validità della Ahimsa. Per chi può rivendicare la vittoria finale ed assoluta nella gara per gli armamenti? .

 

Colui che può essere crudele con gli animali può essere crudele anche con gli esseri umani. Inoltre, la crudeltà non è solo un aspetto del comportamento esterno, ma è anche una tendenza del male interiore. Colui che è crudele a cuore si comporta crudelmente nei confronti degli animali oltre che degli esseri umani. Colui che è compassionevole nel cuore, si comporta in modo compassionevole verso tutti. Inoltre, la religione Jain crede nel ciclo di nascita e rinascita. L' anima è in un solo yoni (esistenza) oggi; potrebbe essere in un altro yoni domani. Può essere una mosca oggi e un umano domani. Questo essere così, l'uomo non ha il diritto di nuocere ad altre creazioni viventi. Uno dovrebbe comportarsi in modo comprensivo verso tutti, amici oltre che nemici. Infatti non ci dovrebbe essere il nemico. Tale è l'importanza della Ahimsa nella filosofia Jain. Nulla è più alto della montagna di meru; nulla è più vasto del cielo. Allo stesso modo, non c'è religione migliore della Ahimsa.

 

 

Non violenza e conoscenza

 

Comprensione della violenza e Nonviolenza
Come un uccello non può volare con due ali, così la Nonviolenza non può esistere senza conoscenza e azione. Se la crisi riguarda la violenza, allora il riconoscimento della violenza diventa imperativo. Solo quando si capisce chiaramente - che cosa è vivo (jev- anima) e come è fatto il male (himsa- violenza), si può procedere per praticare la non-violenza o la compassione. La conoscenza è un fluire eterno e non si finisce mai di imparare la vita presente nel mondo, essa deve precedere la compassione. La cosmologia jainista colloca la vita all'interno di luoghi che normalmente non sono associati con la vita; ogni goccia di pioggia, ogni filo d'erba e ogni fuoco acceso ha una vita infinita. La vita è tutta intorno a noi, sulla terra che camminiamo e nell'aria che respiriamo. Esiste dentro di noi, in tutte le cellule e nella vita virale e batterica dei nostri corpi. Ahimsa è "amore cosciente" - lo sforzo verso una convivenza armoniosa con tutti gli esseri. E ' il giuramento sincero di un cuore pieno di perdono per tutti gli esseri viventi, che ha cercato e ricevuto il perdono di tutti gli esseri. Ahimsa è l'ardente desiderio che brama l'amicizia di tutti gli esseri, in assenza di un minimo sentimento di alienazione o inimicizia per chiunque o altro. Ahimsa sovvenziona - la concessione della protezione della vita, chiamata nella visione jain come la più grande carità che si può fare.

 La conoscenza non può esistere senza l’umiltà

 

 Gli scienziati e i saggi del mondo erano grandi perchè umili, poiché nonostante avessero tanta conoscenza sapevano che essa era infinita: senza umiltà non ci diamo la possibilità di crescere e avanzare spiritualmente, di lasciarci andare a nuove scoperte, di esplorare altri mondi, di apprezzare i preziosi insegnamenti di coloro che sono avanti e migliori di noi e che possono aiutarci a “risvegliarci”, per cui la conoscenza deve precedere ma anche generare umiltà. Quando un albero è sovraccarico di frutti, i suoi rami si piegano verso il basso, allo stesso modo un uomo istruito si inchina sull'umiltà dell'acquisizione della conoscenza: egli diventa privo di vanità. La conoscenza appresa non deve essere utilizzata per schiacciare gli altri, ma per aiutare ad elevarli. Come possiamo essere dei non violenti ed esprimere al massimo la nostra compassione se non sappiamo ciò che è vita e ciò o non e dove trovarla nella sua più piccola forma di esistenza?; per esempio, come ci è possibile seguire una alimentazione correttamente innocua verso ogni creatura se non comprendiamo che tutti gli esseri viventi (umani, animali e piante) provano sentimenti di gioia e dolore e se non conosciamo la loro natura?; come possiamo fare la giusta scelta di ‘minimizzare’ la violenza sulle piante escludendo di mangiarne alcune piuttosto che altre se non sappiamo riconoscere quali sono le verdure con le radici, le quali sono la testa e il cuore pulsante di vita della pianta ? o se non conosciamo la classificazione degli esseri viventi in base ai 5 organi di senso ai quali sono associati differenti gradi di sofferenza?.

