Il cammino ultimo alla liberazione

Il percorso ottimale per giungere alla propria divinità è quello del monaco o monaca che si ritira dall’alta società per dedicarsi completamente solo alla vita spirituale, portando in alto l'anima questo sarà l'unico obiettivo della sua esistenza. I monaci e monache hanno solo buone intenzioni, conducono una vita pia e per mezzo dell'ascesi bruciano i karma maturati attraverso l'azione legata alla vita. Stare lontani il più possibile dal materialismo, dalle tensioni e conflitti della vita mondana, aiuta il progresso spirituale; essi rinunciano a qualsiasi attaccamento come per la famiglia, le proprietà, il lavoro ecc; non prendono più parte alle attività connesse con la società, eccetto quelle del dovere religioso sociale e di aiutare e guidare i laici e tutta la comunità per la propria elevazione spirituale. L'attenzione del monaco è volta a rendere la sua anima savia, illuminata e pura, il suo stile di vita è l'unico capace di far raggiungere il massimo autocontrollo per il massimo tentativo di minimizzare la violenza; rigorose norme comportamentali sono praticate ogni giorno e realizzabili solo con una vita santa, la quale, liberandoli da tutti i karma, la conduce al fine ultimo della liberazione dell'anima.

 

Secondo i Jain Svetambara la liberazione è possibile sia per l'uomo che per la donna, essi affermano:

 

"Le nostre scritture dicono chiaramente che la conoscenza spirituale e la realizzazione di sé non è prerogativa dei soli maschi, anche le donne possono raggiungere il più alto status spirituale. Il vero Sé - Atma (anima) è al di là del genere: chi si libera è l’anima non il corpo. L'anima non è maschio o femmina. L'anima - come una parte della coscienza super-divina è immortale, ma è costretta alle nascite e rinascite a causa dei desideri insoddisfatti. Una volta che si libera dai desideri (vaasnaas) si fonde con la vasta eterna coscienza e vive in beatitudine eterna insieme alle altre anime liberate - ed è lo stato di Moksha – Liberazione”.

 

Nel Jainismo è naturale che non ci siano limiti di età per diventare un monaco o una monaca, perchè il percorso spirituale è soggetto all'anima che è il vero Sé, non al corpo; egli crede nella conoscenza ed evoluzione della coscienza, per questo l'età corporale non ha alcuna importanza ed è possibile prendere i voti per diventare monaci anche dall'età della adolescenza o anche meno e fino all'anzianità, eccetto in alcuni ordini monastici la cui età minima è di 18° anni. Tantissimi Acharya che ora sono grandi maestri autorevoli e carismatici sono monaci da quando erano piccoli (10, 12 anni). Naturalmente parliamo di giovani molto particolari con una propria fede e convinzione religiosa profonda è un essere fuori dall'ordinario frutto delle precedenti vite. Anche se le famiglie molto devote e quindi felici se il proprio figlio o figlia diventi un monaco o monaca e venga affidato/a ad altri monaci che affettuosamente con grande senso di protezione e rispetto li accompagnano nel percorrere la loro crescita sulla strada della spiritualità, seguire la propria vocazione e' una libera scelta e non esistono e non devono esserci costrizioni. Così come è possibile accedere presto, si può anche abbandonare la propria scelta se ci dovessero essere ripensamenti.

 

L'infelicità e la transitorietà - la felicità è il permanente

“Dopo aver trascorso metà della mia vita, senza successo, alla ricerca del segreto della felicità, mi sono reso conto che non c'è alcuna strada per la felicità. La strada è la felicità!

 

Si tratta di una scelta, indipendente dalle "cose" o "circostanze". La sofferenza è anche una scelta” Ogni essere vivente cerca la felicità ed è soggetto a continua sofferenza: quando nasce, per le difficoltà della vita, quando invecchia ed è malato. Ma esiste la vera felicità nel mondo terreno? i saggi ci dicono di no e se analizziamo la questione in profondità capiremmo che hanno ragione. Sicuramente nella vita abbiamo vissuto e vivremmo momenti di felicità, ma ciascuno di questi in ogni ambito del nostro vissuto hanno un inizio e una fine; non importa qual'è il grado di intensità della felicità, quel momento è temporaneo e sta per finire e così accade!

