Alimentazione jainista


L'alimentazione Jainista è in ambito religioso la dieta più intransigente e regolamentata nel subcontinente indiano, è complessa e ci sono molti punti di vista al riguardo. L'obiezione del Jainismo di astenersi dal consumo di alcuni specifici alimenti si basa sul principio della Nonviolenza. Ogni atto con cui una persona direttamente o indirettamente supporta l'uccisione (seppur l’anima non può morire ) o lesione è considerata violenza. In India la misura in cui questa intenzione viene messa in atto varia notevolmente tra gli indù, Buddisti e Jainisti. Come già detto per il Jainismo la Nonviolenza è il dovere religioso più essenziale per tutti, si tratta di una condizione indispensabile per la cura, il rispetto e la compassione disinteressata per tutti gli esseri viventi e allo stesso tempo per la liberazione dal ciclo delle rinascite, essendo l'obiettivo finale di ogni anima. I Jain condividono questo obiettivo con gli Indù, i Buddisti, i Sikh, ma il loro approccio è particolarmente severo. Il modo scrupoloso e approfondito di applicare la Nonviolenza nelle attività di tutti i giorni e in particolare sul cibo, modella tutta la loro vita ed è il segno distintivo più significativo della identità Jaina, messo in atto con disciplina e esercizio di ascesi che sono fortemente incoraggiati nel Jainismo sia per i laici che per i monaci e monache. La credenza religiosa Jain riguarda non solo i tipi e le quantità di cibo che sono ammessi, ma anche il modo in cui vengono preparati. L'obiettivo è sempre quello di impegnarsi al meglio per ridurre la violenza evitabile, ogni laico a seconda delle proprie capacità del momento si nutrirà di alimenti più puri possibili; ci saranno alcuni che seguiranno la dieta base per i laici Jain che già è molto ferma, altri saranno più osservanti e più vicini ad una corretta e coerente Ahimsa adottando l’alimentazione restrittiva osservata dai monaci.

 

Il Jainismo ci dice che la vita è presente non solo negli umani e animali, ma anche nelle piante, nei semi, nell'acqua, nella terra, nell'aria e ogni anima ha il suo potenziale per raggiungere la liberazione, ognuno vuole vivere e non morire, così anche se tutte le forme di vita sono uguali e meritano una protezione completa da tutti i tipi di lesioni, i Jainisti ammettono che questo ideale non può essere completamente praticato. La vita si sostiene attraverso la morte, non è possibile alimentarsi senza compiere violenza, si può solo cercare di eliminare gli alimenti che comportano più violenza.

Quando i nostri livelli di spiritualità e consapevolezza diventano più alti, sarà spontaneo e automatico rivalutare la dieta andandola a modificare e eliminando gradualmente, un numero maggiore di alimenti procurati con lo sfruttamento, la crudeltà e l’uccisione di esseri viventi. Per questo si parte con la scelta dei cibi che viene fatta in base a un ordine di 'Grado di sofferenza e di scala della coscienza dal più alto al più basso degli esseri viventi’. Nel Jainismo oltre al divieto dei cibi procurati dall'uccisione degli animali, sono banditi anche tutti quegli alimenti ottenuti per mezzo dello sfruttamento di essere umani come quello minorile, per esempio la maggior parte della produzione del caffè non equo solidale.

  • Per cui come Jain abbiamo un insieme di insegnamenti che pone la Nonviolenza in cima ai nostri valori morali ed è per questo che adottiamo una alimentazione il più possibile etica che permettere di uccidere il meno possibile. Ma come tutte le cose c'e ' una filosofia e una logica molto piu' profonda in cui è radicata la dieta Jaina . Dietro l'ideologia di ciò che un Jain mangia c’è la sua intenzione che si può riassumere in tre parole : compassione, consapevolezza e gratitudine.

 

Mangiare con consapevolezza

 

Andando al di là di cosa mangiare, la condotta per il cibo Jain sottolinea anche come mangiare! L'etica Jaina è stracolma di bellissimi precetti che ci permettono di perseguire il cammino del raggiungimento spirituale anche mentre si vive nel mondo banale. Uno dei modi è quello di mangiare con un approccio meditativo al consumo del cibo.
Mentre le nostre vite diventano sempre più frenetiche, mangiare è diventata un'attività che di solito la facciamo insieme ad altre occupazioni come guardare la tv, lavorare, rispondere alle email o pensare a cosa dobbiamo fare dopo; raramente mangiamo i nostri pasti con consapevolezza. Mangiare con consapevolezza ci costringe ad essere nel momento presente. Un Jaina si sforza di mangiare consapevole dei suoi pensieri, del suo discorso e delle sue azioni (chiamato i tre guptis o regolamenti). Per un Jain ogni atto è guidato dalla consapevolezza che ritiene che il danno causato dalla negligenza sia tanto riprovevole quanto il danno causato da un'azione deliberata.

 

Regola per la mente

 

Durante il pranzo si sforza di non intrattenere pensieri malvagi e di stare in serenità, senza attaccamento/avversione. Egli partecipa al suo pasto con completa attenzione, consapevolezza e senza giudizio o critica.

 

 

Regola per il discorso

 

Durante il pranzo si sforza di non pronunciare cose malvagie o sgradevoli; non parlare inutilmente e praticare il silenzio.

 

 

Regolamentazione delle azioni

 

Durante la sua alimentazione si sforza di rinunciare a tali azioni del corpo come fare movimenti inutili; sedersi e alzarsi inutilmente; girovagare; camminare ecc. Nel contesto moderno, questo include staccare la spina dalle distrazioni quotidiane durante i pasti: spegnere la televisione, il portatile, il cellulare; non guardare nulla, niente surf, niente messaggi.

 

 

 

 

 


Tutti i tipi di carne

 

Il dovere supremo è 'Non Uccidere' per cui ribadiamo il precetto fondamentale che Bhagvan Mahavira affermò chiaramente e inequivocabilmente verso tutte le creature viventi, che non può essere in alcuna maniera suscettibile ad altre interpretazioni: "Non ferire, abusare, opprimere, schiavizzare, insultare, tormentare, torturare o uccidere qualsiasi creatura o essere vivente, il rispetto per tutti gli esseri viventi è Non violenza ".

Per cui in primis il cibo vietato in assoluto è qualsiasi tipo di carne, poichè viene procurato dalla sofferenza e uccisione degli animali. Allo stesso modo è vietato mangiare le carni di un animale morto in modo naturale; il suo corpo ha innumerevoli forme di vita che aumentano con il passare del tempo a causa della decomposizione, mangiare gli animali deceduti comporta un alto livello di violenza. Anche se non siamo direttamente noi a togliere la vita ad un animale, l’acquisto di carne crea domanda e incoraggia gli altri a uccidere, così equivale a commettere l’atto di uccidere.

 

 

 

 

 

 

L'uovo

 

 

Ma anche l'uovo è totalmente vietato per coloro che credono nella Nonviolenza. Le uova di tutti gli uccelli sono strutturalmente simili, internamente sono concepiti per la riproduzione della progenie e non per il consumo umano. Come ben conosciamo, dall'allevamento di galline fino alla schiusa delle loro uova c'è violenza in tutto: prigionia, mutilazioni, torture e uccisione: i pulcini non hanno valore commerciale perché non faranno le uova e non sono adatti ad essere polli da carne, per questo in tutti gli allevamento e anche in quello biologico i pulcini maschi appena nati vengono tritati vivi o ammazzati soffocati. La destinazione finale di tutte le galline è sempre la macellazione anche quelle che vivono libere dal contadino quando non produrranno più le uova verranno ugualmente uccise; in qualche caso non lo saranno, ma non mangiare le loro uova significa dare il “buon esempio”, “educare al rifiuto della sopraffazione dell'uomo verso gli animali. L'obiettivo dell’astensione è raggiungere il massimo della Nonviolenza morale che va oltre la Nonviolenza fisica, tenendo il più elevato rispetto verso un essere vivente: smettendo di considerare gli animali come oggetti, schiavi a cui possiamo fare quello che vogliamo contro la loro volontà rubandogli ciò che producono solo per se stessi e non per gli umani; fermando la cultura e la macchina infernale utilitaristica dello sfruttamento di esseri viventi (inconsapevoli) in qualsiasi luogo/allevamento. Inoltre, anche se sono galline predisposte a generare molte uova, quando le producono perdono il calcio dalle ossa ed è un danno alla loro salute; togliendogliele sono stimolate a riprodurle, quindi è comunque un atto di violenza. Alle galline vengono anche dati alimenti violenti per riprodursi, e sono: farina d'ossa, pasti con sangue e resti alimentari, pasti con carne di farina di pesce… . Per cui con quale coraggio possiamo chiamare le uova cibo vegetariano, anche dopo aver saputo come vengono nutrite? Lo scopo di un uovo fertile è di animare la vita, ma un uovo infertile non ha questo scopo e come tale va considerato immangiabile. Affermare che l'uovo è un cibo vegetale è un termine improprio di prim'ordine: quello nato senza alcun contatto con il maschio, un uovo infertile, è comunque animato perché nasce dal corpo della gallina ed è composto dal suo sangue e dalle sue cellule animali, è generato da un essere vivente, è un processo biologico vitale ed animale non vegetale, quindi al 100% non vegetariano.