 

Se non prendiamo coscienza che con le nostre azioni quotidiane decidiamo la sorte di migliaia di esseri viventi di qualsiasi specie, come possiamo evitare di commettere violenza? Ma come possiamo fare del bene se il bene non lo conosciamo noi per primi e non sappiamo come esprimerlo e come applicarlo? Tutte queste informazioni sono necessarie, perché tale consapevolezza condizionerà i nostri pensieri, le nostre azioni e determinerà il nostro stile di vita . Per cui è molto importante da ricordare che il primo passo per il giusto comportamento deve iniziare con la giusta comprensione, rafforzata dalla giusta conoscenza. Correggere la conoscenza è fondamentale per avere un corretto comportamento, se espandiamo la consapevolezza e purifichiamo la qualità della mente, essa sarà stabile e constante all'interno di noi, di conseguenza la condotta sarà non violenta, l’una è una conseguenza dell’altra. Cosichè un vero non violento sarà inevitabilmente anche molto consapevole, allo stesso modo una persona profondamente consapevole sarà interiormente non violenta, sono due facce della stessa moneta che si completano, inscindibili e coerenti tra di loro, potremmo dire che l'una è il metro di misura dell'altra che ne testa il grado; a patto però di essere degli autentici non violenti e autentici consapevoli e non chi alla non violenza se ne interessa approssimativamente o di chi la conosce solo nella teoria e la comprende intellettualmente, ma non la vive in azione. La non violenza per essere conosciuta veramente va praticata con l'esperienza diretta e vissuta da tutte le prospettive che siamo in grado di vedere e accompagnata da una costante e sincera riflessione sulle proprie azioni quotidiane.

 

Solo una coscienza spirituale della non violenza permette di porre fine alla violenza esistente nella società assumendo forma in un modo di vivere non violento. Essa è basata sullo sviluppo consapevole dell'Unità e l'uguaglianza di tutte le anime; una volta che comprendiamo appieno che ogni essere vivente, così come anche gli animali, sono soggetti a dolore e piacere allo stesso modo come lo siamo noi esseri umani comprenderemo che non dovremmo mai infliggere alcun dolore su di loro, mai opprimerli e sfruttarli, e mai derubarli dei loro diritti. La meditazione è il mezzo adatto per prenderne coscienza perché ci permettere di eliminare la spazzatura dalla superficie del nostro oceano interiore; scendere in profondità e vedere se stessi e in noi stessi gli altri esseri viventi che sono indipendenti ma interconnessi l'uno con l'altro, che hanno una ragione di esistere essendo ognuna parte dell'esistenza che compone l'universo. Ci rendiamo conto che non esiste nessuna separazione e che credere che un essere vivente sia superiore in termini di anima ad un altra vita non è altro che il prodotto dell'ignoranza che illude e alimenta la mente umana limitata. La ricerca spirituale della non violenza è il frutto di quel sentire interiore della propria scintilla divina che possiamo percepire e osservare con mente paca e lucida. Indagare sull'anima è l'unico modo per conoscere la propria natura, potremmo leggere in essa ogni particolare che ci permette di giungere alla radice che genera violenza e capire il modo per rimuoverla. L'introspezione è l'autoanalisi sono requisiti essenziali per la ricerca e la fioritura spirituale, perchè la questione della violenza e della non violenza, pur essendo legata a fattori esterni, è in sostanza una questione interiore, per questo non ci può essere una buona pratica senza una buona conoscenza e la suprema conoscenza è la conoscenza del proprio Sè, quella che dissolve ogni illusione, è lo scopo più grande della vita.