 

Se desideriamo significa che abbiamo il bisogno di ottenere qualcosa per colmare una mancanza perché non siamo felici; prima che raggiungiamo l'oggetto desiderato siamo inquieti, ansiosi, rabbiosi, abbiamo paura di non riuscire a farcela, possiamo anche diventare disonesti, aggressivi e orgogliosi pur di raggiungere il nostro obiettivo e quando lo otteniamo ci sentiamo felici, ma successivamente nasce il sentimento di attaccamento e il timore di perdere ciò che abbiamo conquistato, possiamo anche diventare avari ed egoisti. Ma dopo un po' di tempo, a mano a mano che l'entusiasmo si affievolisce rispetto alla fase iniziale, perdiamo lo stimolo e l'attrazione, ci sentiamo un’altra volta annoiati, ritorna in noi l'insoddisfazione e l'infelicità ed ecco che nasce nuovamente il seme del desiderio. Si è in un circolo vizioso di un profondo mal contento interminabile.

 

Qualsiasi felicità dovuta a evento, oggetto, persona produrranno dolore e tristezza quando essa scomparirà. Tutto ciò che è transitorio come: case, auto, vestiti, soldi, cibo ecc generano una soddisfazione vana, perchè sono collegati ai nostri organi di senso e la 'felicità' che sentiamo è legata alla gratificazione di questi sensi! Ed ecco che confondiamo la vera felicità con il ‘piacere’ incapace di dare una serenità constante. Anche le relazioni, spesso sono basate sulla possessività, dipendenza e legami egoistici e non sul puro sentimento disinteressato, perchè ci si aspetta dall'altro essere vivente qualcosa in cambio e che lui o lei ci faccia felice o compensi dei vuoti personali, così anche tutti i sentimenti e i pensieri sono anch'essi nuvole che attraversano il cielo.

 

Il labirinto tormentoso che ci imprigiona nel ciclo infinito delle nascite e morti ha come prima causa la falsa identificazione che abbiamo con il nostro corpo fisico materiale e transitorio e quindi all'incapacità del non riconoscere la nostra vera natura, il nostro vero Sé, chi siamo.

 

L'autentica gioia è totale completezza, può avere origine solo da ciò che è permanente perchè indistruttibile, illimitato e capace d'esser fonte di una beatitudine eterna: è la nostra anima, l'unica che insieme all'universo è immutabile. Quando si è in grado di discernere tra ciò che è permanente (ciò che è eterno) e l'impermanente si perde l'interesse per il transitorio, tale consapevolezza basta già per liberare da ogni legame. Il primo ostacolo è l'ego, ogni identificazione è prodotta dall'ego che ci da la sensazione di “io sono” del “tu, egli, loro” facendoci credere illusoriamente di essere separati dagli altri; quando l'ego si identifica con la mente che inganna ci identifichiamo con un nome, una forma, una esperienza, un pensiero, un sentimento, una professione, con i condizionamenti che ci hanno fatto credere di essere ciò che non siamo, con l'essere belli, brutti, saggi, ignoranti, importanti, sciocchi, vecchi, giovani, sono tutti prodotti della mente che mente, ma in realtà noi non siamo nessuna di questa cosa, nasciamo come un'anima “nuda” priva di “io” con solo consapevolezza interiore. L'infelicità o la felicità sono solo contenuti della consapevolezza; stati d'animo confinati all'esperienza esteriore, possono mutare all'infinito, ma l'autentica presa di coscienza che ci porta all'auto realizzazione dove l'ego dalle mille identificazioni non può esistere, non è data da ciò che sperimentiamo, ma dal sentire chi è colui che sperimenta; è la scoperta del proprio essere.

 

Disse Jina Mahavira “ L'anima pura è libera dai complessi, dagli attaccamenti, dalle imperfezioni, dai desideri, dall'ira, dall'orgoglio, dalla brama e da tutti gli altri difetti. L'anima non è né il corpo, né la mente, né la parola, né la loro causa; non è colui che agisce, né la causa delle azioni, né colui che le approva. Dopo aver capito che l'anima pura è indifferente da qualsiasi altra cosa, esiste un uomo saggio che possa affermare <questo mi appartiene> ? Sono solo, veramente puro e libero dagli attaccamenti. Ho la facoltà di apprendere e di comprendere. Concentrandomi fermamente sulla mia vera natura, escludo tutto ciò che è estraneo”.