 

Secondo il famoso scienziato americano Mr. Philip J. Scamble, nessun uovo è senza vita in se per sè, anche gli scienziati della Michigan University in America hanno dimostrato al di là del dubbio che nessun uovo - fertile o infertile - è senza vita, ha una predisposizione naturale ad accogliere una forma di vita. Per cui la sofferenza inflitta alle galline per come vengono detenute ed infine uccise è un fattore che solidifica la scelta di bandirle, ma anche se così non fosse, i Jain, non le mangerebbero a priori per i motivi spiegati. Inoltre le uova mettono in pericolo la salute, contengono una quantità elevata di colesterolo che danneggiano le arterie e sviluppano numerose patologie pericolose.

 

 

 

 

 

 

Verso il totale veganismo - abbandono del latte di mucca

 

 

L'alimentazione Jain nasce parzialmente vegan già da oltre 26 secoli fa prima della nascita del veganismo negli altri paesi del mondo. I Jainisti fin dalla nascita non mangiano carne, uova, burro e miele. Ma in tempi antichi il latte di mucca non era considerato un alimento procurato con crudeltà, poichè c’era poco allevamento di animali, non esistevano gli allevamenti intensivi, le mucche e i vitelli erano liberi e facevano parte della famiglia come fossero animali domestici; curati, accuditi amorevolmente nelle proprie abitazioni presso i villaggi. All’epoca l'assunzione di piccole quantità di prodotti lattiero-caseari può aver rappresentato la quantità minima di violenza necessaria, ma era permesso prendere il latte solo a determinate rigide condizioni, cioè senza violenza fisica e psicologica, quindi nessuna prigionia, inseminazione artificiale, il figlio vitello e la mucca non dovevano essere separati; era vietato l’utilizzo di mezzi meccanici che potessero arrecare dolore alle mucche; il latte residuo (una minima parte) poteva essere consumato dagli uomini solo dopo l'allattamento dei vitellini da parte della madre. Oggi giorno, c’è un notevole, crescente numero di Jain che non solo ha abbandonato l'uso del latte di mucca, ma ha creato in India importanti movimenti per i diritti degli animali che sensibilizzano sulla scelta etica vegana; tra tutte le religioni, i Jainisti sono quelli con il numero maggiore di vegani. Anche in Europa come per esempio in Inghilterra e nelle grandi comunità Jain del nord America, appoggiano fortemente il veganismo sostituendo il latte vaccino con bevande vegetali che vengono anche impiegate all'interno dei templi durante la puja. Altra considerazione morale è che il latte appartiene ai figli della mucca e non all'essere umano per cui non è giusto rubarlo, pertanto nessun altro animale dopo lo svezzamento beve il latte di un'altra specie, quindi non è adatto alla specie umana ma solo al vitello.

In tutti gli allevamenti industrializzati per la produzione del latte, le mucche  vengono torturate, alla fine macellate ,così come il piccolo vitello. Molti dei Jain indiani che mantengono la tradizione di berlo, utilizzano il latte vaccino proveniente dai villaggi in cui ci sono i lattai che allevano al massimo una dozzina di mucche. Questi dovrebbero allevarle rispettando lo stesso metodo usato nell’antichità; purtroppo invece la maggior parte di essi commettono gli stessi abusi o simili che si praticano negli allevamenti intensivi facendo credere a molti devoti che invece le mucche non vengono maltrattate e il vitello maschio non è venduto ai grandi mercati e al macello.

Continuano a pensare, “ma... questo non succede nelle latterie indiane!?!”
Alcuni ritengono che la produzione di latte in India sia ancora umana, ma la verità è diversa. Piuttosto che un'immagine idilliaca di Krishna e mucche che vivono una vita felice come animale domestico di qualcuno -- la realtà è molto diversa! Qualsiasi Jain indiano che non è sicuro di questo, dovrebbe visitare un caseificio o legger
e la testimonianza di K. Shah sulla sua visita in un caseificio archiviata nella collezione Jain all'università di Harvard,. Può essere trovata qui:

 

 

I Jain soprattutto i giovani, vedendo i collegamenti tra la violenza nel settore lattiero-caseario con quella dell'industria della carne, hanno scoperto che il consumo di prodotti lattiero-caseari è incompatibile con i loro valori Jain di pace e Nonviolenza. Quindi c'è una rivoluzione in atto e attraverso manifestazioni e conferenze stanno facendo un grande lavoro informativo dimostrando che anche i lattai indiani fanno violenza sulle mucche e i vitellini. Ci sono gruppi di attivisti composti anche da medici Jain che informano i monaci e le monache sugli effetti dannosi che il latte vaccino ha sulla salute e le tristi condizioni di vita delle mucche. Alcuni monaci Jain Svetambara e Digamabara  sensibilizzano le comunità mostrando video e foto sulla crudeltà inflitta agli animali, promuovono il veganismo e invitano i laici ad abbandonare i prodotti latteo- caseari.

 

Tuttavia è vero che esistono in India, in alcuni villaggi all’interno di Ashram, mucche e vitelli che vivono liberi e protetti e il latte viene prelevato come molti secoli fa, ma sono pochissimi. Ormai ai tempi d’oggi, con l’invasione dell’industrializzazione, l'evidenza in tutto il mondo sulla crudeltà delle mucche e i loro cuccioli è innegabile.

 

Queste sono le parole di Pravin k.Sha vegano Jain del centro'Jain Study' del North Carolina, America.

La tradizione non deve essere seguita ciecamente. Il più elevato principio Jaina della Non violenza non dovrebbe essere compromesso mai, in nessuna circostanza. La crudeltà nella produzione di latte è peggiore rispetto a quella della produzione di carne. Consumando latticini noi stiamo sostenendo e alimentando questa crudeltà"

 

Anche se gli ideali vegani stanno diventando più comuni tra i giovani Jain, la generazione più vecchia e più matura resiste. Preghiamo loro di vedere i seguenti link per l'ampia quantità di stili di vita compassionevoli che i giovani Jainisti di oggi stanno vivendo!
www.jainvegans.org
www.veganjains.com

 

Nota: tuttavia nella tradizione, eliminare (o minimizzare) l'uso del latte o dei prodotti lattiero-caseari non è un concetto strano o alieno per Jainisti. Secondo la teoria Jain, il latte e i prodotti lattiero-caseari ostacolano il progresso spirituale, creano attaccamento il latte, yogurt e ghee sono tra i 6 alimenti da evitare durante la Ayambil (una delle pratiche a digiuno Jain); gli altri tre sono jaggery, olio e cibo fritto.

Veganesimo e Jainismo - una partnership?

 

La teoria vegana è più vicina agli ideali Jain e un passo avanti al solo essere vegetariano. Il veganesimo è un'espressione naturale dei nostri più alti ideali di Ahimsa. Non c'è altra religione o filosofia che si avvicini alla filosofia Jain della Nonviolenza come fa il veganismo etico. Quando capiamo la vera base della fede vegan come jiv daya - anima compassionevole, dobbiamo sviluppare il rispetto per il loro impegno e abbracciare i vegani come anime gemelle.

 

La forte contestazione che i Jainisti vegani rivendicano è che il Jainismo afferma che non bisogna prendere nulla da nessun essere vivente contro la propria volontà. A questo è stato risposto "come i vegetali sono dati liberamente e come si accetta il consenso da queste anime? Supponiamo che la mucca voglia dare il suo consenso, come lo darebbe?"

 

Lo studioso vegano e virtuoso Jain Rushabh Shet ribatte: né le mucche, né le piante con un solo corpo possono dare il consenso perché i loro corpi vengano sfruttati o mangiati. Pertanto, samyakdrishti può impegnarsi in tyag (rinuncia) di diventare un fruttariano e mangiare solo frutta, noci, semi e cereali che sono dati liberamente dalla pianta madre. Se la rinuncia è troppo estrema, il samyakdrishti può scegliere di consumare anche piante con un solo corpo, anche senza il consenso delle piante a causa del loro status di beindriya (esseri viventi a due sensi). Una mucca è un panchendriya (essere a cinque sensi capace di provare grande sofferenza come un essere umano ed è assolutamente vietato ucciderlo.) e proprio a causa della sua incapacità di dare il consenso, non dovrebbe essere sfruttata in alcun modo o forma. Altrimenti, sarebbe giusto uccidere la mucca poiché non può dare il consenso per il suo omicidio. Il suo latte non è stato dato liberamente; se qualcuno prende i soldi dalla ciotola delle elemosine di un mendicante sordo e muto che non ha mani o gambe, la mancanza di azione del mendicante dovuta alla sua disabilità significa consenso?
un altro esempio di qualcosa che non viene dato liberamente ma senza resistenza: qualcuno prende i soldi dalla ciotola delle elemosine di un
bambino mendicante di 2 anni. Il bambino non capisce cosa sta succedendo e non oppone resistenza a questa presa delle elemosine o non è in grado di offrire alcuna resistenza. Questo significa consenso?