L’azione senza la conoscenza oppure la conoscenza senza l’azione sono sterili. Soltanto quando la pratica della verità conosciuta e la conoscenza della verità praticata vengono combinate insieme, si possono ottenere risultati fecondi’. Justice T.K Tukol e K.K Dixit (Saman Suttam)

 

La non violenza è gentilezza, pazienza, tolleranza

 

Non si può non essere tolleranti sui tempi necessari che occorrono ad un essere vivente affinchè la sua coscienza si evolvi, nessuno può stabilire quando per una persona è il momento giusto per sentirsi pronta ad un cambiamento positivo, nè essa si può ottenere con l’imposizione. Se conosciamo profondamente le leggi che regolano il karma sappiamo bene che il malvagio era colui che oggi potremmo giudicare una buona persona. Tutti possono cambiare, i poveri di spirito saliranno verso il gradino più alto della consapevolezza e si apriranno all'empatia e all'amore, per cui visto che l'anima è soggetta ad un ciclo evolutivo che si espande attraverso innumerevoli nascite e morti è giusto avere tolleranza per le diverse idee e incapacità con la speranza in una trasformazione, senza però diventare complici di alcuna violenza altrui. E’ un compito necessario quello di mantenere la pazienza nell'accompagnare per mano colui che per fare un passo in avanti dal suo stato di coscienza ha bisogno di ‘comprendere e sviluppare la sensibilità’; lo stesso passo che facemmo nelle vite precedenti e probabilmente ci fu qualcuno anche per noi che in qualche modo ci stimolò è aiutò. Così non può esserci compassione senza quella nuda onestà che ci apre agli altri con il cuore libero e la mente serena. Esseri sinceri e coerenti nel cammino che stiamo facendo significa dar forza ai principi ai quali crediamo, donare agli altri uno specchio sul quale riflettersi e attingere fiducia e ispirazione. Camminare sempre a testa alta in piena libertà della coscienza, per l'onesto non-violento si spianerà qualsiasi direzione intrapresa, inutile sarà praticare riti e preghiere, andare ai pellegrinaggi, prendere voti e fare meditazione se non abbiamo un temperamento gentile, parole dolci e amorevoli di rispetto per gli altri.

 

Entrambi sono mezzi essenziali per sradicare in noi pregiudizi e l'orgoglio di sentirsi superiori a qualsiasi creatura. Un animo umile e paziente spalancherà tutte le porte. Come dice un proverbio indù:

 

" Non c'è nulla di nobile del sentirsi superiore ad un altro uomo. La vera nobiltà sta nell'essere superiore alla persona che eravamo fino a ieri".

 

 

 

Mahatma GandhiJi

 

Il sacrificio di se stesso come Nonviolenza Suprema

Insistenza sulla verità

 

Gandhi sul Jainismo

 

"Nessuna religione del mondo ha spiegato il principio della non-violenza così profondamente e in modo sistematico, con la sua applicabilità nella vita come nel Jainismo ....... Bhagwan Mahaveer è sicuro di essere rispettato come la massima autorità sulla non-violenza"

 

"Lo dico con convinzione che la dottrina per la quale il nome del Signor Mahavira è glorificato al giorno d'oggi è la dottrina della Ahimsa. Se qualcuno ha praticato nella misura più ampia e ha propagato la maggior parte della dottrina di Ahimsa, è stato Mahavira"

 

Parlando di non violenza non si può non citare il Mahatma Gandhi, un uomo che sentiamo molto vicino al nostro modo di sentire la compassione e che ha segnato profondamente la nostra  vita e quelle di tantissime persone nel mondo, uno dei più grandi maestri indiani, messaggeri e azionisti della non-violenza dei nostri tempi. Lo scienziato Albert Eistain disse:

"Le generazioni future faticheranno probabilmente a credere che un uomo simile si sia mai realmente aggirato in carne ed ossa su questa terra". Gandhi prese il buono da ogni religione, le considerava ognuna vera e imperfetta allo stesso tempo, poichè interpretata dalla mente limitata dell'uomo. Seppur aderente all'Induismo, di fatto, visse come un autentico jainista incarnando in maniera esemplare il principio della non violenza. In particolar modo parleremo dell'insegnamento della non violenza di Gandhi come 'sacrificio di se stesso', perchè credo esprima una tra le più alte compassioni che un essere umano possa compiere. Egli aveva coniato il termine satyagraha sinonimo di non violenza, per esprimere la forza di cui egli stesso e il movimento indiano usarono per la lotta all'indipendenza e libertà dell'India. Essa è composta da due parole satya che significa verità e ha in sè 'l'amore e la fermezza' e agraha che sta per 'forza' per cui è la forza che nasce dall'amore, dalla forza dello spirito o non violenza; seguire questa strada richiede molto coraggio ed occorre praticare una rigorosa autodisciplina nel corpo e nella mente, autocontrollo e purificazione portati ad un livello di perfezione altissimo che permettono di praticare un'eccepibile saldezza nei principi, forza d'animo, tenacia e assoluta compassione.