 

Uscire dalla sofferenza con la liberazione da ogni attaccamento

 

Le passioni - kashaya significano desideri interni che ci muovono in ogni tipo di attività nella nostra vita quotidiana. La parola kashaya può essere divisa in kasha che significa vita terrena e aya che significa guadagno. Quindi il significato letterale di kashaya è quello di guadagnare di nuovo la vita terrena. Ciò significa che finché avremo le kashayas, il ciclo della nascita e della morte continuerà. Ci sono quattro tipi di kashayas e sono: krodha (rabbia), mana (ego), maya (inganno), lobha (avidità). Questi quattro possono essere raggruppati in due categorie: 1) raga (attaccamento), 2) dwesha (odio). Raga (attaccamento) è formato da maya (inganno e lobha (avidità), dwesha è formato da krodha (rabbia) e mana (ego). Spiritualmente il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di liberarci dalla sofferenza. Ma, quando viviamo nell'attaccamento, nell'odio o nei desideri per gli oggetti terreni, occorre il progresso spirituale dell'anima. Fino a quando non saremo più sotto l'influenza delle passioni, il nostro intelletto diventa contaminato e potremmo essere crudeli nelle nostre azioni. Così, le passioni sono i più grandi nemici interni dell'anima e dovremmo salvare o proteggere noi stessi dalle loro influenze.

 

Potremmo concludere questa prima analisi dicendo che il sentimento di insoddisfazione causata dall'inconsapevolezza del Sè crea desiderio che genera l'attaccamento correlato agli organi di senso che si attivano e cercano gratificazione, stabiliscono un nuovo karma che verrà annientato nel corso di numerose rinascite, un meccanismo che si protraee all'infinito. L'attaccamento produce separazione dalla libertà, ci opprime come fossimo confinati all’interno di uno spazio recintato generando dipendenza e limiti e quando ci sentiamo limitati siamo infelici e soffriamo; così l'attaccamento alla transitorietà e alle svariate identificazioni non sono che tutte prigioni interiori. In sintesi: in assenza di desiderio e l’estinzione di tutti gli attaccamenti, l'anima si libera per sempre dal ciclo delle rinascite, poichè la totale felicità in un essere vivente può esistere solo nella sua totale libertà, priva di ogni legame ed è l’autentica e massima gioia per un essere vivente. La conoscenza è fondamentale, è la porta, il ponte verso la libertà, è un atto d’amore perché è quella luce che illumina ciò che l’ombra nasconde, nessuna prigione può essere distrutta se non si è consapevoli di non essere liberi e di cosa sia la vera libertà definitiva.

 

 

Attaccamento ai sensi

I sensi  (indrie) sono desideri e hanno due stati: statici e dinamici. Quando i sensi cominciano ad attivarsi i desideri sono messi in moto e questo è lo stato dinamico. Non appena il desiderio      I sensi e la mente

 

La mente e i desideri sono Uno. Essi sono un'estensione della mente come il mare è alimentato dai fiumi e non può esistere senza di essi, allo stesso modo, la mente è alimentata dai desideri e non può esistere senza di essa. Se avete controllato i desideri, avete controllato la mente, il desiderio è solo un altro nome per la mente.La mente è una massa di sensi, si tratta di una potenza superiore ai sensi. La mente è un desiderio consolidato e il desiderio è la mente in manifestazione. Proprio come un ministro obbedisce al re, in modo che i cinque organi di conoscenza (Jnanendriyas) agiscono in conformità con i dettami della mente. I sensi sono retrostanti, il desiderio nella mente di mangiare si è manifestata come lingua, denti e lo stomaco. Il desiderio nella mente di camminare si è manifestato come gambe e piedi. Se si riesce a controllare la mente, è possibile controllare i desideri. Gli occhi fisici possono solamente vedere, le orecchie possono sentire solamente, la lingua può solo assaporare, la pelle può solo toccare, il naso solo odorare. Tuttavia, la mente può vedere, ascoltare, gustare, tastare e odorare. La mente è il sensoriale comune, perché può direttamente vedere, sentire, odorare, gustare e sentire indipendentemente dei sensi. La mente è un aggregato dei cinque sensi, come tutte le facoltà sensoriali si fondono nella mente. Con pratiche yogiche si può vedere e sentire direttamente attraverso la mente e questo si chiama chiaroveggenza e chiuaroudienza. I cinque sensi sono i cinque organi di conoscenza, sensazione o percezione. La mente è il substrato delle esperienze di tutti gli altri organi. I sensi non possono fare nulla se la mente non è collegata a loro. Quando si è totalmente assorbiti nello studio di un giornale interessante, non si sente quando il nostro amico ci chiama ad alta voce o non siamo consapevoli del fatto che l'orologio ha raggiunto le ore 17, la mente era assente in quel momento e non collegata con il senso dell'udito. Gli occhi possono essere aperti durante il sonno, ma non vedono nulla perché la mente non è presente.