 

Pradeep Jain vegano, medico Nessun animale felicemente ti permette di mungere. Tutto è fatto contro volontà e desideri. Ecco perché legano bocca e gambe prima di prelevare il latte.  Non legare gli animali, falli vivere liberi e poi cerca di mungere. La mucca attaccherà e getterà  a terra chiunque tenti di mungere.
Fammi vedere una latteria in cui gli animali vengono munti senza essere legati da corde.
Fino a un certo punto la crudeltà dei piccoli lattai è minore rispetto ai caseifici commerciali, ma non può essere definita ahmisk – non violenta, poiché la mungitura è un atto innaturale contro il desiderio di poveri animali".

 

Altra osservazione da chi consuma latte vaccino “ non facciamo del male alle mucche e prendiamo solo il latte che avanza”.

 

L’attivista veganoTeen Jain risponde “Perché pensi che le mucche producano molto più latte di quanto i loro figli abbiano bisogno? Se dai da mangiare al vitello solo due volte al giorno allora la mucca vorrebbe far svuotare la mammella. Lascia che il vitello beva dalla mamma quando vuole ti rendi conto che non c'è latte in più che avanza. I piccoli di solito si nutrono di latte materno ogni 3-4 ore"

La natura è perfetta, ma anche se ci fosse latte in eccesso comunque avrebbe il diritto di consumarlo solo il suo piccolo figlio, bevendo tanto latte si rafforzerebbe ancora di più il suo sistema immunitario esattamente come accade per la mamma umana e il suo bambino.

 

 

 

Rushab Sheth

Aparigraha (non attaccamento) e veganismo.

 

Come tutti sappiamo, aparigraha o non-attaccamento e non-avversione sono il mezzo principale attraverso il quale si purifica l'anima, evitando l'attaccamento/avversione alle cose materiali (incluso il corpo) e fermando il processo dell'afflusso del karma. Una conseguenza diretta dell'aprigraha è l'ahimsa – Nonviolenza, poiché non si è in grado di commettere violenza attraverso la mente, il corpo e il linguaggio se non si ha attaccamento o avversione a qualcosa ed è invece focalizzato sulla propria anima; questo è un primo esempio della relazione causa-effetto conosciuta come nimitta-nyamittika sambandha (in breve "NNS"). Attaccamento e avversione (noto anche come parigraha) provoca mithyatva (mente o prospettiva illusa) e viceversa e oscura la mente nella misura in cui la persona ignora o nega la violenza associata al parigraha e continua a commettere gravi atti di violenza attraverso la mente, la parola e il corpo direttamente o indirettamente come conseguenza del parigraha.

 

 

 

Com'è collegato al veganismo?

 

 

 

Contrariamente all'opinione popolare, il veganismo non è una dieta. Al livello più fondamentale, il veganismo è l'evitare qualsiasi sfruttamento e attaccamento agli esseri viventi senzienti; è un modo di vivere, uno stato mentale che prescrive qualsiasi forma di attaccamento agli esseri senzienti non-botanici sulla base della loro sensibilità (due o più sensi) e del loro diritto a vivere le loro vite senza interferenze. All'interno del contesto Jain, il veganismo è una condotta esterna ed è il risultato diretto e naturale dell'aparigraha nel

 

quadro dell’NNS.

 

 

 

Cerchiamo di esplorare ulteriormente. Il corpo umano richiede cibo e acqua; oltre la vita stessa, il cibo è l'attaccamento più importante per un essere umano senziente. Da tempo immemorabile, i venerabili Jain munis (monaci e monache) hanno riconosciuto questa forma basilare di attaccamento e hanno sviluppato regole complesse per il consumo di cibo, il tutto per l'obiettivo generale di promuovere il non attaccamento che eviterebbe la violenza inutile e solleverebbe l'anima. In effetti, i venerabili munis hanno dato l'esempio. Nelle Scritture viene spesso detto che se un muni non è in grado di ottenere cibo adeguato attraverso l'elemosina, dovrebbe gioire dell'opportunità di impegnarsi nel digiuno e di ridurre il suo attaccamento agli alimenti; i muni dovrebbero sempre accogliere l'opportunità di digiunare e sottoporre a impiegare il corpo in uno sforzo continuo per praticare l'aparigraha. Ai laici viene insegnato di offrire sempre cibo puro e insapore (gochari) ai monaci, in modo da non eccitare le loro passioni e disturbare il loro non attaccamento. Durante il venerabile festival di Paryushan, i laici cercano di seguire l'esempio dei munis e prendono solo gochari e altri cibi puri e insipidi o si impegnano in digiuni parziali o totali per ridurre il loro attaccamento al cibo.
Il tema è chiaro. L'attaccamento ai prodotti alimentari è scoraggiato e le regole associate agli alimenti sono considerate il punto di partenza per impegnarsi nel non attaccamento. Il veganismo rappresenta la naturale evoluzione dell'approccio basato su regole
dell’ aparigraha/ahimsa perché riconosce la vera portata del quadro NNS relativo alla violenza associata allo sfruttamento di esseri senzienti; cerca di evitare questo sfruttamento attraverso qualsiasi mezzo, direttamente o indirettamente. Questo punto è importante perché il quadro NNS non fa distinzione tra nimitta (causa) diretta o indiretta nella relazione con l'effetto (himsa). In effetti, le scritture Jain fanno sempre riferimento alla violenza/himsa in due forme: diretta o indiretta e attraverso 3 modalità: mente, parola e corpo. Nel caso del consumo di prodotti lattiero-caseari, la nimitta è il consumatore caseario che richiede i prodotti caseari dall'allevatore di mucche; il contadino, a sua volta, impregna forzatamente e continuamente la mucca con mezzi artificiali e prende il latte dalla mucca dopo la nascita, il tutto senza il consenso della mucca. Se un vitello maschio nasce come risultato dell'impregnazione, il vitello viene macellato per carne/pelle o venduto come animale da traino per il lavoro nei campi; se nasce un vitello femmina, è costretta a vivere come una vacca da latte come sua madre. Quando la mucca femmina cessa di produrre latte in quantità redditizie, la mucca viene quindi spedita ai mattatoi per il macello o semplicemente scartata come animale indesiderato. C'è da meravigliarsi se l'India è il primo esportatore di carne di manzo al mondo? Questo è l'effetto (nyamittika) della domanda di prodotti caseari da parte del consumatore e il rapporto tra il consumatore lattiero-caseario e il destino della madre e del vitello è chiaro e trasparente. Nell'ambito del quadro NNS, l'attaccamento al caseificio ha causato himsa indicibile a queste creature innocenti. Il samyakdrishti (colui che ha la giusta visione) segue l'approccio basato sulle regole sugli alimenti come prescritto nei testi Jain, ma può fare poco o nessuno sforzo per andare oltre queste regole; lei può consumare cibo Jain mentre indossa pelli di animali (cuoio) e il cibo Jain stesso può contenere latticini che sono anch'essi un prodotto di violenza per la mucca e il vitello. Il samyakdrishti potrebbe protestare che le scritture Jainiste non hanno proibizioni contro i latticini e non fanno menzione di evitare i prodotti in pelle, ma questo è un argomento in malafede perché come accennato in precedenza, l'approccio basato sulle regole è riconosciuto dalle Scritture e Jain munis come il punto di partenza per la condotta esteriore di un samyakdrishti; le Scritture incoraggiano il samyakdrishti ad andare oltre le regole e ad impegnarsi in un più ampio non-attaccamento e penitenza. Inoltre, il samyakdrishti riconoscerebbe che all'interno del quadro NNS, anche qualsiasi contributo indiretto alla violenza deve essere evitato.

 

Ho incontrato spesso devoti Jain e samyakdrishti che si impegnano in intense discussioni contro il veganismo semplicemente perché il latte è stato ritenuto accettabile dalle Scritture e anche perché considerano il veganismo come un concetto "occidentale" promosso da stranieri che cercano di "distruggere" o altrimenti diluire la " Cultura indiana ". Anche se tutte queste accuse irrazionali fossero vere, esse non hanno alcun rapporto con la realtà della himsa nel caseificio e sono irrilevanti secondo il quadro NNS. Farebbe differenza al samyakdrishti se fosse un venerabile monaco Jain o un violento assassino che lo castiga per aver accidentalmente calpestato un bruco e ucciso? La violenza è già stata commessa e il prezzo del karma sarà pagato; il samyakdrishti coscienzioso sarà più attento la prossima volta. Alcuni samyakdrishtis, a causa del loro forte attaccamento ai prodotti lattiero-caseari e ai prodotti alimentari secondo le attuali regole, negano l'esistenza di violenza nel caseificio nonostante le prove del contrario. Tali smentite sarebbero state inspiegabili se non avessimo già compreso il potere dell'attaccamento di ingannare la mente nel commettere gravi atti di violenza; sotto il contesto "occidentale", questo è chiamato "dissonanza cognitiva".