 

Riportiamo alcuni pensieri di Gandhi sul satyagraha  che ci toccano il cuore, come metodo adottato per la pace fra tutti gli esseri viventi.

 

La mia missione

 

La mia missione è di insegnare con l'esempio a costo di severi sacrifici, l'uso dell'arma incomparabile del satyagraha che è una diretta consguenza della non violenza e della verità. Sono ansioso, anzi impaziente, di dimostrare che non c'è nessun rimedio per i mali della vita se non quello della non violenza. Quando sono diventato incapace di far del male e quando niente di superbo occuperà, sia pure momentaneamente, il mondo dei miei pensieri, solo allora, la mia non violenza muoverà i cuori degli uomini. Non ho posto davanti a me e ai miei lettori un ideale impossibile. abbiamo perduto il paradiso solo per riconquistarlo. Ci vuole del tempo, ma non è che un granello nel ciclo completo del tempo. Il maestro divino della Bhagavad Gita (uno dei testi fondamentali dell'Induismo) lo sapeva quando disse che milioni di nostri giorni sono solo un giorno per il Brahaman (anima cosmica, essenza impersonale che permea il mondo, noi siamo il Braham, il Tutto, l'Uno).

 

Significato fondamentale

 

Il suo significato fondamentale è nella 'verità'; pertanto 'Verità'-Forza'. Nel mettere in pratica il satyagraha, scoprii che il raggiungimento della verità non ammetteva l'uso della violenza nei riguardi del nemico, ma che egli deve essere liberato dall'errore con la perseveranza e con l'amore; ciò che può essere verità per alcuni può essere non giusto per gli altri. E la pazienza significa propria sofferenza. Così la dottrina venne a significare l'affermazione della verità, non con la sofferenza del nemico ma con la propria.

 

Regole del satyagraha

 

Satyagraha vuol dire letteralmente 'insistenza sulla verità'; tale line di condotta dà a chi la sostiene un potere che non conosce limiti. Satyagraha vuol dire forza o potere. Per essere vero esso deve essere all'occorrenza anche contro la moglie o i propri figli, contro i governanti, contro i concittadini, anche contro tutto il mondo. Tale forza universale non fa distinzioni tra parenti o estranei, vecchi e giovani, uomo e donna, amico o nemico. La forza così impegata non può essere mai fisica. Non c'è posto per la violenza. L'unica forza di applicazione universale può essere pertanto solo quella della ahimsa o dell'amore. L'amore non brucia gli altri, brucia sè stesso. Così un satyagrahi soffrirà con gioia e affronterà anche la morte.

 

Forza attiva

 

La non violenza nella mia concezione significa combattere contro la malvagità in modo più attivo e reale che con la rappresaglia, la cui vera natura è di aumentare la malvagità. Miro a un'opposizione mentale e, quindi, morale all'immoralità. Cerco di spuntare interamente il filo della spada del tiranno, non opponendogli un'arma di taglio ancora più affilato, ma deludendo la sua aspettativa che io gli opponga resistenza fisica. La resistenza dell'anima che offrirei al posto di quella fisica lo sconcerterebbe. Al principio lo abbaglierebbe e alla fine lo costringerebbe al riconoscimento, a causa del quale non sarebbe umiliato, ma sollevato. Si potrebbe nuovamente addurre che questa è una condizione ideale. E tale è. Le affermazioni da cui ho tratto le mie argomentazioni sono vere quanto le definizioni di Euclide, che non perdono validità per il fatto che in pratica si sia incapaci di tracciare anche soltanto la linea di Euclide sulla lavagna. Ma nemmeno un geometra potrebbe procedere senza possedere nella mente le definizioni di Euclide. nè possiamo noi... fare a meno dei fondamentali principi su cui si basa la dottrina del satyagraha.