 

I desideri non possono fare alcun lavoro autonomo senza l'aiuto diretto che rileva la mente. E’ necessaria una sufficiente pratica di yoga per lungo tempo per controllarli, successivamente i sensi diventano sottili e muoiono di “fame”.

 

Gli organi di senso sono cinque

 

SparshanaIndriya - senso del tatto

Rasana Indriya - senso del gusto

Ghrana Indriya - senso di odore

Chakshu Indriya - senso della vista

Karna o Shrotra Indriya - senso dell'udito

 

Punti da tenere presenti

 

(1) Nessun essere vivente in questo universo è senza organo di senso.Tutti gli organismi hanno uno o più organi di senso. Essi possono essere classificati in uno, due, tre, quattro o cinque organi di senso.

 

(2)Tutti gli esseri viventi hanno sicuramente l'organo di senso deltatto.

 

(3) Se utilizziamo gli organi di senso per le buone azioni, possiamo progredire spiritualmente e la loro energia può essere utilizzata al meglio. Se li usiamo solo per la ricerca del piacere sensuale alla fine essa provoca infinite sofferenze e disillusioni.

 

Questi sensi sono responsabili della nostra consapevolezza e della conoscenza del mondo oggettivo con cui interagiamo. Essi non sono strumenti perfetti di conoscenza e non molto affidabili nel discernere la realtà. Non ci fanno chiaramente vedere la verità riguardo il mondo in cui viviamo e la vera natura della nostra stessa esistenza. In realtà essi sono responsabili della nostra illusione e della nostra convinzione che siamo semplici esseri fisici e mortali e che la morte è la fine di tutto. Mantenendoci costantemente in contatto con gli oggetti dei sensi, offuschiamo la nostra coscienza, creando l'idea illusoria che siamo individui unici, diversi e separati dal resto della creazione e che non siamo responsabili delle nostre attuali azioni prevaricatorie. Non ci permettono di vedere l'unità alla base della diversità. Essi limitano la nostra esperienza e la nostra consapevolezza al mondo oggettivo. La mente e i sensi ci tengono reciprocamente impegnati è ci legano agli oggetti dei desideri. Sono causa di una moltitudine di desideri per gli oggetti materiali. Il desiderio ci porta all'attaccamento e dall'attaccamento nascono le emozioni contrastanti come le increspature nella nostra coscienza: la rabbia, la paura, l'ansia, l'avidità, l'invidia e l'orgoglio con conseguente schiavitù e sofferenza.

 

Non abbiamo bisogno di condurre esperimenti scientifici elaborati per conoscere l'inaffidabilità dei nostri sensi. I sensi sono affidabili fino a un certo punto, ma non è una saggia decisione fare del tutto affidamento su di loro. Anche gli scienziati lo sanno e così usano vari metodi diversi d'osservazione diretta per corroborare le loro conclusioni. Le anime dotte sono diffidenti nei confronti dei limiti degli organi di senso e il ruolo che svolgono nella creazione della nostra sofferenza; la nostra identità sbagliata e il nostro legame al ciclo di nascite e morti. Essi insegnano alle persone ad essere consapevoli del ruolo svolto dai sensi nella nostra sofferenza e la necessità di controllarli al fine di sperimentare l'equanimità e discernere la verità nascosta in noi stessi. Il calore e il freddo, il piacere e il dolore sono transitori e nascono da mere percezioni sensoriali. Si dovrebbe imparare a tollerarli ed è anche abbastanza saggio non indulgere. I sensi sono responsabili dell'avversione e l'attaccamento, sono i due ostacoli sulla strada di un ricercatore spirituale.

 

Come accennato in Logassa sutra i nostri Tirthankara hanno raggiunto lo stato di Sagarvara Gambhira – come un grande oceano si è profondamente calmi. La nostra religione sottolinea l'importanza di ritirare i sensi dagli oggetti dei sensi e di trascenderli attraverso l'auto-controllo per sperimentare la pace interiore e la felicità suprema. Poiché i sensi sono responsabili dell'instabilità della mente e quindi, hanno bisogno di essere attivamente messi a riposo dagli oggetti dei sensi a cui sono legati abitualmente in modo che la mente può essere pienamente concentrata sul Sé interiore. Ritirandoli allo stesso modo come una tartaruga ritira le sue membra. Liberarsi dagli attaccamenti con il distacco, così come i venti soffiano via una barca galleggiante sulle acque. Così, una corretta comprensione della vera natura dei sensi e delle loro attività è il primo passo verso l'auto-disciplina e la realizzazione del Sé. Senza questa consapevolezza un ricercatore della verità non può superare la delusione della sua mente e liberarsi dalla schiavitù alla sua esistenza fisica e mentale. Controllando doverosamente i suoi sensi, può staccarsi dai desideri e riconquistare la sua libertà dalla costrizione ad agire secondo i suoi desideri.