 

Chiaramente, un samyakdrishti non vegano è ben consigliato di esaminare i suoi processi mentali riguardo al veganismo nel contesto di aparigraha e del quadro NNS. Bisogna prima esaminare se la sua negazione della himsa associata allo sfruttamento degli animali e il finanziamento di tale sfruttamento attraverso il consumo di cibo, vestiti e articoli non vegani li abbia indotti a praticare il mithyatva. Se non vi è alcun diniego, allora si deve esaminare se qualsiasi difesa del consumo di prodotti caseari (ad esempio "mucche come famiglia", "latte ahimsa") è coerente con il loro voto parziale (Anu Vrat) di non attaccamento (Parigraha Pariman Vrat). Il concetto stesso di "latte ahimsa" è paradossale perché presuppone erroneamente che non c'è violenza associata al prendere qualcosa da un essere senziente senza il suo permesso (una violazione del voto parziale di non rubare - Sthul Adattadan Virman Vrat). Una vigorosa difesa del consumo di un articolo implica un profondo attaccamento al consumo di quell'articolo; implica inoltre avversione ad altri articoli simili - ad esempio, il samyakdrishti non si sognerebbe di consumare latte caldo da una femmina di elefante o da un cane femmina. Quando c'è poca o nessuna sensazione di attaccamento e avversione, allora il samyakdrishti si divertirebbe ad evitare il consumo di questi articoli e a rimanere al sicuro in samyakthva (giusta fede).

 

In sintesi, la negazione e l'ignoranza del quadro NNS per quanto riguarda il rapporto tra himsa e lo sfruttamento di esseri senzienti attraverso il consumo di cibi/prodotti non vegani può essere un sintomo di mithyatva e dovrebbe essere evitato dal samyakdrishti. Un samyakdrishti riconosce che la vera portata della struttura NNS rafforzerebbe il suo voto parziale di non-attaccamento scartando gioiosamente il suo desiderio di cibi e prodotti non vegani e affermando la sua fedeltà ai principi chiave del Dharma Vitraag impegnandosi in una condotta esterna che supera le esigenze del veganismo. Questa gioia di scartare gli attaccamenti esterni e di assicurare ulteriormente samyakthva è il vero significato di aparigraha come esposto dai venerabili Arihant.

 

Conclusione

Ciò che non è dato liberamente non può essere preso dal samyakdrishti altrimenti sarebbe rubare. La madre dà il latte liberamente al suo bambino. Pertanto, questo latte è vegano perché non è stata commessa alcuna violenza. Se lo stesso identico latte viene rubato dalla madre con la forza e contro la sua volontà di nutrire un altro bambino, allora il latte non è più vegano.

 

 

 

L'india è enorme e il numero di animali che ci sono è altissimo, le mucche e i vitelli che vengono salvati dalla macellazione sono solo il 5%. Nella foto vedete delle mucche che gli attivisti jain hanno messo in salvo presso rifugi chiamati Panjarpole che sono dei ricoveri per animali salvati dalla macellazione, anziani o bisognosi di cure.

 

PER INFO: www.indianvegan.com - www.jainvegans.org

 

 

Il Miele

 

 E' vietato mangiare il miele perchè viene procurato attraverso lo sfruttamento (per tutti i tipi di allevamenti) e l'uccisione delle api. La raccolta di miele danneggia non solo le api gli insetti e le uova.

 

In natura, l’ape è un insetto che vive mediamente 5 mesi. Il primo mese, quando è ancora allo stadio larvale (definito pupa), il cucciolo di ape si nutre solo di miele. Successivamente, quando l’ape diventa adulta, si nutre solo di nettare, che succhia direttamente dai fiori. Quindi, il miele non è altro che il “latte” delle api, essendo l’unico cibo con cui il cucciolo di ape si nutre nel suo primo mese di vita, proprio per il suo accrescimento. La mamma ape, dopo che si è nutrita del suo cibo specie-specifico, cioè il nettare dei fiori, una parte di esso lo trasforma in miele, che conserva in una sacca interna al suo addome, proprio come fosse il seno di una donna, e quando torna nell’alveare lo deposita al suo interno, per dar da magiare al suo cucciolo di ape, esattamente come fa una madre umana. Ora, così come il latte di mucca è fisiologicamente adatto solo ed esclusivamente al cucciolo di bovino, il miele di ape è fisiologicamente adatto solo ed esclusivamente al cucciolo di ape, la larva (detta pupa). Il miele, infatti, possiede enzimi e fermenti tipici per l’accrescimento delle api, centinaia di tipi di sostanze biochimiche completamente diverse da quelle fisiologicamente adatte ad un individuo appartenente alla specie umana, sia in fase di sviluppo, che in fase adulta.

Quindi le api fanno una grande fatica, raccolgono il miele come cibo per se stesse e per i figli, per ottenere un cucchiaino di miele un'ape ad un fiore compie circa 10.000 viaggi e l’essere umano glielo ruba a lei e ai suoi cuccioli.

 

I grandi produttori di miele triturano tutta l’arnia per prenderne il miele uccidendo tutte le api. Alcuni apicoltori che producono notevoli quantità di miele, si spostano per tutta l’Italia per produrre ogni tipo di miele, sfruttando al massimo l’animale. Alcuni devono avere il miele in ogni periodo dell’anno, anziché mandare le api in giro in cerca di fiori, le nutrono con una sostanza zuccherina (zucchero e acqua) per avere così miele anche fuori dal periodo di fioritura. Alle api è destinata l'inseminazione artificiale: la testa ed il torace dell’ape maschio vengono schiacciati e lo stesso poi per il resto del corpo, questo per far uscire del tutto l’endofallo, così il seme di diverse api viene prelevato e mischiato. L’ape regina viene tenuta ferma e anestetizzata in un apposito strumento. La vagina viene aperta utilizzando degli uncini, infine il seme viene iniettato.

Il miele è cibo per gli insetti che sono filogeneticamente (evolutivamente) assolutamente distanti, addirittura di molte centinaia di milioni di anni, dalla specie umana, quindi il loro latte è decisamente tossico per l’uomo.

 

 

 

 

 

Quegli esseri viventi chiamati piante

 

Il Jainismo riconosce una gerarchia della vita, sostenendo la sua evoluzione dallo stato di microrganismo alla condizione di  umano Più organi di senso ha un essere vivente e più si ha a cuore la sua protezione. Gli esser mobili dotati di 5 organi di senso sono quelli razionali (gli umani) con facoltà mentali dotati di uno stato di coscienza più evoluto, di una maggiore capacità di provare sofferenza e sono maggiormente protetti così come anche gli animali, per cui è assolutamente vietato ucciderli.

 

Le piante (esseri immobili) sono considerate la forma più elementare della vita ed essendo sprovviste di un sistema nervoso, si presume che abbiano meno capacità di avvertire il dolore. Hanno un solo organo di senso, il tatto; pensiamo al bocciolo quando si gira in direzione del sole al contatto con il calore si aprono i petali o quando tagliamo una pianta essa appassisce. Tra tutte le specie viventi, nel Jainismo, la vita vegetale è l'unico alimento ammesso per il consumo umano, tuttavia esso sostiene la completa Nonviolenza, per cui l'uccisione della pianta non può essere giustificata completamente solo sulla base della logica di cui sopra, per questo è consentito un uso limitato per una violenza minima necessaria solo alla sopravvivenza. Le piante sono forme di vita intelligenti capaci di intenzione e preferenze, hanno volontà di sopravvivere, crescere e interagire; una propria consapevolezza e sensibilità, fanno parte dell'esistenza e fanno di tutto pur di vivere nel proprio habitat naturale, sarebbe una grande schiocchezza affermare il contrario. Sull’autorevole libro “La vita segreta delle piante” studiosi e scienziati sostengono che le piante sono straordinarie seguono una logica, hanno tutti i tipi di sistemi chimici di difesa che vanno all'azione quando è danneggiata, per proteggersi mettono fuori le spine, gusto amaro e secrezioni gommose per catturare insetti maldisposti. Sembra che le piante sappiano quali formiche rubano il loro nettare e si chiudono all'avvicinarsi di tali formiche, per riaprirsi soltanto quando hanno tanta rugiada sui gambi da impedire alle formiche di arrampicarvisi. Le piante sono dotate di volontà, possono allungarsi verso quello che vogliono, o andarselo a scovare. Quando la terra è secca, le radici si spostano verso il suolo più umido, facendosi strada in gallerie sotterranee, estendendosi, come nel caso dell'umile trifoglio, fino a 12 metri, sviluppando una forza capace di sfondare il cemento. I fiori alpini seguono con tale precisione il mutare delle stagioni da sapere quando arriva la primavera e si spingono in alto, forando i tardivi banchi di neve e sviluppando calore proprio per sciogliere la neve. Le piante si sono rivelate capaci di distinguere i suoni inafferrabili all'orecchio umano e lunghezze d'onda di colori, come infrarossi e ultravioletti, invisibili all'occhio umano; sono particolarmente sensibili ai raggi X e all'alta frequenza della televisione. L'ingegnosità delle piante nell'escogitare forme di costruzione supera largamente quella di tecnici umani. Edifici fatti dall'uomo non reggono il confronto con la forza elastica dei lunghi calici gamosepali che sostengono dei pesi fantastici contro terribili tempeste; l'uso di fibre che la pianta avvolge in spirale è un meccanismo di grande resistenza contro l'estirpazione, non ancora sviluppato dall'ingegno umano; le cellule si allungano a forma di nastri piatti, unite l'una all'altra a formare corde quasi infrangibili. Man mano che l'albero cresce in altezza, si ingrossa scientificamente per sostenere il peggior peso. Se si pizzica una foglia di una pianta scattano impulsi elettrici, non vi è alcun dubbio che le piante hanno tutti i tipi di sensibilità. Il Dottor Norman Goldstein, professore di biologia all'Università statale di Hayward in California arrivò a scoprire un potenziale elettrico che fluiva di cellula in cellula nel philodendron édera, capace di dare una forte indicazione della presenza di un semplice sistema nervoso, finora insospettato. Marcel Vogel chimico dedito alla ricerca della vita delle piante disse: <un fatto è certo: l'uomo comunica con il mondo vegetale. Le piante sono oggetti viventi, sensibili, radicati nello spazio. Vi concedo che sono cieche, sorde e mute nel senso umano, ma non nutro dubbi che siano strumenti sensibilissimi per misurare le emozioni umane. Irradiano energia, forze benefiche all'uomo. E queste forze si sentono! Esse vengono a alimentare il campo di energia dell'uomo, che a sua volta rigenera energia alla pianta>. Jung disse “Siamo alberi che camminano e non lo sappiamo. Mentre le piante sono <umani con foglie e radici..e lo sanno”. Un vero rapporto di conoscenza tra noi e loro ci regalerà una consapevolezza nuova sulla natura autentica dell'esistenza d'entrambe. Purchè la conoscenza sia <un sentiero con un cuore>, capace di coniugare emozioni e ragionamenti, dati statistici e intuizioni sottili. Lo studioso e scrittore Peter Wohlleben afferma sugli alberi “Gli alberi sono esseri speciali, senza di essi il mondo sarebbe un deserto o al massimo una steppa inospitale”. Producono ossigeno, calmano il vento e chiamano la pioggia. Ombreggiando il suolo e proteggono gli abitanti e gli organismi che rendono fertile il terreno. Evaporando grandi quantità d'acqua, regolano il clima. Eppure li vediamo immobili, statici, indifferenti... niente di più falso, Gli alberi ci somigliano molto più di quanto pensiamo !