 

I limiti del satyagraha

 

Il satyagraha presuppone disciplina, controllo di se stesso, purificazione ed una condizione sociale riconosciuta in chi lo offre. Un satyagrahi non deve mai dimenticare la distinzione tra il male e colui che lo fa; contro quest'ultimo non deve avere astio. Non può nemmeno usare un linguaggio offensivo contro chi fa del male, per quanto il male possa essere. Perchè dovrebbe essere un articolo di fede per ogni satyagrahai che non c'è nessuno al mondo caduto così in basso da non poter essere convertito all'amore. Un satyagrahai cercherà sempre di vincere il male con il bene, l'ira con l'amore, il falso con la verità, la himsa (violenza) con l'ahimsa (non violenza). Non c'è altro modo per purificare il mondo dal male. Per questo, una persona che afferma di essere un satyagrahi cerca sempre, con un attento esame di sè, di capire se è completamente libera dall'ira, dalla cattiveria e da altri mali umani; se non è essa stessa capace di quei mali contro i quali si prepara a condurre una crociata. Nella purificazione e penitenza sta metà della vittoria per un satyagrahi. Egli ha fede nel fatto che silenziosa e non tangibile azione della verità e dell'amore produce risultati di gran lunga più durevoli ed immutabili delle parole o di altre vistose manifestazioni.

 

La sofferenza vera forma del satyagraha

 

Ma i grandi maestri, che hanno messo in pratica ciò che avevano predicato, hanno dimostrato che la vera difesa sta nella non violenza. Quello che intendo può sembrare un paradosso. La violenza si nutre sempre di violenza. Dietro l'aggressore c'è sempre uno scopo; vuole che si faccia qualche cosa, vuole che l'avversario si pieghi. Ora, se colui che si difende - nel nostro caso il satyagrahi ruba il cuore di chi gli sta di fronte ed è fermo nel suo proposito di non cedere nemmeno di un centimetro, ed allo stesso tempo di resistere alla tentazione di rispondere alla violenza, l'altro si accorgerà che non può imporre la sua volontà. Questo esige sofferenza, che è la forma più pura del satyagraha e non conosce cedimenti.

 

Chi è il vero guerriero?

 

Cosa pensate dove è necessario avere coraggio - standosene dietro un cannone, facendo saltare in aria gli uomini, oppure avvicinarsi a quel cannone, con il sorriso sul volto, pronti ad essere ridotti a brandelli? Chi è il vero guerriero- colui che è conscio della morte, oppure colui che controlla la morte degli altri? Credetemi, un uomo a cui manchi virilità e coraggio non potrà mai essere in grado di servirsi della resistenza passiva. Nondimeno, sono convnto nel credre che un uomo, debole nel fisico, sia capace di opporre tale genere di resistenza. Questo è possibile ad un uomo come a milioni; sia uomini che donne possono permettersi l'uso di tale forza. Essa non richiede addestramento nelle armi, nè la pratica del ju-jutsa. La sola cosa necessaria è il controllo della propria volontà e, quando si riesce ad ottenerlo, l'uomo è libero come il re della foresta ed un suo sguardo incenerisce il nemico.

 

nota: lo stesso concetto è alla base dello zen, esso dice: "per essere perfettamente libero, l'uomo deve trascendere se stesso, non escluso il timore per la vita e la morte" Bibliografia Sohaku ogata

 

Umiltà di un satyagrahai

 

L'umiltà di un satyagrahai non conosce limiti. Non si lascia sfuggire la minima occasione per giungere all'accordo, e non fa caso se, per questo, qualcuno lo considera un timido. L'uomo che ha la fede e la forza che nascono dalla stessa fede, non dà importanza al fatto di essere tenuto in poco conto dagli altri. Egli fida solo sulla sua forza interiore. E' cortese con tutti, coltiva e sollecita l'opinione altrui in favore della propria causa. Un satyagraha, mentre è sempre pronto alla lotta, deve essere allo stesso modo pronto per la pace. Deve accettare qualsiasi onorevole opportunità per la pace...La condizione essenziale di un compromesso è che non ci dovrebbe essere niente da umiliare l'altra parte riducendola a una vile resa. Egli può non allontanarsi dalla giustizia e può non imporre condizioni insostenibili. Può non chiedere molto, oppure non troppo poco. Un satyagrahi ha infinita pazienza, grande fede negli altri e una grande speranza.

