LA morte del saggio - Sallekana

 

Il digiuno è pratica usuale di tutti i cammini spirituali indiani, usato soprattutto come mezzo di purificazione (pensiamo ai prolungati digiuni del Mahatma Gandhi..). Nel Jainismo oltre ai comuni digiuni praticati abitualmente, ne esiste uno protratto fino alla morte che si chiama Sallekana o Santhara ed è la “morte del saggio”, è consentito sia ai monaci che ai laici. Santhara è un metodo per bruciare il karma quando si ha imparato l'auto-controllo, non si ha desideri futili, l'inclinazione verso i piaceri sono zero, la persona mentalmente e spiritualmente è in sana salute. Santhara non è permesso in condizioni di buona salute, di malattia mentale o di incoscienza, di indisponibilità, di responsabilità familiare, di voglia di mangiare o di vivere, quando ci sono desideri mondani. Gli adulti sani, giovani o i bambini sono inadatti (non ammessi) a fare Santhara perché hanno la responsabilità della famiglia, la vita da vivere e la religione da praticare per progredire spiritualmente. E’ consentito solo in caso di morte imminente.

 

Oggi giorno è raro trovare tanti Jain che sentono di attuarlo, generalmente sono praticati solo dai monaci che hanno raggiunto un altissimo livello di consapevolezza, accade spesso tra i monaci Digambara. Questa non è da intendersi come suicidio in cui si è spinti da uno stato d'animo disperato, depresso, sfiduciato, arrabbiato o da un impulso passionale, nè si compie per ottenere la liberazione dell'anima. I monaci vivono solo per avanzare spiritualmente in termini di purezza d'animo per mezzo di una vita vissuta saldamente nella Nonviolenza; il Jainismo crede che fin tanto avremo un corpo materiale compieremo violenza, ad esempio per sopravvivere dobbiamo nutrirlo e questo comporta inevitabilmente l'uccisione di altre vite, pertanto se un monaco ha una malattia terminale e a causa della invalidità e sofferenza che gli procura, non ha più la possibilità di progredire, poichè impossibilitato a proseguire il cammino di fede e tutte le pratiche giornaliere come studiare, insegnare, fare penitenze, meditare ecc e allo stesso tempo la sua presenza è causa di violenza verso gli esseri viventi anche i più minuscoli sulla terra, al quel punto può decidere di compiere il Sallekana per accellerare e raggiungere volontariamente l’abbandono dal corpo fisico. Significa per lui andare via con serenità e saggezza, con l'ultimo atto estremo di non possessività alla materia, di compassione verso le creature viventi ed equivale a non mangiare, né bere fino alla morte. Occorre avere un alto grado di consapevolezza nel sentirsi “anima” e quindi un estremo non attaccamento al corpo. La sua Nonviolenza è così grande da essere disposto a morire prima, piuttosto che procurare sofferenza alla più umile delle creature, poichè anche nel processo digestivo o di respirazione si uccidono microorganismi. In sintesi togliere dal mondo terreno il proprio corpo che non permette più alla sua anima di crescere, nè di dare, ma solo di danneggiare altri esseri viventi è un atto di estrema compassione, purificazione dagli attaccamenti ed è il coronamento di tutto il suo cammino della Nonviolenza di quella vita terrena. Nessuno può praticare il Sallekana senza il consenso del maestro monaco Acharya che deve accertarsi con accuratezza e certezza assoluta che la decisione di voler compiere il digiuno, da parte del monaco morente, derivi unicamente da una reale motivazione pura spirituale.

 

L'idea di base nei diversi tipi di digiuno Jaina è quella di acquisire un karma negativo più basso possibile e purificare se stessi con il processo di digiuno durante gli ultimi giorni di vita residua. Questo è praticato quando uno ha finito di vivere e desidera andare avanti ad un'altra esistenza – reincarnazione. La filosofia guida è :" la nostra anima è immortale. La nostra anima va da un corpo ad un altro corpo (ciclo di nascita e rinascita) proprio come cambiamo i vestiti vecchi. Per il miglioramento della nostra anima dobbiamo essere liberi dai desideri e dai karma. Praticando il Jainismo nella vita quelle persone che raggiungono uno stato d'animo così pacifico, perpetua la felicità e diventano libere dal desiderio di mangiare, vivere, cenare ecc. È un metodo Jain di separare l'anima dal corpo vecchio e malato durante gli ultimi giorni dell’esistenza per entrare in nuova forma di vita.

 

Santhara è un atto volontario ed è vincolato da regolamenti molto severi. Solo una persona che non ha desideri ambizioni incompiute e nessuna responsabilità che rimane nella vita ha diritto ad eseguire e l'azione è fatta a norma del regolamento comunitario. La decisione di farlo deve essere pubblicamente dichiarata bene in anticipo e il permesso da parte di famiglia e altri parenti è un dovere.

 

 

 

Sommario:

 

 

 

Le condizioni che permettono Santhara sono:
1)
Malattia di vecchiaia tale che la morte appare imminente. O in casi di malattia terminale negli adulti.
2)
L'incapacità di uno di svolgere la normale funzione corporea.
3)
La condizione è talmente brutta che i piaceri della vita sono nulli.
4)
Nessuna responsabilità nei confronti della famiglia/parenti che rimangono nella vita.
5)
La persona deve essere pienamente cosciente e in buona salute mentale ed emotiva.
6)
Forte voglia di bruciare il karma con il digiuno.
7)
Forte convinzione sul Guru e il Dharma.
8)
Permesso da parte di familiari e parenti.
9)
Forte desiderio di Liberazione/Nirvana.

 

Tutte queste condizioni devono essere soddisfatte prima di fare il voto di Santhara.
I Jainisti sostengono che Santhara o Sallekhana sia la forma di morte più ideale, pacifica e soddisfacente. Si fa in piena coscienza, non all'improvviso, nè tristemente. Durante il processo di digiuno si ottiene una migliore comprensione della natura intrinsecamente dolorosa e imperfetta dell'esistenza terrena. Minimizza anche i danni all'anima causati da cattivi desideri e karma durante la fine della vita. L’ascetismo che praticano gli asceti è venerato e sono ammirati e apprezzati. Chi fa Santhara si sente illuminato e libero dal dolore frivolo. La loro anima è illuminata e raggiunge la felicità perpetuata durante la vita che è difficile da spiegare a parole.

 

 

 

Sallekhana è trattato come un complemento ai dodici voti presi da Jainisti. Ad ogni modo, alcuni Jain come Kundakunda, Devasena, Padmanandinand vasunandin lo hanno incluso sotto “l'ultimo voto” chiamato Sikṣa-Vrata. Nel momento del digiuno i devoti che lo circondano cantano canti devozionali in coro ad alta voce. Dopo la morte del monaco il corpo viene posto in una posizione seduta in un palanchino di legno chiamato chakdo. Viene poi portato in giro in processione e cremato su una pira di sandalo.