 

 

 

 

 

 

 

 

 Le anime che vivono nelle piante

 

Le scritture Jainiste in base alla specifica parte costitutiva della pianta hanno dato una descrizione esatta dei diversi tipi di vita (microrganismi-nigod) che vivono nei vegetali e sono:

 

  • Numerabili

  • Innumerabili

  • Infiniti

 

- Possono essere piccoli esseri viventi invisibili o visibili con appositi strumenti.

 

Per esempio i vegetali che hanno una sola anima nel loro corpo sono un frutto con un singolo seme (secondo la tradizione Svetambara); 24 tipi di cereali tra cui il grano e il miglio o legumi - lenticchie e fagioli; la castagna ecc; quelle in cui il corpo contiene innumerevoli anime sono le verdure verdi crude dove il colore verde è visibile come le foglie verdi, l'esterno dei fagiolini ecc; mentre le piante che hanno infinite anime sono i germogli, i tuberi , i bulbi e le radici che danno vita a molte anime.

 

Questa conoscenza è necessaria per provare a minimizzare o eliminare del tutto la violenza ed evitare di causare sofferenza a questi invisibili organismi. Esse sono anime come noi, uguali nel loro potenziale di ottenere la liberazione, uguali nella loro voglia di vivere e nel desiderio di non soffrire e morire. Teoricamente, ogni forma di vita merita la stessa protezione da questi tipi di ferite, ma nelle nostre esistenze mondane (Sansaari) questo non è sempre possibile. Occorre quindi tentare di minimizzare la nostra violenza. Una autentica Nonviolenza non significa soltanto non nuocere, ma anche compassione attiva e questo è ciò che dobbiamo mostrare per ogni forma di vita, in ogni momento della nostra vita. Possiamo chiedere il perdono a tutte le vite che abbiamo danneggiato e ucciso per la nostra sopravvivenza e pregare per la loro rapida evoluzione e il raggiungimento della libertà. Un Jain dovrebbe mangiare con equanimità e cercare di recare il meno possibile sofferenza anche riducendo o eliminando il cibo vegetale contenenti infiniti esseri viventi all'interno del loro corpo soprattutto se sappiamo che quel determinato cibo lo mangiamo solo per gusto e non è essenziale per la nostra sopravvivenza.

 


 

 

Piante a radice, bulbi e tuberi

 

Nel Jainismo tutte le verdure a radice e che fruttiferano sottoterra, ossia quelle a bulbi e tuberi sono vietate allo stesso modo come è proibito mangiare la carne. Questa prescrizione alimentare deve essere seguita, oltre che dai monaci anche dai laici.

 

 

 

Ricollegandosi a quello che è stato detto precedentemente ci sono al riguardo due motivazioni etiche:

  • la prima è che sradicando la pianta dal terreno la uccidiamo

  • la seconda è che con sè muoiono infiniti piccoli esseri viventi che vivono attaccati alle radici, ai tuberi e bulbi. Le radici e tutto ciò che germoglia è vita vegetale, distruggendole significa decapitare la testa di quegli esseri viventi.

 

La regola da seguire è quella di mangiare quelle piante in cui possiamo prelevare solo le foglie, i fiori e i frutti necessari, lasciando così le radici dentro il terreno la pianta ha la possibilità di poter rinascere, crescere e vivere fino al compimento naturale del ciclo vitale. Anche privarle delle proprie foglie è comunque uno sfruttamento e abuso, ma l'obiettivo è quello di trovare un onorevole compromesso per ridurre la violenza sui vegetali, fin tanto non saremo pronti a nutrirci di sola frutta fresca e frutta ortaggi scelta che ridurrebbe ancora di più la violenza.

 

 

Quali sono ?

 

Verdura a bulbi: tutti i tipi di cipolla compreso il porro ed erba cipollina, aglio, scalogni ecc.

 

Tuberi: patata, topinabur, cavolo navone ecc.

 

Verdura a radici: carota, rapa, sedano a rapa (si può invece mangiare quello tradizionale da taglio) barbabietola, ravanello che si produce sottoterra, pastinaca, finocchio, cicoria a radice (ammessa invece quella classica da taglio).

 

Spezie a radice: ginseng, liquirizia, konjac, daikon, manioca, rafano. E' escluso alche il tartufo, essenzialmente è un fungo dalla forma sferica irregolare. Tutte le insalate non da taglio che comunque non vengono mangiate dai Jain rigorosi perché crude.

 

 

Attenta ricerca

 

Quando si fa un voto di Nonviolenza bisogna essere preparati e fare una accurata ricerca. Come facciamo a sapere cosa dobbiamo eliminare se non conosciamo la composizione degli alimenti?. Per seguire correttamente il nostro voto di Ahimsa dobbiamo non solo conoscere le tipologie di piante, ma anche sapere di volta in volta, da quale coltivazione provengono per avere dettagliate informazioni su quali metodi sono stati utilizzati. Per esempio se acquistiamo le verdure dagli orti sinergici biologici possiamo star tranquilli, perchè utilizzano metodi di coltivazione che sono i più rispettosi per l'ambiente e sono in totale armonia con la natura. Al momento della raccolta nessuna pianta viene sradicata, la loro radice, infatti, resta nel terreno così da permette alla pianta di rinascere, successivamente si decompone liberando i nutrienti. Ideale sarebbe crearci un proprio orto o se non si ha questa possibilità, rifornirci da un contadino di fiducia.

 

Divieto di mangiare verdure crude

 

L'idea di base è di non consumare alcuna vita, ma per sopravvivere una certa violenza è inevitabile anche se per alcuni alimenti, la violenza, deve e può essere limitata in misura maggiore. Sia se mangiamo cibo crudo o cotto uccideremo forme di vita. Ma i Jainisti non mangiano le verdure crude (eccetto la frutta dolce, il cibo più pronto per essere subito mangiato) sempre per motivazioni etiche. Ci sono diverse osservazioni:

 

La pianta non muore subito nemmeno dopo lo sradicamento e quelle che vengono sradicate con le radici rimangono vive per qualche lasso di tempo (vediamo piante e alberi che vengono rimossi e ripiantati altrove) se invece la cogliamo senza radici, vivrà per un tempo molto breve e morirà. Dobbiamo cuocerla per renderla libera dalla vita prima del consumo.

I microrganismi vivono in tutti i corpi materiali sia vivi che morti delle piante negli animali e esseri umani ed è impossibile estrapolarli.

 

Le verdure sono parti del corpo della pianta e come qualsiasi parte di un organismo, quando è separata dal corpo principale, inizia a decomporsi e molti esseri viventi proliferano in essa.

 

Per cui il motivo è che non si vuole portare nello stomaco il cibo con la vita. Per il Jainismo qualsiasi forma di vita, per quanto piccola, non dovrebbe essere mangiata viva.

 

Anche cuocere porta inevitabilmente a uccidere i microrganismi ma il cibo diventa privo di vita prima di essere ingerito: lattenzione, in questo caso, non è sull'uccisione, ma sul scegliere di mangiare degli organismi che sono già morti e non vivi.

 

Tuttavia il cibo cotto distrugge parte delle vitamine e sostanze nutritive, per cui dovrebbe essere cucinato in modo convenzionale e non con forni e pentole a pressione, quantomeno a vapore, troppo cotto né mezzo crudo. Se il cibo è troppo cotto non va bene per il consumo Jain, per la perdita della bontà del cibo e soprattutto dal punto di vista della salute.