 

La persona veramente umile non sa di esserlo.

 

L'umiltà non si presta ad essere praticata ad arte. Essa, è tuttavia, una manifestazione inevitabile dell'ahimsa. Per uno che possiede l'ahimsa, l'umiltà diventa parte della sua stessa natura. La verità può essere coltivata, così anche l'amore. Ma coltivare l'umiltà significa alimentare l'ipocrisia. Non bisogna confondere l'umiltà con il galateo. Uno può inchinarsi davanti ad un altro, avendo il cuore pieno di odio e di disprezzo; questo non è umiltà, ma finzione. Uno può ripetere il nome di Rama o recitare rosari tutto il giorno, ma se in cuor suo è un egoista, non è veramente umile, è un ipocrita. La persona umile non è consapevole della propria umiltà. Si può cercare di misurare la Verità e l'amore, ma non l'umiltà. L'umiltà non sopporta misurazioni. L'umiltà spontanea non artificiosa, non può mai rimanere narcisista. E tuttavia colui che la possiede non è consapevole della sua esistenza. Essa fa sì che colui che la possiede capisce di essere un nulla. Finchè si pensa si essere qualcuno, non si è veramente umili. Chi osserva i comandamenti ed è orgoglioso di osservarli, perde molto, se non tutto, del loro valore. Il superbo è una calamità. La società non lo apprezza ed egli stesso non riuscirà a raccogliere alcun beneficio. Basta un istante per capire che tutte le creature sono un nulla: che cosa sono cent'anni di fronte all'eternità? Ma se noi spezziamo le catene dell'egoismo e ci confondiamo con l'oceano dell'umanità, diventiamo partecipi della sua durata. Una goccia dell'oceano partecipa della sua grandezza, per quanto ne sia inconsapevole; ma appena incomincia una vita indipendente, si prosciuga immediatamente. Non si esagera quando si dice che la vita sulla terra è una semplice bolla di sapone.

 

Disciplina e coraggio

 

La non violenza disprezza la potenza del tiranno e lo mette in ridicolo con una azione non violenta.

 

...il tiranno vede ricadere su se stesso la propria forza, come quando un braccio agitato violentemente nell'aria finisce con lo slogarsi. E proprio perchè abbiamo bisogno del freddo al quale abbiamo accennato, dobbiamo essere perfettamente abituati e disciplinati all'obbedienza volontaria per essere capaci dell'obbedienza civile. Essa è l'espressione attiva della non violenza; distingue la non violenza del forte da quella passiva e negativa del debole. Le leggi approvate volontariamente da noi e quelle che non comportano alcuna sanzione, salvo la disapprovazione della nostra coscienza, devono essere come debiti d'amore, considerati di gran lunga più impegnativi delle leggi a noi imposte o di quelle leggi la cui osservanza viene scontata con una pena. Ne consegue che, se non abbiamo imparato la disciplina di obbedire alle nostre leggi, in altre parole, di tener fede ai nostri impegni, non siamo adatti a quel tipo di disobbedienza detta civile. La mia non violenza non ammette di scappar dal pericolo e lasciare i propri cari senza protezione.Tra la violenza e la fuga vigliacchia, non posso che preferire la violenza. Non posso predicare la non violenza a un codardo più di quanto non posso far tentare di far gustare a un cieco dei suggestivi scenari. La non violenza è il massimo del coraggio. E nella mia esperienza prsonale non ho avuto nessuna difficoltà a dimostrare a uomini addestrati alla scuola della non violenza la superiorità della non violenza. Da codardo, come sono stato per anni, ho albergato la violenza. Ho incominciato ad apprezzare la non violenza solo quando ho cominciato a liberarmi dalla viltà. La non violenza è un paravento per la codardia, ma è la suprema virtù del coraggioso. L'esercizio della non violenza richiede un coraggio di gran lunga superiore a quello dello spadaccino. La viltà è del tutto incompatibile con la non violenza. Il passaggio dalla abilità con la spada alla non violenza è possibile, e, a volte, addirittura facile. La non violenza, perciò, presuppone l'abilità di colpire. E' una forma di deliberato, consapevole dominio del proprio desiderio di vendetta. Ma la vendetta è sempre superiore alla sottomissione passiva, pavida e inerme. Il perdono è ancora più alto. Anche la vendetta è debolezza. Il desiderio di vendetta nasce dalla paura del pericolo, immaginario o reale. Un cane abbaia e morde quando ha paura. Un uomo che non teme nessuno sulla terra considerebbe troppo fastidioso anche esprimere collera, contro chi cercasse vanamente di ferirlo. Il sole non si vendica contro i bimbetti che gli lanciano la polvere, nell'atto, essi non danneggiano che se stessi. In questo paese di auto repressione timidezza, quasi al limite della codardia, non riusciamo ad avere troppo coraggio, troppa abnegazione...io...voglio...il coraggio superiore dei miti, dei gentili e dei non violenti, il coraggio di venire al dunque senza ferire o senza nutrire alcun pensiero di offesa per nessun'anima. Non c'è coraggio maggiore di un risoluto rifiuto a piegare le ginocchia a un potere terreno, non importa quanto grande, senza asprezza di spirito, e questo può darlo soltanto la pienezza della fede che solo lo spirito vive. Non violenza, nella sua condizione dinamica, significa sopportazione consapevole. Non significa docile resa alla volontà del malfattore, ma opposizione di tutta la propria anima alla volontà del tiranno. Operando sotto questa legge del nostro essere, il singolo individuo può sfidare anche tutto il potere di un impero ingiusto, per salvare il proprio onore, la propria religione, la propria anima e gettare le fondamenta per la caduta di quell'impero o la sua rigenerazione. Un piccolo stuolo di spiriti determinati, accesi da una fede insopprimibile nella propria missione, può alterare il corso della storia.