 

Che cosa succede quando una persona si impegna in un tale sforzo spirituale?

 

Con l'eliminazione dei desideri, egli raggiunge l'equanimità della mente, la pace interiore, la libertà dalla paura, dalla lussuria, dall'egoismo, dalla rabbia e tali altri ostacoli. Fermamente stabilito sulla via della realizzazione del Sé, diventa stabile come l'oceano che rimane indisturbato, anche se le acque entrano in lui da tutte le direzioni attraverso vari fiumi. Se i nostri sensi sono ostacoli per l'auto realizzazione, possono anche essere il mezzo attraverso il quale possiamo trascenderli.

 

I sensi ci forniscono l'opportunità di impegnarci in azioni spirituali ogni momento della nostra vita. Essi ci possono aiutare immensamente a sviluppare la coscienza del distacco e della testimonianza. Possono diventare i punti di partenza del nostro processo di nirjara - 'portare via' (l'annientamento del karma acquisito attraverso le diverse pratiche spirituali) come oggetti della nostra concentrazione e di osservazione in modo da poterci gradualmente ritirarci dalle nostre menti superficiali e sperimentare la più profonda consapevolezza che esiste dentro di noi. Osservando come i sensi agiscono e reagiscono e come nascono i desideri e vari disturbi mentali in risposta alle loro attività, siamo in grado di imparare a trattare con le nostre risposte abituali ed emotive, possiamo riflettere, sperimentare la consapevolezza, la pace e il distacco. Nella meditazione possiamo consapevolmente imparare a ritirare ciascuno dei nostri sensi, uno per uno, fino a quando diventiamo perfettamente immersi in essa e nell'esperienza del Samadhi o nella più profonda tranquillità, in cui la nostra mente e i sensi rimangono in uno stato di completo riposo, mentre noi siamo completamente svegli e profondamente consapevoli di ciò che sta accadendo.

L'ascetismo

Il Jainismo ritiene che la spiritualità è un bisogno essenziale per l'essere umano. I monaci Jain sanno che raggiungeranno la liberazione quando non avranno, in assoluto, più attaccamenti, nessun tipo di karma e utilizzano l'ascetismo per raggiungere tale scopo che consiste nel separare l'anima dalla materia, bloccare l'afflusso di nuovo karma e annientare quello accumulato dalle vite precedenti. L'ascetismo nel Jainismo ha un carattere multi - dimensionale: è personale, religioso e sociale; prevede pratiche di consapevolezza, equanimità, controllo dei sensi, purificazione dell'anima, severi digiuni e penitenze; meditazione, studio delle scritture, retta fede, retta conoscenza e retta condotta. E’ caratterizzato da uno stile di vita disciplinato con norme e regole etiche ben precise che aiutano a indagare sul proprio Sè e ridurre in maniera ferrea al minimo la violenza sia volontaria che involontaria verso tutte le specie viventi. Seppur il cammino è centrato sul progresso spirituale individuale, l'attività religiosa sociale del monaco, oltre a prevedere la protezione della comunità ispira i devoti a praticare attività compassionevoli incoraggiando i ricchi a finanziare le ristrutturazioni per gli antichi templi Jainisti o la creazione di nuovi. I monaci che cercano si rendere puro e saggio lo spirito, ambiscono a staccarsi dal mondo seguendo gli insegnamenti dei Tirthankara ed in loro vece hanno la missione di comprendere e diffondere. Sono un modello esemplare di auto - disciplina, non possessività e rispetto per tutte le creature viventi. Conferiscono le loro benedizioni su tutti dicendo “Dharma Labha - Che tu possa raggiungere la prosperità spirituale". Qualche volta benedicono i devoti mettendo sulle loro teste Väsakshep (profumato legno di sandalo in polvere) e dicendo "Che tu possa attraversare l'oceano della vita e della morte". Benedicono tutti indipendentemente dalla casta, credo, sesso, età, ricchezza e status sociale”. L'ascetismo racchiude tutti i principi del Jainismo esprimendo la battaglia spirituale nel vincere i propri nemici interiori per raggiungere il nirvana attraverso la propria indipendenza.