 

 

I germogli

 

E' vietato mangiare il germoglio, perché come detto prima nelle radici ci sono infinite vite e perché è una minuscola piantina costituita da fusto e foglie nelle prime fasi di sviluppo che si originano da un seme o una gemma e quindi sono cuccioli di pianta, come ad esempio i germogli di soia o gli asparagi.

 

 

 

 

I funghi

 

I funghi non sono usati dai monaci e nemmeno dalle famiglie Jainiste perché crescono in condizioni poco igieniche e soprattutto ospitano innumerevoli forme di vita.

 

 

 

 

 I Fichi

Per il Jainismo il cibo che contiene anche piccole particelle dei corpi di animali morti o uova è assolutamente inaccettabile. E' proibito mangiare tutti i tipi di fichi. Le moderne scienze biologiche hanno stabilito che questi frutti, prodotti dalla impollinazione dei fiori da vespe, sono abitate da specie di vespe specifiche per ciascuno di essi. Ad esempio, l'intero ciclo di vita della vespa si completa dentro il fico. La vespa depone le uova nei fiori biliari e muore, le uova maturano all'interno del fico e producono vespe maschi e femmine. I maschi fecondano le femmine e muoiono, e le femmine emergono dal fico per ricominciare il ciclo. Così il fico contiene i resti delle uova e vespe morte. Il secondo motivo è perchè i semi sono considerati vite (secondo la tradizione Svetambara) e siccome sono innumerevoli e non divisibili dal frutto li evitano per ulteriore forma di rispetto e riduzione della violenza.

 

 

CAVOLFIORE E BROCCOLI

 

Solo i Jain più severi evitano i cavolfiori e i broccoli , ritengono che i piccolissimi insetti volanti rimangono attaccati e intrappolati nelle superfici vellutate e non possono essere completamente rimossi nemmeno con un attento lavaggio.

 

I semi

 

I cibi contenenti più semi che la polpa, soprattutto quelli inseparabili dal frutto come il melograno non sono mangiati dai Jainisti. Ci sono due prospettive differenti delle correnti Jain Digambara e Svetambara riguardo al fatto se i semi sono o non sono vita .

 

Svetambara: il seme contiene al suo interno l'embrione da cui si svilupperà una nuova piantina, per cui è considerata già vita. 

 

Mahavira ha insegnato ai suoi seguaci che quando preparavano frutta e verdura contenenti numerosi semi, come il melone, avrebbero dovuto rimuoverli con cura per ripiantarli nella terra cosi chè rigenerassero. “Che i Jain dovrebbero sempre salvare il seme è stato propagato da Adinath, il primo dei ventiquattro maestri Tirthankara. Adinath ha insegnato che gli agricoltori dovrebbero sempre seminare più di quanto avessero bisogno in modo che ci fossero abbastanza per gli uccelli, i topi, le formiche. Quando vengono raccolti piselli, legumi e grani, gli agricoltori dovrebbero tenere abbastanza sementi per seminare l'anno successivo e dovrebbero anche lasciare il seme sul terreno per la fauna selvatica. Le creature selvatiche devono essere nutrite.”

 

Digambara: il seme fintanto rimane seme è solo un involucro vuoto, un corpo senza anima, esso germoglia solo a determinate circostanze in cui ci sono condizioni di umidità e le temperature adeguate per attivarsi. Quindi, solo quando esso viene piantato, l'anima arriverà al seme per nascere come pianta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche nella frutta c'è l'anima

 

Il seme è vita e quando germoglia la radice ha una seconda vita, il fusto ha una terza vita, ogni foglia ha una vita e così via. Nell’albero c’è l’anima, nel suo frutto c’è un’altra anima così come nella buccia troviamo anime. Dal momento che il frutto viene tagliato e sono separati i semi, l’anima lascia il seme 48 minuti dopo, quindi solo dopo questo tempo possiamo mangiare il frutto, lasciando così andare l’anima naturalmente: questo perché non si vuole consumare frutti con in essi la vita. Ma è impossibile la Nonviolenza assoluta anche mangiando la frutta, perché dall'acqua nasce la vita e qualsiasi parte del corpo della pianta o frutto dove è presente acqua avrà altre anime al suo interno, sia quando essa è viva e sia quando è morta. In realtà non esiste nessun cibo senza presenza di vita! In un mondo perfetto, idealmente, per essere il più possibili Nonviolenti bisognerebbe aspettare che il frutto maturi e cada spontaneamente dall'albero per poi essere raccolto e mangiato. Anche la frutta eccessivamente matura è evitata, perché durante la fermentazione si generano forme di vita e si avvicinano gli insetti che ne sono attratti.                                      

L’acqua cruda contiene innumerevoli esseri viventi.

 

 

 

 

 

 

 

Ammessi cereali e legumi

 

I cerali e legumi si possono mangiare perché la raccolta di questi coincide con la fine del ciclo vitale della pianta, quindi i semi sono secchi/morti. La pianta di grano cresce e produce molti semi, fintanto che essa è viva la sua anima pervade anche nei semi. Una volta che la pianta è secca e viene raccolta, l'anima lascia il corpo della pianta ed i semi. Quindi i semi restano come parte morta della pianta e in loro non c'è più l'anima. I cereali e legumi si devono mangiare prima che germogliano. 

 

 

 

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Lievito

 

I lieviti sono batteri, la loro totale esclusione in tutti gli alimenti è osservata dai monaci che ad esempio consumano pane senza lievito chiamato chapati, ma è usato anche da molti laici. I monaci rispetto ai laici devono seguire rigorosamente un comportamento che riesca ad arrivare a evitare l'uccisione dei più piccoli esseri viventi cioè i microrganismi (per quanto possibile) che sono delle forme di vita che fanno lievitare gli alimenti, immaginiamo quanti ne muoiono bruciati all’interno dei forni.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcolici

 

Nei dodici voti dei laici c'è il divieto assoluto di bere gli alcolici (vino, birra, liquori) sia per mantenere un buon autocontrollo e lucidità e sia per evitare l'uccisione di un gran numero di microrganismi associati con il processo di fermentazione, come anche per l'aceto ecc ecc. Tra l'altro molti alcolici non sono vegani perchè contengono additivi di origine animale, come per esempio nel vino bianco per schiarirlo.

 

La vita nasce dall'acqua

Bollitura e filtraggio

 

Così profonda è la consapevolezza di un Jain che anche l'acqua è accuratamente preparata e consumata. Sa che ogni goccia d'acqua pullula di vita e quindi bere acqua “cruda” equivale a mangiare cibo vivo!. Un Jain bolle l'acqua filtrata e poi la consuma nel giro di poche ore.

 

La scienza moderna per mezzo di appositi strumenti ha convalidato e documentato la prova che sostiene che ogni goccia d'acqua contiene oltre 36000 forme di organismi, anche se i Jina hanno detto che c'è vita incalcolabile in una sola goccia d'acqua non bollita - non purificata ! In ogni momento nell'acqua non bollita infinite creature nascono e muoiono, hanno breve esistenza e si moltiplicano rapidamente. Naturalmente, noi dovremmo non causare violenza a nessun essere vivente, ma non possiamo vivere senza bere acqua, quindi anche in questo caso dovremmo trovare un modo per evitare il più possibile di ferire. Per questo motivo i Jainisti filtrano e bolliscono l'acqua, la fanno poi raffreddare e la bevono. Si utilizza un panno bianco di cotone grezzo che funge da filtro, quando l'acqua viene filtrata i microrganismi vengono separati; il tessuto viene nuovamente lasciato in acqua (una volta, tradizionalmente, nei fiumi e altri habitat naturali, oppure oggi giorno in lavandino sotto acqua corrente) e in questo modo rimangono attaccati sul panno e sono di nuovo liberi di vivere.

 

Con la bollitura dell'acqua muoiono tutti i microrganismi presenti, ma quell’alta temperatura non permetterà di far nascere altre vite per almeno 24 ore, tempo in cui, bisogna bere prima che rinasca la vita. Per questo bollendo l'acqua, la violenza viene compiuta una volta sola, così bloccando le successive nascite si evitano più uccisioni, quindi viene minimizzata la violenza.

 

La durata del tempo di utilizzo dopo la bollitura varia a seconda del mese dell'anno, considerando l'aspetto climatico della crescita di questi organismi:

 

  • Estate 15 ore

  • Inverno 12 ore

  • Durante la stagione delle piogge 8/9 ore

 

Spesso l'aggiunta di garofano/cannella rende l'acqua estensibile a 3 ore.

 

La bollitura è anche un modo per non avere il contagio con agenti patogeni soprattutto in India dove, a causa di mancanza di depuratori, l’acqua è ad alto rischio di contaminazione di germi. Se si utilizza solo il filtraggio bisogna utilizzare un panno doppio piegato in cui la luce del sole non può passare, ma in questo caso l'acqua va consumata entro 48 minuti. Ci sono Jain che bevono solo acqua bollita in alcune ricorrenze particolari e tante famiglie che come i monaci bevono sempre acqua sia filtrata che bollita come pratica abituale di Nonviolenza. Il consumo dell'acqua per fabbisogno personale viene limitato dai Jain a un tot. di litri al giorno, non solo per risparmiare la vita a innumerevoli microorganismi, tale auto-imposizione è per evitare gli sprechi delle risorse della natura, essere consapevoli del consumo, per sviluppare il senso di responsabilità e di non-possesso verso un bene indispensabile che dobbiamo dividere con gli altri, ma soprattutto perchè al mondo ci sono milioni di persone e animali che soffrono la sete a causa di mancanza di acqua.