 

L'assenza di paura

 

L'assenza di paura è il primo requisito della spiritualità. I codardi non possono mai essere morali. L'assenza di paura connota la libertà da ogni paura esterna: paure di malattie, di espropiazione, di perdere le persone più vicine e più care, di perdere la reputazione o di arrecare offesa o così via. La perfetta assenza di paura può essere conseguita solo da colui che abbia realizzato il Supremo, dato che implica l'elevatezza della libertà dalle illusioni. Ma si può sempre progredire verso tale meta in grazia di uno sforzo determinato e constante e di una crescente fiducia in se stessi. Quanto ai nemici interni, dobbiamo sempre procedere nella loro paura. Abbiamo giustamente della passione animale, della collera e simili. Le paure esterne cessano da sole una volta che si siano sconfitti questi traditori nel campo interno. Tutte le paure hanno al proprio centro il corpo, attorno a cui ruotano; non appena ci si libera dall'attaccamento al corpo, di conseguenza, spariscono. Scopriamo, allora che tutta la paura non e altro che una costruzione senza fondamento del nostro stesso modo di vedere le cose. Non c'è posto per la paura nei nostri cuori, una volta deposto l'attaccamento alla ricchezza, alla famiglia e al corpo. Gioisci delle cose della terra rinunciando ad esse è un nobile comandamento. La ricchezza, la famiglia e il corpo rimarranno ugualmente; quello che dobbiamo cambiare è solo il nostro atteggiamento verso di essi, che non sono nostri.. A questo mondo non c'è assolutamente nulla che sia nostro. L'Upanishad, perciò, ci indirizza a rinunciare all'attaccamento alle cose mentre ne godiamo. Che è come dire che dobbiamo interessarci ad esse non come proprietari, ma soltanto come amministratori. Colui in nome del quale le teniamo ci darà la forza e le armi necessarie a difenderle contro chiunque si presenti. Quando cesseremo, dunque, di atteggiarci a pradoni e ci ridurremmo al rango di servi più umili della stessa polvere che schiacciamo sotto i notri piedi, ogni paura si dissiperà come nebbia; conquisteremo una pace ineffabile e vedremo Satyanarayan (il Dio della verità) faccia a faccia.