 

 

 

 

 

Tempi e termini, regole specifiche alimentari

 

 

 

Il modo scrupoloso e approfondito di applicare la Nonviolenza nelle attività quotidiane soprattutto per il cibo accompagnerà per sempre la vita di un Jain. Inoltre, la condotta per i prodotti alimentari non è limitata solo al tempo del pasto, i tipi e le quantità di alimenti ammissibili- ma sostiene una ricerca della Ahimsa che abbraccia gli atti di come il cibo è stato acquistato, conservato, preparato, consumato e persino al suo smaltimento. I monaci Jain tradizionalmente hanno regole severe che determinano il tipo di preparazione del cibo e le singole famiglie adottano per sè queste prescrizioni a vari livelli.

 

 

 

 

 

Mangiare dopo l’alba e prima del tramonto

 

Voto di Chauvar

 

 

 

Ventisei secoli fa non esisteva l'elettricità, la gente non poteva vedere bene quello che mangiava, si consumava il cibo solo alla luce del giorno. Di notte uscivano serpenti, scoiattoli, lucertole, uccelli, farfalle, insetti e potevano essere uccisi dal fuoco.

 

Una grande importanza è stata associata alla pratica di Chauvar che prevede il divieto di mangiare cibo di notte (ratri bhojan), vale a dire prima dell’alba e dopo il tramonto, per cui è permesso alimentarsi soltanto nelle ore di luce solare. In assenza di raggi solari (diretti o indiretti) e in condizioni di umidità gli organismi invisibili generano nell’atmosfera e si mescolano con il nostro cibo e quindi sono uccisi. A causa della scarsa illuminazione, della attrazione per l'odore del cibo o per la luce artificiale e le fiamme del gas, dei camini ecc, gli animali possono accidentalmente rimanere uccisi bruciati, possono cadere dentro gli alimenti in piatti e pentole con acqua e olio bollente.

 

 Mangiare di notte provoca anche numerose malattie. Il sistema digestivo è meno attivo in assenza della luce del sole, occorre mangiare tre o quattro ore prima di andare a dormire e non si deve mangiare e dormire fino a quando il pasto precedente non è completamente digerito. In questo modo si possono avere effetti benefici sulla salute e rispettare i ritmi naturali del corpo. Anche i medicinali e l’acqua sono ammessi durante la notte come eccezione solo se veramente necessari.

 

 

 

Cibo fresco e naturale non confezionato

 

 

 

I Jain si sforzano di preparare e consumare cibo fresco e naturale, niente cibo congelato o pre-confezionato, trattato chimicamente e arricchito di additivi. Si preferisce mangiare alimenti presi direttamente dal contadino e cucinati a casa nelle condizioni più igieniche, anche per avere la certezza assoluta che tutti gli ingredienti siano il più possibile tutti procurati senza violenza Un Jain non consuma cibo che è stato conservato da un giorno all'altro, perchè possiede una concentrazione più elevata di microorganismi (per esempio, lievito di batteri ecc) rispetto al cibo preparato e utilizzato lo stesso giorno. L' FDA (Food and Drug Administration) ha linee guida specifiche sulla quantità di parti di insetti in un particolare pezzo di cibo, esse sono solitamente in alimenti preconfezionati e imballati.

 

I Jain evitano di mangiare gli alimenti che sono appena scaduti che potrebbero aver sviluppato la nascita di microorganismi. C’'è un buon largo consumo di alimenti secchi perché possono essere consumati anche i giorni successivi. Possibilmente bevono l’acqua dopo 40 minuti dal pasto. Acqua, gas, elettricità non devono essere sprecati.

 

 

 

Cibo senza pesticidi

 

 

 

I seguaci della Nonviolenza preferiscono (per quanto possibile) rifornirsi di cibo biologico o coltivazione dinamica, di stagione e coltivato localmente, in questo modo si garantisce meno l’uso di pesticidi che sono causa di uccisione di molti animali e sono anche più sicuri per la salute umana garantendo così viaggi lunghi e carichi di spedizione di grandi dimensioni che inquinano l’ambiente.

 

 

Regole sulla conservazione

Cucinare la giusta quantità di cibo

 

I Jainisti, come accennato, cercano di cucinare la giusta quantità di cibo che consumano ad ogni pasto, perchè evitando di buttare gli avanzi eliminano gli sprechi e non permettono così il proliferare di animaletti tra i rifiuti che poi morirebbero. Conservano il cibo in modi che inibiscono l'infestazione di insetti e i funghi, le spezie hanno una scadenza di 3 giorni durante la pioggia (in India) 5 giorni d'estate e 7 giorni d'inverno. La regola generale è che non si conserva più di quanto sia necessario e solo per brevi periodi di tempo.

 

 

 

Attento esame dei cibi

 

I Jainisti fanno del loro meglio per non far del male anche agli animali dalle più piccole forme, credono che i danni causati dall'incuria sono riprovevoli, poichè procurano sofferenza causata da un'azione deliberata. Per questo si addolorano molto e per evitare tale possibilità seguono un meticoloso controllo dei cibi affinché non siano presenti insetti che potrebbero rimanere feriti o uccisi dalla preparazione dei pasti mentre si mangia e si beve. Prima di lavare e cuocere tutte le verdure a foglia verde, come il cavolo, gli spinaci, dovrebbero essere ispezionati strato dopo strato perché ci potrebbero essere lumache, formiche e vermi accasati tra le foglie.

I monaci consigliano ai laici di consumare i pasti fuori casa solo nei ristoranti dove non cucinano cibi di origine animale per non finanziare, attraverso l’acquisto da parte dei ristoratori, l’uccisione degli animali.

 

 

La preparazione

 

 

La preparazione del cibo è fatta con gli intenti più compassionevoli. Sapendo che ogni gesto del coltello, ogni fiamma di fuoco, sono atti di violenza che sono ostili all'anima; un Jain prega per il perdono alla vita che si sta facendo del male. Non usa decorazioni alimentari inutili o erbe aromatiche fresche, poiché sono inutili perdite di vita. Lo spreco di cibo in qualsiasi fase è evitato. La persona che prepara il cibo dovrebbe avere una consapevolezza delle esigenze delle persone che sta servendo, dovrebbe essere in uno stato d'animo positivo e dovrebbe avere conoscenza della sicurezza alimentare. Cucchiai, forchette, coltelli e tutti gli utensili necessari per la preparazione dell’alimentazione Jain non devono essere condivisi con strumenti contaminati da tutto il cibo non ammesso.

 

 

Smaltimento

 

 

Un Jain è anche molto attento allo smaltimento. Tutte le pentole, le stoviglie ecc vengono lavate con un uso minimo di acqua e asciugate immediatamente. La pulizia è fondamentale per evitare di rendersi strumentale alla crescita o morte di germi e insetti.

 

 

Numero dei pasti

 

 

Il numero di pasti e la quantità di cibo da consumare sono di solito da un Jain pre-determinati per il giorno. Con l'aumento della pratica si sforza di ridurre il numero di pasti - per la consapevolezza si concentra sul sostentamento del corpo e non sulle indulgenze dei sensi. Si sforza di limitare prima tre pasti senza spuntini, poi due e uno. Infatti, lo spuntino e ' probabilmente la definizione di cibo senza cervello. Mangiamo mentre siamo impegnati in qualcos'altro

 

 

Mangiare con moderazione

 

Un devoto si sforza di riconoscere e trasformare la sua malsana formazione mentale, specialmente la sua avidità e di imparare a mangiare con moderazione. La moderazione è una componente essenziale del cibo attento. Poiché la consapevolezza è così fondamentale per un'etica Jaina, che gli alimenti tamasici (er esempio sono alcool, alimenti non veg., oppiacei, verdure a radice ecc.) o quelli che alterano questa consapevolezza sono respinti. Il consumo di questi alimenti è dannoso per la mente e il corpo in quanto portano ad uno stato di coscienza più noioso, dormiente e meno raffinato.

 

 

Evitare cibo a forma di animali

 

 

I Jain sembrano aver aggiunto al detto - sei quello che mangi - con - sei quello che pensi! La violenza nel pensiero è dannosa per lo sviluppo del carattere come violenza in azione. Questa consapevolezza generalmente incoraggia le famiglie ad evitare caramelle, cioccolatini, dolci a forma di animali. Perché mangiare il cibo con un pensiero disgustoso di crudeltà verso gli animali? Mangiare un biscotto con la forma della testa di un coniglio o una torta con forme umane quale influenza psicologica si potrà avere alimentando l’idea che sia normale alimentarsi di pezzi di esseri viventi?

 

Mangiare con compassione

 

Nel cuore del Jainismo si trovano i principi fondamentali della Ahimsa o compassione. La filosofia Jaina ritiene che tutte le cose viventi contengano un'anima, tuttavia, a differenza della maggior parte degli altri sistemi di credenze simili, i Jainisti espandono la loro definizione di "esseri viventi" per includere non solo la vita animale e vegetale, ma inglobare equamente nelle sue braccia; terra, acqua, aria e fuoco. Ciò significa che anche il più piccolo germe, che fluttua nell'aria o si aggrappa alle radici di un albero, è visto come un'anima vivente.