 

Rendere bene per il male

 

La bontà diventa dinamica solo quando è praticata nei confronti del male. Rendere bene per bene è cosa che non comporta alun merito. Rendere bene per male crea una forza di redenzione. Il male scompare davanti a questa forza ed essa continua a crescere in massa e velocità, come una palla di neve che diventa valanga irresistibile. La violenza va affrontata con la bontà e la bontà entra in gioco soltanto quando trova di fronte a sè la cattiveria. Essere buoni con i buoni è uno scambio alla pari. Si riconosce la bontà di un uomo soltanto quando affronta la cattiveria di un altro. Se non stiamo lì a ribattere colpo su colpo, se non ci opponiamo alle cattive azioni del malvagio, i suoi stessi misfatti lo porteranno alla rovina. Cadrà e finirà poi per correggersi.

 

Gandhi ha dedicato la sua vita a favore dei diritti dei più deboli, degli emarginati e dell'uguaglianza delle donne provando un insaziabile amore per l'umanità e in particolar modo per i poveri con i quali si identificava sentendoli come intimi amici. La compassione per i fratelli animali e la natura lo portò a sperimentare diversi tipi di alimentazione, fu vegetariano, per 5 anni fruttariano ed infine vegano cibandosi di sola frutta, noci e verdure. Affermava: "Ogni qualvolta vedo un uomo che sbaglia, mi dico che ho sbagliato anche io; quando vedo un uomo lussurioso, mi dico che anch'io lo sono stato un tempo; e in questo modo mi sono imparentato con ogni essere terreno e mi rendo conto che non posso essere felice senza che siano felici anche i più umili di noi". Era un uomo ottimista e anche pieno di umorismo, diceva che se non avesse avuto il senso dell'umorismo si sarebbe suicidato da un bel pezzo.

 

Per Gandhi il sacrificio assumeva merito soltanto se era volontario e se chi lo praticava avesse purezza del cuore, poichè solo le cose pure possono essere offerte in sacrificio; il sacrificio di se stesso per rendere gli altri felici fino ad abbracciare, senza nessuna riserva, la massima espressione della compassione più elevata: sacrificare la propria vita affinchè altri possano vivere. Il significato del suo essere al mondo era il servizio per tutto ciò che viveva e quella totalità della vita per lui era Dio. Egli considerava che la vera rivoluzione non era uccidere i violenti ma la violenza, non solo nelle leggi e istituzioni , ma nelle radici più profonde nell'anima, attraverso una destabilizzazione e capovolgimento di coscienza che genera la conversione all'amore del prossimo; affermava che ci sono dei principi eterni che non ammettono compromessi e che si debba essere pronti ad attuare anche a costo della vita, che il bruto si domina di fronte alla risplendente purezza. Un uomo incredibilmente umile che possedeva un raro e impareggiabile coraggio, non conosceva paura resistendo fermo come una montagna ad ogni ostacolo pur di raggiungere quell'ideale di forza dello spirito o forza dell'Amore che sentiva fortemente come 'verità universale'. La sua uccisione sarebbe stata per lui solo un annientamento del corpo per il quale non provava nessun attaccamento e non l'uccisione del vero Gandhi, della sua anima. Riteneva che se con la non violenza si finisce di perdere la propria vita, si sarà vinto comunque, perchè si può annichilire carne e ossa ma non si può distruggere il messaggio di amore e verità immortale donati all'umanità di quell'anima che ha sacrificato se stessa per il bene. La morte è parte naturale della vita e un umano può morire per incidente o malattia, ma un non violento aspira ad una diversa conclusione della sua esperienza terrena, il satyagrahi impara a vivere ma anche a morire con compassione, gioia, onore, onestà negli occhi senza odio nel cuore. Gandhi dimostrò la coerenza nel suo nobile credo della Verità-Ahimsa fine alla fine dei suoi ultimi giorni, quando fu sparato da un fanatico indù proprio in quell'istante, prima di morire e accasciarsi, a mani giunte sul petto, guardò negli occhi l'aggressore e gli disse 'io ti perdono'. Dopo di lui il suo agire morale, di così alto spessore, non è stato mai eguagliato da nessun altro, la sua non violenza fu ispiratrice di movimenti pacifisti e di liberazione in tutto il mondo e i suoi insegnamenti rimaranno impressi nei libri di storia.