 

 

 

Mangiare con gratitudine

 

 

Insieme alla compassione e alla consapevolezza un Jaina mangia con gratitudine. Quando i mangiatori attenti guardano profondamente il pasto che stanno per mangiare, vedono ben oltre il bordo del piatto. Essi conoscono l'amara verità - " Jivo jivasya jivanum - tutti gli esseri viventi vivono la loro vita consumando forme viventi. Sapere che il cibo è una necessità di mantenimento della vita e questo cibo è inevitabile al costo della vita di un altro essere vivente, un Jaina mangia con gratitudine. Capire che ogni boccone che consuma non e 'altro che il sacrificio della vita infinita che avvicina al pasto senza avidita', ma con rispetto. Quindi il pasto non è un'attività di "Hoover" nel cibo, ma un'attività degna della sua totale attenzione. Onora questo sacrificio mangiando con grazia, venerazione e compassione. Masticare mentre si guarda la tv, mangiare durante il viaggio, ecc. non sarebbe degno delle vite perse nella produzione del suo cibo.
Come preambolo ad ogni pasto è sua routine di non solo ringraziare, ma anche chiedere perdono. Un Jaina onora il suo cibo con contemplazione e lo riconosce come il dono dell'intero universo: la terra, il cielo, numerosi esseri viventi e tanto duro amorevole lavoro. Si avvicina al cibo non con l'atteggiamento del diritto ma con umiltà, sentendosi grato per essere degno di ricevere il cibo. Mentre si siede per assaporare il cibo prezioso, manda compassione alle persone che in quel momento soffrono la fame; per il quale il cibo è scarso o non disponibile. Manda l'amore e la compassione nella sua gratitudine - desiderando bene per tutta la vita comprese per quelle perse nella preparazione del suo pasto. Il motto Jaina - " Parasparopagraho jivanam " tradotto come " le anime rendono servizio l'uno all'altro " è un riflesso della sua gratitudine. Egli sa che è vero questo aforisma, tutta la vita è legata al reciproco sostegno e interdipendenza, e promette di ripagare le anime sacrificate nel suo pasto con il servizio.

 

 

Un Jaina prega anche per il perdono prima del suo pasto usando la preghiera spesso ripetuta:

 

Khamemi savve jiva (io perdono tutti i viventi),

 

savve jiva khamantu me (che tutte le anime mi perdono),

 

miti me savva bhooesu (sono in condizioni amichevole con tutti),

 

veram majjham na kenai (non ho animosità verso nessuna anima).

 

 

 

Il Digiuno

 

                             Upava

 

Il digiuno, come pratica religiosa, fa parte della tradizione umana da millenni, in tutto il globo, da molte fedi per uno scopo comune - per purificare corpi, menti e anime e per portare ogni cellula dei nostri corpi in connessione con il ‘divino’.

 

I Jainisti credono che il digiuno sia un passo nella corsa graduale per raggiungere l'illuminazione o, più in generale, la felicità. Per pura natura del componente emotivo aggiunto con cui si assume un tale compito, l'atto del digiuno comporta naturalmente un processo di introspezione personale e di crescita.

 

 

Lo scopo del digiuno Jain?

 

Un discepolo chiese: " Cosa ottiene l'anima dall'austerità?" Mahavir Bhagwant rispose: " attraverso la penitenza, l'anima elimina gli attaccamenti acquisiti precedentemente e realizza la purificazione. Con l'aiuto della tapa (penitenza) esterna e interna, una persona si eleva singolarmente, moralmente oltre che mentalmente ". Lo scopo del digiuno nella tradizione Jain è quindi quello di rafforzare e purificare l'anima distruggendo o indebolendo il karma attaccato ad esso, è la pratica del non attaccamento al cibo. Un ' vero ' digiunatore è uno che pratica il controllo sulle passioni per tutti i desideri terreni mondani. Il digiuno è principalmente l'auto-controllo e il primato dell'anima sopra la mente e il corpo. Ma il digiuno quando eseguito solo nel "modo fisico" di per sé, comunque, non ci porta in alcun modo più vicino all'eradicazione degli attaccamenti. Mentre nell'austerità psichica la persona controlla i suoi desideri interiori insieme all'esecuzione di un atto fisico.

 

 

Upava

Il termine "Upava" che usiamo generalmente per il digiuno non è sinonimo di anashan. " Upa " significa più vicino e " va " significa risiedere, letteralmente significa, " seduto vicino a " Seduto vicino a chi? Vicino alla tua anima; rispettosa della vicinanza con o in sintonia con l'anima. Questo è il vero cuore dell’idea del digiuno. Se una persona cerca sinceramente di rimanere in sintonia con la vera natura dell'anima, non può indulgere in nessun senso di voglia o di avversione. In quanto tale, sarebbe rimasto lontano da tutte le contaminazioni e avrebbe raggiunto un altissimo grado di nirjara (portare via il karma). Così upavas nel vero senso del termine equivale a "attività giusta".

 

I Jainisti sono i digiunatori per eccellenza, iniziano a digiunare fin da piccoli e con molta facilità. Pertanto, la gamma e la portata del digiuno nel Jainismo possono estendersi da lieve a estrema; i laici praticano generalmente un digiuno ogni due settimane e nelle ricorrenze religiose, ma sia che alcuni devoti che i monaci protraggono il digiuno anche per molti giorni (continui o alterni) e mesi consecutivi. I Festival Jain incorporano anche il digiuno come elemento centrale come fa tutta la mitologia Jain.

 

Il digiuno ha la funzione di mettere a riposo tutti gli organi dei sensi, migliorare la meditazione e la concentrazione; la capacità di rimanere centrati e assorbiti nell’anima, migliora la qualità della mente e si raggiunge uno stato di pace e serenità. I Jina hanno usato il digiuno per millenni per dominare i 4 sentimenti negativi della rabbia, l’avidità, l’inganno e l’orgoglio. Il digiuno per avere effetto deve essere accompagnato a pratiche di consapevolezza, studio e contemplazioni, per cui, il digiuno è “più che non mangiare”, è in un certo senso e paradossale pensare che upavas si possa osservare semplicemente astenendosi dal cibo. Non è sufficiente per un Jain semplicemente non mangiare quando digiuna, ma deve anche smettere di voler mangiare. Se la voglia di cibo continua il digiuno è inutile.

 

Ci sono anche dei benefici biologici che accompagnano quelli spirituali, infatti se correttamente compreso, il digiuno ha la capacità di curare la maggior parte delle malattie fisiche del sistema nervoso, cardiocircolatorio, respiratorio, digestivo e riproduttivo. Secondo la scienza indiana Ayurvedica, le tossine vengono generate nel corpo a causa di una digestione impropria e delle abitudini alimentari, queste tossine vengono trasportate dal sangue ai vari organi e il loro accumulo alla fine si manifesta come malattie in questi stessi organi. Il corpo vorrebbe espellere queste tossine attraverso l’intestino che non ne ha mai la possibilità, poichè se mangiamo il cibo, l’intestino lo deve costantemente elaborare. Durante il digiuno con solo ingerimento dell’acqua, il corpo ha finalmente la possibilità di buttare via queste tossine attraverso l’intestino, i polmoni e la pelle, il digiuno da al corpo la possibilità di recuperare energia, l’equilibrio chimico perduto e di ridurre i desideri.

 

Nota importante*

 

Una cosa importante da tenere a mente è che nessuno è mai obbligato a fare il digiuno. Il digiuno è una scelta personale e la maggior parte dei Jainisti accetta che le circostanze e gli attaccamenti di ogni individuo influenzano la misura in cui lui o lei può digiunare. Quelli che non possono digiunare sono a volte incoraggiati a limitare la quantità o la varietà del cibo che consumano in certi giorni santi, ma anche questo è facoltativo. Il Jainismo è in gran parte una religione personale e la maggior parte dei Jainisti la praticano nella misura in cui possono o scelgono. Costringere se stessi a fare il digiuno per il bene delle apparenze sociali o per obbligo non è spiritualmente utile per i Jain.

 


In pratica, nel Jainismo, il digiuno serve contemporaneamente a funzioni molteplici come pratica di Ahimsa (Nonviolenza), una forma di vrata (voto di auto-controllo), un tipo di tapasya (penitenza) e come modo per migliorare il focus spirituale. Ma a nessun punto bisognerebbe che un Jain si senta richiesto o obbligato a digiunare, in quanto ci sono molti altri modi per migliorare se stessi spiritualmente.

 

 

  

 

Dar da mangiare ai poveri

 

Un altro pilastro del Jainismo è il principio/voto di 'Aparigraha' che significa non raccogliere, possedere o accumulare nulla al di là di ciò che ti spetta. In altri termini ciò significa prendere quello che è veramente necessario per sopravvivere. Il Jainismo promuove la sopravvivenza sul minimino indispensabile e l'offrire il cibo ai poveri. Vivere del minimo significa prendere meno dagli altri esseri viventi e ridurre o non causare nessun danno. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Contenuti del libro di Samanta Jain. Per info scrivere a jainismoitalia@gmail.com